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Guardare Milano oltre le mille luci di Natale e governare crisi, povertà e innovazione

Milano è le mille luci di Natale, in Montenapoleone e nelle strade affollate del quadrilatero della moda e dello shopping. Milano è la lunga coda di donne e uomini che entrano nel Refettorio Ambrosiano della Caritas nella piazza del quartiere di Greco, passando sotto il portale scolpito da Mimmo Paladino, la croce, i pani, i pesci, i simboli dell’accoglienza.

Milano, il lusso. Milano, la povertà. E, in mezzo, centinaia di migliaia di persone che ogni giorno costruiscono, nella metropoli inquieta, quel che serve a un miglior destino comune: il lavoro, l’impresa, la conoscenza, le relazioni sociali, l’assistenza, le strutture essenziali dei valori che fanno una comunità. Una civitas e non più soltanto una urbs di strade e piazze, palazzi e negozi. Un insieme di persone. Non una folla di gente. Persone che meritano attenzione, considerazione, rispetto.

C’è “un disagio sociale che mette in crisi il modello Milano”, scrive giustamente Aldo Bonomi su “Il Sole24Ore” (19 dicembre), notando come il dinamismo post Expo si stia esaurendo e come “la città premium” del cosiddetto “primo cerchio”, il centro cittadino, non “sgocciola” più verso il basso, smettendo di creare coesione e opportunità diffuse e determinando invece nuove povertà, più accentuate disuguaglianze.

Turismo, investimenti immobiliari, eventi, producono ricchezza, è vero. Ma cresce la preoccupazione sulle incrinature, oramai vistose, di un sistema che da sempre ha connotato la natura profonda di Milano: la capacità di costruire originali sintesi tra crescita economica e virtù civili della solidarietà, competitività e inclusione sociale.

Sbaglia, naturalmente, chi dipinge Milano, come “l’inverno del nostro scontento”, chi esaspera i nodi dei problemi sociali (a cominciare dalla sicurezza, reale o anche solo percepita che sia) dimenticando le caratteristiche di fragilità e complessità tipiche di ogni metropoli. Così come sbaglia chi si affida, consolatoriamente, alla “Classifica sulla qualità della vita” (“Il Sole24Ore”, 4 dicembre) che anche quest’anno vede Milano tra le prime dieci province (la prima è Udine, seguita da Bologna e Trento), soprattutto per merito degli indicatori legati alle dinamiche dell’economia e degli affari. Ma certo, in questa complessità di contrasti, è necessario trovare un senso, un indirizzo, una vocazione. Prendere atto che nell’opinione corrente Milano non è più “the place to be” proclamato da “The New York Times” alcuni anni fa, ma nemmeno una città da contestare, criticare aspramente, condannare.

Se ne discute da tempo, oramai. E forse, proprio questa capacità di analisi critica e autocritica è una delle leve indispensabili per ripensare Milano, mettendo da parte l’idea di “modello” (vissuta come arrogante pretesa di primato d’una città che finisce per essere invidiata e detestata) e ragionando invece di sviluppo sostenibile, accoglienza, ascensore sociale, opportunità. Meno comunicazione frettolosa e arrembante, più cultura. Meno storytelling da propaganda e più fantasia politica per cercare di costruire, anche con il buon governo metropolitano, nuovi e più giusti equilibri economici e sociali.

E’ un’attitudine diffusa, d’altronde, la capacità di Milano di fare severamente i conti con la propria storia e l’attualità. Come sostiene Piero Borghini, sindaco per una troppo breve stagione nella tempesta politica e istituzionale dei primi anni Novanta (i tempi della bufera di Tangentopoli) e poi comunque intelligenza sempre lucida e vivace: “Non c’è città al mondo che studi sé stessa allo stesso modo di Milano. Roma si fotografa perché è bella. Milano non si fotografa ma si studia. I libri sull’economia di Milano, le ricerche… c’è una classe intellettuale che studia e che propone. Basterebbe leggerli, quei libri…” (Il Foglio, 14 dicembre). Perché “Milano sta vivendo una fase di riflessione, ma non è una città smarrita. La politica, al massimo, è smarrita”.

