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Festa per i 60 anni della “vecchia ragazza” Europa e riforme contro protezionismi e nazionalismi  

Europa, c’è ancora vita in questa vecchia ragazza”. Il giudizio è di Timothy Garton Ash (IlSole24Ore, 18 marzo). E riflette bene gli stati d’animo, critici ma anche carichi di aspettative e speranze, diffusi in larghi strati dell’opinione pubblica proprio alla vigilia dei 60 anni dalla firma del Trattato di Roma (25 marzo 1957, in Campidoglio) e dunque dalla nascita della Comunità economica europea, la Cee. Sono tanti, sessant’anni: una lunghissima stagione di pace, prosperità, libertà quali l’Europa non ha mai conosciuto. Eppure, proprio adesso, questa costruzione politica, economica e istituzionale sembra in drammatica crisi, minacciata da nazionalismi anche al suo interno (la Brexit e il “muro” costruito dall’Ungheria contro i migranti ne sono allarmanti esempi), “sovranismi”, populismi di ogni tipo, da estrema sinistra a destra (la sconfitta del partito di Geert Wilders in Olanda è un buon segnale, ma l’estrema destra si rafforza comunque, a cominciare dai seguaci della Le Pen in Francia). E la Ue è minata dal discredito di istituzioni, a Bruxelles, in cui predominano burocrazie e tecnocrazie attente ai riti e interessi di casta, prive di respiro politico lungimirante.

Tempi difficili, insomma. Anche sul versante economico. Il comunicato finale del G20 finanziario, il primo vertice economico dei maggiori paesi del mondo nell’era Trump, s’è concluso con un comunicato in cui manca ogni accenno alla “lotta al protezionismo” (frase rituale, di tutti i G20 precedenti). E il Tesoro Usa ha strappato un accenno al commercio “equo”, un aggettivo caro alla retorica della Casa Bianca su “America First” (“equo” è tutto ciò che va verso gli interessi Usa, finora “sacrificati” da potenze, come la Cina o la Germania, che proprio esportando negli Usa hanno rafforzato i loro avanzi commerciali ma squilibrato la bilancia commerciale di Washington).

L’America protezionista, insomma, mette in crisi l’Europa. E costringe le istituzioni Ue a rivedere le politiche economiche finora radicalmente “export oriented”. E’ una riflessione critica e autocritica comunque opportuna, pure sul piano interno europeo: l’enorme avanzo commerciale cumulato dalla Germania nei confronti dei suoi partners europei ha ostacolato la loro crescita, a cominciare dall’Italia. E proprio quell’avanzo è da gran tempo in aperta violazione dei parametri di Maastricht.

Nella “vecchia ragazza” europea vale davvero la pena, dunque, nel cuore della festa dei 60 anni, approfondire il dibattito su almeno due questioni chiave. Una politica: efficienza ed efficacia delle Regole e parametri (Maastricht) ed esigenze di crescita economica oltre i pregiudizi e le ideologie della cosiddetta “austerità”. E una istituzionale: il rapporto tra Ue (la Commissione di Bruxelles), Stati Nazione (base del Consiglio Europeo) e Parlamento europeo. E proprio nazionalismi, protezionismi e “sovranismi” sono le minacce (alla stabilità, alla crescita economica, alla stessa idea di democrazia che anima l’Europa, “società aperta”, per usare la bella sintesi liberale di Karl Popper) che possono dare una svolta di nuova giovinezza, una spinta radicale alle riforme dell’Europa stessa, anche oltre la formula dell’”Europa a due velocità”. Istituzioni migliori, politiche fiscali coordinate, una più decisa e autonoma politica della difesa e della sicurezza (un altro punto forte in risposta alla propaganda di Trump, paladino della Nato, purché però non sia a prevalente carico economico degli Usa).

Sotto la spinta della crisi, insomma, la Ue deve ripensarsi. E l’euro, uno degli strumenti più importanti della “civiltà europea”, uno strumento intelligente di grande equilibro, anche se non privo naturalmente di limiti, più giocare meglio sul mercato internazionale delle valute. E del potere.

Le leve della crescita, infatti, stanno anche in un sapiente uso della moneta, degli strumenti valutari e del credito. La Bce governata da Mario Draghi con le scelte del “quantitative easing” ne è una conferma (così come le manovre della Federal Reserve sui tassi Usa, in grande autonomia rispetto alla Casa Bianca). C’è appunto un grande potere, nelle scelte monetarie. Tutt’altro che neutro, dietro il paravento delle complessità tecniche. Lo ha spiegato bene Marcello De Cecco, uno dei migliori economisti italiani, in “Moneta e impero”, un libro diventato punto di riferimento fondamentale della cultura europea fin dalla sua prima uscita, nel 1971 e appena ripubblicato da Donzelli in una nuova edizione curata da Alfredo Gigliobianco e sostenuta dalla Banca d’Italia. Gli imperi sono stati costruiti sulla spada e sulla moneta. E talvolta la moneta è stata molto più forte e persuasiva degli eserciti, come per il grande impero coloniale e commerciale della Gran Bretagna. Adesso, in un mondo in subbuglio, il dollaro mostra una forza maggiore della potenza politica e militare Usa (e ne è comunque pilastro) ma deve fare i conti con le valute di altri protagonisti: lo yen giapponese, lo yuan cinese e l’euro.

Pesa poco, politicamente e militarmente, questa Ue di sessant’anni. Ma la sua moneta, dal 1999, da quasi vent’anni cioè, gioca partite essenziali, molto “politiche”, anche per cercare di contrastare quei neonazionalismi e neoprotezionismi che strozzano commerci internazionali e sviluppo economico. De Cecco spiega che i sistemi monetari non sono neutrali: nei conflitti valutari qualcuno vince e qualcuno perde, tra paesi e tra ceti sociali all’interno di un singolo paese. La sfida non è dunque tecnica, ma politica. E di potere. La “vecchia ragazza” deve saperne tenere conto.