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Exit Only: continua la fuga dei cervelli, mentre si parla troppo di pensioni, trascurando gli interessi dei giovani

Exit Only” è il titolo, esemplare, d’un libro di Giulia Pastorella, giovane manager molto milanese e molto internazionale (laurea a Oxford, specializzazioni a Sciences Po a Parigi e alla London School of Economics), pubblicato da Laterza e scritto per documentare “cosa sbaglia l’Italia sui cervelli in fuga”: avari riconoscimenti al merito, pochi investimenti in ricerca e formazione di alto livello, bassa qualità della Pubblica Amministrazione, stipendi poco correlati alle competenze, imprese restie a far fare carriera ai giovani più intraprendenti e dotati. L’Italia, purtroppo, non è un paese adatto a dare risposte alle speranze di futuro delle nuove generazioni. Che “votano con i piedi” e cioè vanno via.

Il fenomeno è generale, investe molti altri paesi europei. Ma, qui da noi, è aggravato dal fatto che emigrano soprattutto i laureati con maggiori capacità e ambizioni e al loro posto non arrivano giovani da altri paesi del mondo in numero uguale. L’Italia, insomma, perde prezioso capitale umano dopo avere investito parecchio per formarlo.
Il guaio è che il discorso pubblico, anche in questi tempi difficili di preparazione della legge di Bilancio e dunque di scelte per il futuro, parla poco di giovani e lavoro e molto di più, invece, di “quota 100” e cioè di pensioni e di persone che vogliono abbandonare l’impiego prima dei limiti indicati dalla legge Fornero, una riforma essenziale varata nel 2011 e attenta sia alla tenuta dei conti pubblici sia all’equità generazionale.
Partiti di maggioranza (la Lega, innanzitutto) e sindacati (la Cgil, in prima fila) spingono perché si vada in pensione anzitempo. E altri, guardando ai giovani, preferiscono insistere sull’assistenzialismo (il reddito di cittadinanza) trascurando invece di impegnarsi sulle politiche attive del lavoro, che garantiscano maggiori e migliori opportunità professionale, per ragazze e ragazzi in cerca di buona occupazione.
Un clima pesante. Che favorisce l’emigrazione dei “cervelli”, via d’uscita preferenziale dalla “crisi di futuro”. “Exit Only”, appunto. Per una “generazione tradita” (efficace titolo de “La Stampa”, 28 ottobre, per un dossier sui nostri giovani).

Ricordiamo i dati, dunque. “Nel 2019 sono 70mila i giovani con meno di 40 anni che hanno lasciato il Paese. Negli ultimi dieci anni quasi mezzo milione di ragazze e ragazzi se ne sono andati”, ha calcolato il ministro dell’Economia Daniele Franco, durante una cerimonia alla Guardia di Finanza, la settimana scorsa, aggiungendo che “i giovani emigrano perché cresciamo poco e tutto ciò succede anche perché non li valorizziamo, non riusciamo a usare pienamente le loro energie, i loro talenti. E tutto ciò si accentua nelle regioni meridionali”.
Ancora dati su cui riflettere. Sempre Giulia Pastorella, nel libro di cui abbiamo parlato, ricorda come l’Italia, nel decennio 2008-2018 sia seconda in Europa per l’aumento della differenza tra laureati residenti all’estero e in patria. Il che vuol dire che il ritmo della “fuga dei cervelli” è maggiore di quello della “produzione dei cervelli”. Che, peraltro, sono sempre troppo pochi: in Italia solo il 17% ha una laurea, contro il 30% della media Ue.
Una situazione che adesso potrebbe essere radicalmente modificata, anche usando bene le risorse per la formazione di qualità, l’innovazione e la sostenibilità messi a disposizione con il Recovery Plan Next Generation Ue, ben tradotto nel Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) del governo Draghi.

Ha dunque ragione chi insiste sulla necessità di smetterla con il dibattito sul pensionamento anticipato e di ragionare, invece, sulle politiche attive del lavoro, sulla formazione, sulle scelte di welfare e di nuove dimensioni previdenziali che seguano gli andamenti di un mercato in rapida trasformazione. Sulla riscrittura di un patto generazionale che cerchi di ricomporre il divario tra i ceti sociali più protetti e sindacalmente organizzati (gli attuali detentori di un posto stabile, in maggioranza uomini, di età superiore ai 50 anni e radicati nel pubblico impiego o nelle grandi aziende) e i ceti più deboli, giovani e donne soprattutto. Sapendo bene che bisognerà anche cominciare ad affrontare il nodo della copertura previdenziale delle nuove generazioni: quando andranno in pensione e con che redditi? E come provare a fare funzionare meccanismi di previdenza integrativa?
Sostiene Antonio Misiani, responsabile economico del Pd: “Le priorità sono i giovani: molti di loro rischiano trattamenti pensionistici da fame. Per evitarlo, è necessario spingere l’adesione ai fondi pensione e introdurre un minimo vitale. Va ampliata la libertà di scelta dei lavoratori sull’età di pensionamento, con un ricalcolo attuariale: chi va prima, prende meno” (Corriere della Sera, 1 novembre). Una discussione seria, che metta al tavolo governo, sindacati e imprese. Tutto il contrario della propaganda su “quota 100”.
Il dibattito va appunto articolato su questi temi, sullo sfondo della presa d’atto che siamo un paese in crisi di natalità, destinato a invecchiare (a meno che non si facciano scelte lungimiranti a favore della famiglia) e ad avere un rapporto sempre più squilibrato tra giovani e anziani, persone in età da lavoro e pensionati.
Altrimenti, in assenza di scelte di riforma e investimento di lungo periodo, i giovani italiani continueranno ad andare via. E l’Italia, nonostante le sue vivaci capacità di intraprendenza, la sua cultura creativa, la sua intelligenza di progetto, non potrà non declinare. Una decrescita profondamente infelice.