Quel che serve è non fermarsi al mito di fine Ottocento della “capitale morale” costruito “sullo spirito dell’imprenditoria, dell’etica del lavoro e del buon governo” e pensare semmai a come coniugare economia della conoscenza, ambientalismo e produttività.

Sono temi impegnativi, che trovano eco crescente nel discorso pubblico (anche negli incontri del Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini: come evitare, lungo il cammino sul crinale, di precipitare nella crisi invece che scendere pur faticosamente lungo i sentieri che portano alla ripresa?). E che vanno approfonditi e indirizzati verso risposte politiche e sociali, con quel “coraggio” e quell’esercizio di “fiducia” che proprio l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini ha indicato come virtù necessarie, nel discorso alla città in Sant’Ambrogio, chiedendo ai politici e ai cittadini di “ricominciare da giovani, demografia, immigrati”. Sviluppo, accoglienza, integrazione, appunto. Altro che le sole luminarie….

Discutere, dunque. Spregiudicatamente. Facendo buon uso degli strumenti della conoscenza e della dialettica. Stando alla larga dalle corrive semplificazioni propagandiste. E tenendo bene a mente la lezione di un grande milanese come Umberto Eco: “La libertà di parola significa libertà dalla retorica”.

Si può, giustamente provare a valorizzare il passato, come si nota nell’idea (cara al finanziere Francesco Micheli, uomo di sofisticata cultura) di proporre il centro storico di Milano come “patrimonio dell’Unesco”, dando un giusto riconoscimento a quell’insieme di tesori monumentali e culturali che vanno dal Duomo alla Scala, da Brera e dal Palazzo Reale al Poldi Pezzoli, alle Gallerie d’Italia, al Museo del Novecento e alla Pinacoteca Ambrosiana con i disegni del “Codice Atlantico” di Leonardo da Vinci.

Si può insistere per legare i progetti urbanistici a Sesto San Giovanni e a Lambrate, negli ex scali ferroviari di Porta Genova, Scalo Farini e Porta Romana e nell’area ex Expo anche a impegni di social housing e servizi di valore pubblico (il Comune si muove già in questa direzione). E soprattutto vale la pena ragionare su quali siano le scelte politiche e amministrative e quali le responsabilità degli attori sociali, a cominciare dalle imprese, per fare di Milano una smart city della conoscenza e dell’innovazione, una metropoli dei flussi che, nello spazio tra Europa e Mediterraneo, leghi persone, idee, affari, ricerche, relazioni coinvolgendo tutto il ricco tessuto delle città intermedie, da Torino a Genova (lungo le linee del “progetto GeMiTo” promosso da Unione Industriali torinese, Assolombarda e Confindustria genovese), da Bergamo a Brescia e al Nord Est, dall’asse Como – Varese all’Emilia: un territorio di imprese, università, comunità impegnate a coniugare innovazione e inclusione, creazione di ricchezza e diffusione del benessere. Democrazia liberale ed economia sociale di mercato, per dirla in sintesi, con sguardo europeo.

Servono dunque scelte di promozione dell’intraprendenza e dell’innovazione. E di valorizzazione di conoscenze e competenze, di sostegno a tutto quanto sviluppi e diffonda nuove tecnologie ambientalmente e socialmente sostenibili.

Se questo è l’orizzonte, Milano deve ricominciare a imparare come tenere legate le nuove generazioni, come essere ospitale e inclusiva. Come ridiventare, insomma, capace di fare “diventare milanesi” tutti coloro che qui arrivano dal resto d’Italia, dall’Europa, dal bacino grande del Mediterraneo, coste dell’Africa comprese.

Un grande progetto, costruito, per citare ancora Bonomi, su “virtù civiche e passione sociale”. Una lungimirante strategia di sapiente politica ed efficace amministrazione pubblica, sulla gestione urbanistica e dei servizi della “grande Milano”. Il buon governo della trasformazione.

