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Il Sud e le riforme necessarie allo sviluppo, tra i fondi Ue e la cultura d’impresa

Sud, progetti per ripartire”. E’ il titolo, senza enfasi, di due giorni di incontri, promossi da Mara Carfagna, ministra per il Mezzogiorno e la coesione territoriale, il 23 e il 24, per discutere su come usare le risorse del Recovery Plan e gli altri fondi Ue per rinnovare profondamente l’Italia e dunque provare anche a sanare il divario Nord-Sud. Apertura del presidente del Consiglio Mario Draghi, conclusioni del ministro dell’Economia Daniele Franco. Presenti, oltre ai membri del governo, ai politici e agli amministratori locali, la Banca d’Italia e l’Istat, per ragionare sulla base di dati approfonditi e aggiornati. E proprio le indicazioni strategiche del Recovery Plan della Ue (ambiente, innovazione, economia digitale, formazione) sono il contesto più opportuno per capire bene cosa fare cosa per il Sud e nel Sud. “Chiudere l’epoca delle lamentazioni e avviare un approccio più combattivo, per aggredire i problemi antichi e recenti di quest’area del Paese”, dice la ministra Carfagna (“La Stampa”, 20 marzo). Dunque, “più progettualità e meno conflittualità e rivendicazionismo”.

Le scelte d’investimento e la loro realizzazione tempestiva, le riforme sul lavoro (a cominciare da quello delle donne), le infrastrutture, gli stimoli all’impresa, la qualità della formazione scolastica, universitaria e professionale, la riduzione del divario digitale (sono nel Sud gran parte di quei 16 milioni di famiglie, il 60% del totale italiano, che non hanno internet su rete fissa o una connessione da almeno 30 Mbit/s) diranno se stavolta si sarà andati davvero oltre l’abitudine antica degli annunci.

Di sicuro, questa è un’occasione irripetibile per uscire dalla crisi scatenata da pandemia e recessione con un profondo, radicale rinnovamento del Paese, con un Mezzogiorno finalmente attivo, saldamente europeo e dunque compiutamente mediterraneo.

Viviamo stagioni di ricorrenze, i 160 anni dall’Unità d’Italia. E di dibattiti storici sulle responsabilità della carente integrazione e del mancato abbattimento del divario economico e sociale (36 mila euro, nel 2018, il Pil pro capite nel Nord Est, 35mila nel Nord Ovest, 31mila nel Centro e solo 19mila nel Sud, segnato da una grande e distorcente diffusione dell’economia sommersa). Fiorisce, da tempo, una rancorosa letteratura neo-borbonica (per sapere di più su quel che davvero è successo, vale la pena leggere “Italiani per forza” di Dino Messina, Solferino, una solida inchiesta storica e giornalistica su “le leggende contro l’Unità d’Italia che è l’ora di sfatare”). E tutto il Paese è percorso da spinte centripete che danneggiano profondamente, con gli egoismi e i particolarismi localistici, le prospettive di sviluppo equilibrato e sostenibile dell’Italia.

E’ opportuno, dunque, ragionare con intelligenza e competenza di “globale” e “locale”, usando tutte le leve possibili per fare uscire il Sud dalla “lamentazione”, dalle tendenze all’assistenzialismo, dalle tentazioni delle clientele antiche e nuove.

Il Sud, infatti, non è riducibile soltanto a un bel paesaggio o al più banale turismo come enfatico folklore. Né lo si può emarginare come territorio a dominio criminale (ben sapendo come mafia siciliana, ‘ndrangheta, camorra e “sacra corona unita” sono ancora forti e radicate e dal Sud si sono diffuse verso il Nord e il resto d’Europa e dunque vanno combattute con impegno e severità).

Il Sud, infatti, è anche altro, di straordinaria vitalità: imprenditoria che cresce nonostante il clima ostile e gli ostacoli della cattiva pubblica amministrazione, cultura in cerca di protagonismo responsabile, ambizioni di giovani generazioni che vogliono poter scommettere sul futuro. Il Sud non è “irredimibile”, come temeva il pessimismo razionale di Leonardo Sciascia. Ha semmai un “cuore di cactus”, perché, nonostante tutto, conserva al suo interno l’acqua e la vita, pure nelle condizioni più disperate. E va letto con intelligenza non solo in quello che dice protestando, ma soprattutto in quello che fa, pur se con riserbo parlando poco (gli esempi di politici, magistrati, uomini e donne dello Stato, imprenditori vittime della mafia, come Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, ne sono testimonianza).

Il Sud, senza retorica, si può leggere e capire nei versi essenziali di un grande poeta, come Lucio Piccolo: “Pure il rovo ebbe la sua piegatura di dolcezza/ anche il pruno il suo candore”. Un territorio, molto italiano e tutt’altro che provinciale, fuori dagli eccessi della luce e dalle cupezze del lutto, da rimettere sulla strada dello sviluppo europeo.

Buona amministrazione, dunque. Investimenti produttivi. Riforme. E cultura d’impresa. Proprio perché l’impresa è tessuto connettivo forte, capitale sociale positivo, struttura portante di comunità in crescita, nelle relazioni tra tutti i soggetti che ne fanno parte, gli imprenditori, i finanziatori, gli operai, i tecnici, i manager, i ricercatori, i fornitori, i clienti, la fitta rete di stakeholders. L’impresa come lievito di crescita sostenibile. Nel rapporto con i territori in cui affondano le radici le attitudini al “fare, e fare bene”. Anche nel Mezzogiorno. Seguendo la lezione di Carlo M. Cipolla: “Gli italiani sono abituati, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”.

Proprio al Sud serve questo tessuto connettivo, per uscire dalle secche delle povertà sociali, culturali e materiali dell’assistenzialismo, del clientelismo e del degrado dell’economia sommersa su cui fa leva la criminalità. E ridare speranza a un territorio operoso d’incontro e di sintesi tra l’Europa continentale e il Mediterraneo.