Fabbrica d’arte
Un articolo racconta l’esperienza di vita di un grande imprenditore che è stato anche grande collezionista e uomo di cultura. Fino alla creazione di una collezione d’arte contemporanea in quella che una volta era la fabbrica per eccellenza
Estro e ingegno, ma soprattutto passione. In tutto. Alla fine dei conti, sono queste le cose che staccano un imprenditore dagli altri. Condizione che vale anche per i manager, quella dell’entusiasmo per ciò che si fa è sicuramente uno degli elementi determinanti per il successo d’impresa. Che spesso significa anche successo in altri campi.
E’ il caso di Achille Maramotti: imprenditore e raffinato intenditore oltre che collezionista d’arte. Un personaggio che, alla fine della sua carriera, ha voluto creare una galleria d’arte nel luogo della produzione: la fabbrica.
A raccontare tutto ci ha pensato Chiara Pirozzi con “Achille Maramotti: dalla filosofia dell’imprenditore al percorso delle scelte del collezionista”, appena pubblicato, che spiega bene il connubio felice fra spirito d’impresa e passione artistica.
Tutto sta, come si è accennato e come bene illustra Pirozzi, nell’amore per l’arte, nell’attenzione all’evoluzione dei nuovi linguaggi espressivi, nel desiderio di condivisione con gli appassionati fino ad arrivare alla proposta di un luogo come spazio aperto di ricerca e conoscenza. Maramotti, nato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1927, è stato uno dei più importanti e riservati imprenditori italiani, fondatore di un impero del pret-a-porter con circa 1200 boutique sparse in 90 Paesi. Marina Rinaldi, Max Co., Marella, Sportmax, Pennyblack, Blues, Weekend, Pianoforte e Maxima sono altrettanti marchi nati dalla stessa mente imprenditoriale.
Ciò che più conta, e che Pirozzi fa capire bene, è però l’alchimia fra capacità produttiva – in questo caso tessile e commerciale -, e capacità di raccogliere negli anni una collezione d’arte di alto livello oltre che di offrirla al pubblico negli spazi che erano della fabbrica. Con, fra l’altro, la stessa azienda che crea una società fatta apposta per sostenere economicamente le attività artistiche dedicate al pubblico.
Bella è la descrizione della trasformazione della fabbrica in luogo d’esposizione artistica: “Nel 2003 l’azienda, in espansione, si trasferì in una nuova sede edificata alla periferia di Reggio Emilia e, nel 2006, gli spazi della vecchia impresa vennero allora destinati a ospitare, dopo un accurato restauro, la Collezione d’arte contemporanea del fondatore di Max Mara, Achille Maramotti. (…) Per la conversione è stato scelto un approccio rispettoso che conserva la cruda essenzialità della costruzione, conformandosi alla logica del progetto originale che la concepiva come struttura adattabile a diversi scopi e capace di trasformarsi secondo mutevoli necessità. Da questo progetto, lo spazio espositivo si configura per essere un ‘luogo della memoria’, in cui i pavimenti macchiati conservano il vissuto delle macchine e del lavoro, i soffitti e le pareti tornano bianchi, il cemento armato è a vista, i frangisole e i parapetti delle scale sono quelli di un tempo. Eliminati così gli elementi aggiuntivi prodotti in oltre quarant’anni di attività industriale, tutto o quasi è rimasto com’era, salvo un nuovo orientamento dell’ingresso principale, la creazione di spazi per l’accoglienza delle opere di grandi dimensioni, nuovi lucernai che lasciano filtrare la luce naturale e la disposizione al pian terreno della reception, uffici, depositi, sala restauro, biblioteca e sale per le esposizioni temporanee”.
Achille Maramotti: dalla filosofia dell’imprenditore al percorso delle scelte del collezionista
Chiara Pirozzi
INTRECCI d’arte, n.5,
Un articolo racconta l’esperienza di vita di un grande imprenditore che è stato anche grande collezionista e uomo di cultura. Fino alla creazione di una collezione d’arte contemporanea in quella che una volta era la fabbrica per eccellenza
Estro e ingegno, ma soprattutto passione. In tutto. Alla fine dei conti, sono queste le cose che staccano un imprenditore dagli altri. Condizione che vale anche per i manager, quella dell’entusiasmo per ciò che si fa è sicuramente uno degli elementi determinanti per il successo d’impresa. Che spesso significa anche successo in altri campi.
E’ il caso di Achille Maramotti: imprenditore e raffinato intenditore oltre che collezionista d’arte. Un personaggio che, alla fine della sua carriera, ha voluto creare una galleria d’arte nel luogo della produzione: la fabbrica.
A raccontare tutto ci ha pensato Chiara Pirozzi con “Achille Maramotti: dalla filosofia dell’imprenditore al percorso delle scelte del collezionista”, appena pubblicato, che spiega bene il connubio felice fra spirito d’impresa e passione artistica.
Tutto sta, come si è accennato e come bene illustra Pirozzi, nell’amore per l’arte, nell’attenzione all’evoluzione dei nuovi linguaggi espressivi, nel desiderio di condivisione con gli appassionati fino ad arrivare alla proposta di un luogo come spazio aperto di ricerca e conoscenza. Maramotti, nato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1927, è stato uno dei più importanti e riservati imprenditori italiani, fondatore di un impero del pret-a-porter con circa 1200 boutique sparse in 90 Paesi. Marina Rinaldi, Max Co., Marella, Sportmax, Pennyblack, Blues, Weekend, Pianoforte e Maxima sono altrettanti marchi nati dalla stessa mente imprenditoriale.
Ciò che più conta, e che Pirozzi fa capire bene, è però l’alchimia fra capacità produttiva – in questo caso tessile e commerciale -, e capacità di raccogliere negli anni una collezione d’arte di alto livello oltre che di offrirla al pubblico negli spazi che erano della fabbrica. Con, fra l’altro, la stessa azienda che crea una società fatta apposta per sostenere economicamente le attività artistiche dedicate al pubblico.
Bella è la descrizione della trasformazione della fabbrica in luogo d’esposizione artistica: “Nel 2003 l’azienda, in espansione, si trasferì in una nuova sede edificata alla periferia di Reggio Emilia e, nel 2006, gli spazi della vecchia impresa vennero allora destinati a ospitare, dopo un accurato restauro, la Collezione d’arte contemporanea del fondatore di Max Mara, Achille Maramotti. (…) Per la conversione è stato scelto un approccio rispettoso che conserva la cruda essenzialità della costruzione, conformandosi alla logica del progetto originale che la concepiva come struttura adattabile a diversi scopi e capace di trasformarsi secondo mutevoli necessità. Da questo progetto, lo spazio espositivo si configura per essere un ‘luogo della memoria’, in cui i pavimenti macchiati conservano il vissuto delle macchine e del lavoro, i soffitti e le pareti tornano bianchi, il cemento armato è a vista, i frangisole e i parapetti delle scale sono quelli di un tempo. Eliminati così gli elementi aggiuntivi prodotti in oltre quarant’anni di attività industriale, tutto o quasi è rimasto com’era, salvo un nuovo orientamento dell’ingresso principale, la creazione di spazi per l’accoglienza delle opere di grandi dimensioni, nuovi lucernai che lasciano filtrare la luce naturale e la disposizione al pian terreno della reception, uffici, depositi, sala restauro, biblioteca e sale per le esposizioni temporanee”.
Achille Maramotti: dalla filosofia dell’imprenditore al percorso delle scelte del collezionista
Chiara Pirozzi
INTRECCI d’arte, n.5,