Milano è le mille luci di Natale, in Montenapoleone e nelle strade affollate del quadrilatero della moda e dello shopping. Milano è la lunga coda di donne e uomini che entrano nel Refettorio Ambrosiano della Caritas nella piazza del quartiere di Greco, passando sotto il portale scolpito da Mimmo Paladino, la croce, i pani, i pesci, i simboli dell’accoglienza.

Milano, il lusso. Milano, la povertà. E, in mezzo, centinaia di migliaia di persone che ogni giorno costruiscono, nella metropoli inquieta, quel che serve a un miglior destino comune: il lavoro, l’impresa, la conoscenza, le relazioni sociali, l’assistenza, le strutture essenziali dei valori che fanno una comunità. Una civitas e non più soltanto una urbs di strade e piazze, palazzi e negozi. Un insieme di persone. Non una folla di gente. Persone che meritano attenzione, considerazione, rispetto.

C’è “un disagio sociale che mette in crisi il modello Milano”, scrive giustamente Aldo Bonomi su “Il Sole24Ore” (19 dicembre), notando come il dinamismo post Expo si stia esaurendo e come “la città premium” del cosiddetto “primo cerchio”, il centro cittadino, non “sgocciola” più verso il basso, smettendo di creare coesione e opportunità diffuse e determinando invece nuove povertà, più accentuate disuguaglianze.

Turismo, investimenti immobiliari, eventi, producono ricchezza, è vero. Ma cresce la preoccupazione sulle incrinature, oramai vistose, di un sistema che da sempre ha connotato la natura profonda di Milano: la capacità di costruire originali sintesi tra crescita economica e virtù civili della solidarietà, competitività e inclusione sociale.

Sbaglia, naturalmente, chi dipinge Milano, come “l’inverno del nostro scontento”, chi esaspera i nodi dei problemi sociali (a cominciare dalla sicurezza, reale o anche solo percepita che sia) dimenticando le caratteristiche di fragilità e complessità tipiche di ogni metropoli. Così come sbaglia chi si affida, consolatoriamente, alla “Classifica sulla qualità della vita” (“Il Sole24Ore”, 4 dicembre) che anche quest’anno vede Milano tra le prime dieci province (la prima è Udine, seguita da Bologna e Trento), soprattutto per merito degli indicatori legati alle dinamiche dell’economia e degli affari. Ma certo, in questa complessità di contrasti, è necessario trovare un senso, un indirizzo, una vocazione. Prendere atto che nell’opinione corrente Milano non è più “the place to be” proclamato da “The New York Times” alcuni anni fa, ma nemmeno una città da contestare, criticare aspramente, condannare.

Se ne discute da tempo, oramai. E forse, proprio questa capacità di analisi critica e autocritica è una delle leve indispensabili per ripensare Milano, mettendo da parte l’idea di “modello” (vissuta come arrogante pretesa di primato d’una città che finisce per essere invidiata e detestata) e ragionando invece di sviluppo sostenibile, accoglienza, ascensore sociale, opportunità. Meno comunicazione frettolosa e arrembante, più cultura. Meno storytelling da propaganda e più fantasia politica per cercare di costruire, anche con il buon governo metropolitano, nuovi e più giusti equilibri economici e sociali.

E’ un’attitudine diffusa, d’altronde, la capacità di Milano di fare severamente i conti con la propria storia e l’attualità. Come sostiene Piero Borghini, sindaco per una troppo breve stagione nella tempesta politica e istituzionale dei primi anni Novanta (i tempi della bufera di Tangentopoli) e poi comunque intelligenza sempre lucida e vivace: “Non c’è città al mondo che studi sé stessa allo stesso modo di Milano. Roma si fotografa perché è bella. Milano non si fotografa ma si studia. I libri sull’economia di Milano, le ricerche… c’è una classe intellettuale che studia e che propone. Basterebbe leggerli, quei libri…” (Il Foglio, 14 dicembre). Perché “Milano sta vivendo una fase di riflessione, ma non è una città smarrita. La politica, al massimo, è smarrita”.

