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Il declino delle 120mila fabbriche chiuse e i nuovi segnali di investimenti e ripresa

I dati parlano di declino industriale: 120mila fabbriche perse tra il 2000 e il 2013, 1milione 160mila posti di lavoro bruciati. “Una massiccia erosione della base produttiva”, documenta il Centro Studi Confindustria. Mentre si allarga la forbice manifatturiera tra il resto del mondo e l’Italia: un incremento del 36% dei volumi prodotti (sempre dall’inizio degli anni 2000) contro una caduta del 25,5% della produzione industriale italiana: un andamento “in netta controtendenza”, con un divario “che si era già aperto prima del 2007 e si è allargato drammaticamente dopo”. Un altro sintomo “di grave difficoltà dell’Italia è il fatto che in sei anni è passata dal quinto all’ottavo posto nella graduatoria internazionale dei paesi produttori”, superata da Corea del Sud, India e Brasile e a parità di posizione con la Francia (nel 2007 aveva il 4,5% della produzione manifatturiera mondiale, in dollari correnti, nel 2013 invece appena il 2,6%). Per dirla in sintesi, restiamo comunque il secondo grande paese manifatturiero europeo, dopo la Germania, ma siamo sempre più in affanno, sempre meno produttivi e competitivi.

L’allarme sui rischi di declino lanciato il 4 giugno dal Centro studi Confindustria va preso molto sul serio. Perché proprio dalla manifattura dipende la spinta decisiva per lo sviluppo economico. E perché altri paesi stanno puntando proprio sull’industria, rivalutandone il ruolo e garantendole stimoli e sostegni, come locomotiva della ripresa dopo gli anni della Grande Crisi della cattiva finanza: gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, oltre naturalmente la solida Germania e i dinamici Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). E noi italiani?

Centralità della fabbrica, ha detto la ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, all’assemblea di Confindustria, il 29 maggio. E impegno in Europa per rafforzare un vero e proprio “industrial compact”. Ma anche provvedimenti concreti, non solo per creare un ambiente più favorevole alle imprese (meno burocrazia, più trasparenza ed efficienza anche per combattere l’allarmante corruzione, riforme del fisco e della giustizia, etc.) ma anche per dare fiato agli investimenti (con una robusta mano d’aiuto dalla Bce di Mario Draghi, che ha tagliato ancora i tassi e dato alle banche un grande supporto di liquidità a patto che vada appunto alle piccole e medie imprese). Come? Garantendo per esempio nuovi finanziamenti alla legge “Sabatini”, che concede i benefici del credito agevolato a chi rinnova macchinari e impianti, oltre i 2,5miliardi già previsti per il 2014.

Ecco, vengono proprio dai dati sulla “Sabatini” alcune buone notizie, in controtendenza con i dati del declino industriale. Sono infatti già 3mila gli imprenditori che si sono prenotati per fare investimenti in nuovi macchinari, per rinnovare le loro imprese con impianti a più avanzata tecnologia, sicurezza, produttività. “E’ la fine dello sciopero degli investimenti”, nota Dario Di Vico sul Corriere della Sera (7 giugno). “Nuovi investimenti obbligati”, commenta Gian Maria Gros-Pietro, economista autorevole, “perché sta ripartendo la domanda, anche internazionale e bisogna attrezzarsi per intercettarla. Servono macchine più adatte e performanti”. L’Ucimu (l’associazione di categoria dei produttori di macchine utensili e robot) conferma il boom degli ordini, negli ultimi mesi. E dunque, oltre che raccogliere l’allarme sui costi economici e sociali della crisi ancora attuale, vale la pena dare spazio ai pur timidi segnali di ripresa che vengono dal mondo produttivo, soprattutto nelle aree più industrializzate, il Nord Ovest ma anche il Nord Est e la grande piattaforma produttiva dell’Emilia.

Segnali evidenti, di cui risuona l’eco nel corso delle riunioni annuali delle organizzazioni territoriali di Confindustria. All’assemblea dell’Assolombarda a Milano, per esempio (in un luogo fortemente simbolico: il Pirelli HangarBicocca, vecchia fabbrica diventata fabbrica dell’arte contemporanea), con una forte enfasi sul ruolo chiave del “medium tech” e delle tecnologie da “additive manifacturing” (“Una rotta 3D, una contaminazione di tecnologie e conoscenze per aiutare l’industria meccanica a competere”) e della relazione virtuosa tra intraprendenza, innovazione, formazione, legalità, competitività, internazionalità. O all’assemblea degli industriali di Varese, convinti della “sfida dell’industria hi tech” e della necessità di cambiare radicalmente strutture e organizzazioni di produzione per accogliere in pieno le possibilità offerte, proprio alla manifattura, dalle stampanti 3D.

Anche dai Giovani Industriali riuniti nel tradizionale convegno d’inizio estate a Santa Margherita arriva una spinta importante. “Nuovo umanesimo industriale”, sostiene il presidente Marco Gay, parlando di centralità manifatturiera, economia della conoscenza, spazio ai giovani e culture del merito (oltre che di impegno contro la corruzione e contro la delocalizzazione delle imprese seguendo il basso costo del lavoro). “L’Italia è leader nell’innovazione di prodotto in 100 settori industriali”, aggiunge. E ci sono imprese che stanno riportando le produzioni in Italia (un primo flusso di “reshoring”, comunque significativo) in cerca di qualità: un fenomeno da incentivare, con una sorta di “scudo industriale”, con agevolazioni fiscali, “anche per legare sempre più strettamente il legittimo profitto ai territori”.

Si reagisce alla crisi, dunque. L’industria italiana è in difficoltà, certo. Ma ancora molto vitale. Impegnata, concretamente, a contrastare il declino.