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I talenti e le imprese, tra formazione d’eccellenza e opportunità di un buon lavoro

Si fa della buona formazione, in Italia, attenta alla sintesi tra cultura (nella sua dimensione essenziale di sguardo analitico e critico) e competenze. E ci sono dei luoghi d’eccellenza, oramai di respiro europeo, a cominciare dai Politecnici di Torino e Milano e da altre strutture universitarie sempre più qualificate per gli studi superiori e i master, soprattutto nell’area del Nord Ovest, che continua ad attrarre “talenti” in cerca di buona formazione e solida qualificazione. Una riprova è anche la Scuola di Alta Formazione al Management (Safm), nata cinque anni fa per iniziativa della Fondazione Pirelli, della Fondazione Agnelli e della Fondazione Garrone, in collaborazione con il Collège des Ingénieurs di Parigi (venerdì, a Milano, la festa dell’anniversario, “Safm’s got talents” e un convegno su formazione e “talenti”, con lo sguardo rivolto alle imprese e alle leve dello sviluppo economico).

Ma cosa vuol dire, “talento”, per un’impresa? Le parole chiave sono: capacità di pensare diverso e vedere oltre, attitudine a cercare e affrontare il cambiamento e le sfide, non mollando e puntando all’eccellenza. Sono concetti che emergono da un’indagine di Manageritalia, condotta con la collaborazione tecnica di AstraRicerche e, appunto, in partnership con la Safm e Kilpatrick International Executive Search e presentata venerdì. Secondo gli intervistati (1000 persone, tra manager italiani, esteri e studenti) il talento è dato da dedizione, impegno, determinazione e tenacia. A seguire competenza e professionalità; adattabilità, flessibilità e versatilità; curiosità; creatività e ingegno e visione.

La convinzione dei manager intervistati è che il talento che serve per emergere nel mondo del lavoro è soprattutto favorito da un contesto familiare e sociale ricco di stimoli e sfide (86,5%), da ottimi studi (76,7%) e dal rapporto col mondo del lavoro durante gli studi (64,8%). Poi c’è anche una componente innata, una vera predisposizione dalla nascita (60,7%). Minoritario il contributo delle scuole dove quella pubblica (20,9%) prevale su quella privata (12,3%).

Quasi a conferma che per un giovane talento «fuggire» all’estero per finire gli studi e iniziare a lavorare è una scelta fondamentale, un “must”, studio e lavoro all’estero sono per il 90,6% degli intervistati il principale fattore per favorire il talento di un giovane che vuole inserirsi nel mondo del lavoro. A seguire, ecco tutti i vari livelli di istruzione: ottimi studi universitari (90,3%), alle superiori (83%), post-universitari (70,3%) e alle elementari/medie (67,3%).

Gli intervistati non hanno un’opinione esaltante dello stato e delle prospettive della scuola italiana. Su tutto prevale l’affermazione che la scuola (secondaria superiore e Università) italiana non è al passo con i tempi e deve rinnovarsi (79,8%), che le Università non devono limitarsi a valutare i giovani esame per esame, ma dovrebbero certificare caratteristiche e competenze dei giovani a 360° (69,4%). Non si pensa che l’Università sia una “fabbrica” che deve sfornare lavoratori pronti all’uso, ma deve dare solide e ampie basi (72,4%). Si riconosce un mondo universitario fatto di luci e ombre: alcune Università italiane sono tra le migliori al mondo (64,2%), ma alcune che vantano un “bel nome” sono deludenti, perché hanno perso la capacità di formare giovani adatti al mondo del lavoro odierno (59,3%).

L’accusa è anche autodiretta. Infatti, si sostiene che le aziende dovrebbero aprirsi maggiormente agli stage formativi degli studenti universitari (91,5%) e contribuire alla formazione degli studenti dedicando parte del tempo dei loro management a lezioni in aula o a interi corsi (81,3%).

Come migliorare la situazione? La maggioranza degli intervistati sostiene che ogni Università dovrebbe avere un pool di aziende sostenitrici (in modo esplicito e trasparente), con un coordinamento continuo e forte sulla formazione degli studenti negli ultimi anni (78,9%) e che le aziende e le loro associazioni dovrebbero investire di più nel rapporto con le Università, nel dare indicazioni sulle loro esigenze (88,6%).

Si aggiunge che le aziende dovrebbero individuare e seguire gli studenti ancor prima che terminino gli studi negli ultimi anni di formazione (72,1%). Ma si chiarisce anche che le Università dovrebbero avere programmi molto più dinamici, in grado di seguire le tendenze a breve-medio periodo del mondo del lavoro (73,4%).

Peraltro, si nega che un rapporto stretto tra Università e mondo del lavoro rischi di ridurre le competenze generali a favore di quelle specifiche (lo nega il 64,2%) e che sia meglio interrompere gli studi per fare prima esperienza in azienda (74,2%).

Come migliorare l’ingresso degli studenti nel mondo del lavoro e valorizzare, fin dall’inizio, i “talenti”? Per i manager intervistati l’azienda deve avere un sistema evoluto di ricerca e selezione del personale in grado di far emergere i talenti (51,3%). Anche perché, si spiega, non basta cercare talenti, ma si devono creare con il contatto con il mondo formativo (88%). I manager aggiungono comunque che è in azienda, più che in Università, che si scoprono i talenti (75,6%), anche se ammettono che spesso in azienda il talento è “schiacciato”, ingabbiato e limitato (61,9%). Problema aperto, insomma. Dimensione conflittuale tra interessi diversi. Da comporre, con una buona cultura d’impresa aperta, critica, inclusiva.

«Dall’indagine emerge chiaro il senso del talento dei giovani nel mondo del lavoro, che, ci dicono i manager, non è solo innato, ma va formato, coltivato e aiutato a esprimersi a favore di tutti. E in questo la formazione e il dialogo con il mondo del lavoro hanno un ruolo chiave», commenta il presidente di Manageritalia Guido Carella. E aggiunge: «La scuola deve aggiornarsi, l’Università deve dialogare di più con il mondo del lavoro. E le imprese devono aprirsi, entrare nelle università e fare massima sinergia. Perché i giovani e il talento, quello loro e di tutti, sono patrimoni determinanti per la crescita e lo sviluppo futuro. Quindi, è opportuno che tutti – istituzioni, scuola e Università, aziende, manager ecc. – lavoriamo da subito per creare quei ponti e quel dialogo che servono perché il talento non venga sprecato e sia invece messo a fattor comune. Anche perché se è un bene che ci sia la fuga dei cervelli, dobbiamo essere capaci di creare un ecosistema che attiri cervelli e talenti dall’estero e favorisca la crescita e il ritorno di quelli di casa nostra».