Quel che serve è non fermarsi al mito di fine Ottocento della “capitale morale” costruito “sullo spirito dell’imprenditoria, dell’etica del lavoro e del buon governo” e pensare semmai a come coniugare economia della conoscenza, ambientalismo e produttività.

Sono temi impegnativi, che trovano eco crescente nel discorso pubblico (anche negli incontri del Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini: come evitare, lungo il cammino sul crinale, di precipitare nella crisi invece che scendere pur faticosamente lungo i sentieri che portano alla ripresa?). E che vanno approfonditi e indirizzati verso risposte politiche e sociali, con quel “coraggio” e quell’esercizio di “fiducia” che proprio l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini ha indicato come virtù necessarie, nel discorso alla città in Sant’Ambrogio, chiedendo ai politici e ai cittadini di “ricominciare da giovani, demografia, immigrati”. Sviluppo, accoglienza, integrazione, appunto. Altro che le sole luminarie….

Discutere, dunque. Spregiudicatamente. Facendo buon uso degli strumenti della conoscenza e della dialettica. Stando alla larga dalle corrive semplificazioni propagandiste. E tenendo bene a mente la lezione di un grande milanese come Umberto Eco: “La libertà di parola significa libertà dalla retorica”.

Si può, giustamente provare a valorizzare il passato, come si nota nell’idea (cara al finanziere Francesco Micheli, uomo di sofisticata cultura) di proporre il centro storico di Milano come “patrimonio dell’Unesco”, dando un giusto riconoscimento a quell’insieme di tesori monumentali e culturali che vanno dal Duomo alla Scala, da Brera e dal Palazzo Reale al Poldi Pezzoli, alle Gallerie d’Italia, al Museo del Novecento e alla Pinacoteca Ambrosiana con i disegni del “Codice Atlantico” di Leonardo da Vinci.

Si può insistere per legare i progetti urbanistici a Sesto San Giovanni e a Lambrate, negli ex scali ferroviari di Porta Genova, Scalo Farini e Porta Romana e nell’area ex Expo anche a impegni di social housing e servizi di valore pubblico (il Comune si muove già in questa direzione). E soprattutto vale la pena ragionare su quali siano le scelte politiche e amministrative e quali le responsabilità degli attori sociali, a cominciare dalle imprese, per fare di Milano una smart city della conoscenza e dell’innovazione, una metropoli dei flussi che, nello spazio tra Europa e Mediterraneo, leghi persone, idee, affari, ricerche, relazioni coinvolgendo tutto il ricco tessuto delle città intermedie, da Torino a Genova (lungo le linee del “progetto GeMiTo” promosso da Unione Industriali torinese, Assolombarda e Confindustria genovese), da Bergamo a Brescia e al Nord Est, dall’asse Como – Varese all’Emilia: un territorio di imprese, università, comunità impegnate a coniugare innovazione e inclusione, creazione di ricchezza e diffusione del benessere. Democrazia liberale ed economia sociale di mercato, per dirla in sintesi, con sguardo europeo.

Servono dunque scelte di promozione dell’intraprendenza e dell’innovazione. E di valorizzazione di conoscenze e competenze, di sostegno a tutto quanto sviluppi e diffonda nuove tecnologie ambientalmente e socialmente sostenibili.

Se questo è l’orizzonte, Milano deve ricominciare a imparare come tenere legate le nuove generazioni, come essere ospitale e inclusiva. Come ridiventare, insomma, capace di fare “diventare milanesi” tutti coloro che qui arrivano dal resto d’Italia, dall’Europa, dal bacino grande del Mediterraneo, coste dell’Africa comprese.

Un grande progetto, costruito, per citare ancora Bonomi, su “virtù civiche e passione sociale”. Una lungimirante strategia di sapiente politica ed efficace amministrazione pubblica, sulla gestione urbanistica e dei servizi della “grande Milano”. Il buon governo della trasformazione.

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