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Il valore degli intellettuali per riscrivere le mappe di conoscenze e scelte politiche ed economiche

“Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con/ i fiammiferi”, scriveva nel 1946 Jacques Prévert. Perché, “con tante chiacchiere generose sul lavoro/ dei muratori”, ecco che “se lo si lascia solo/ il mondo mentale/ mente/ monumentalmente”. Era maestro d’ironia, Prévert. Poeta sottile, capace di intensi versi d’amore. E dissacrante critico delle ipocrisie sociali. Compresa l’alterigia delle classi colte, gli intellettuali appunto, nei rapporti con i sentimenti “popolari”. Ma era, proprio lui, un grande intellettuale. Capace di letture profonde di idee, passioni e sentimenti. E di indicazioni severe sulle scelte di vita. Tutt’altro che un “chierico” conformista.

Quei versi sugli intellettuali e i fiammiferi ricorrono nelle pagine di un libro lucido e rigoroso, scritto di recente da Sabino Cassese, uno dei migliori giuristi della cultura politica europea, pubblicato da Il Mulino nella stimolante collana “Parole controtempo” e intitolato, appunto, “Intellettuali”.

Nei “tempi bui sia per gli intellettuali, sia per i mezzi di cui si valgono per farsi ascoltare” perché “se ‘uno vale uno’ non c’è differenza tra il sapiente e l’ignorante”, Cassese rilancia i valori dell’impegno intellettuale, lo studio, la ricerca, la divulgazione del sapere e ne sottolinea l’intreccio tra libertà e responsabilità. Proprio in stagioni così difficili, controverse, cariche di nuove sfide politiche, economiche e sociali e di antiche tensioni che si ripropongono in forme nuove (la crisi della globalizzazione, la pandemia, la guerra, i disastri ambientali, le sempre più insopportabili disuguaglianze di diritti, condizioni di vita e opportunità di sviluppo) tocca agli intellettuali porre nel discorso pubblico domande di senso e perfezionare gli strumenti per le risposte.

Il “trionfo del populismo”, insiste Cassese, “nutre il rifiuto degli intellettuali” perché “l’atteggiamento populista e le forze politiche che lo suscitano o lo coltivano sono fondati su un falso egualitarismo che, a seconda dei casi, o dichiara di poter fare a meno degli intellettuali, spesso accusati di avere tradito le aspettative popolari o li relega in una posizione inferiore, oppure ne fa un uso strumentale”.

Una tendenza negativa, cui controbattere con riflessioni accurate sul lavoro intellettuale e sulla necessità di una vera e propria “battaglia delle idee” contro le demagogie, la volgarità faziosa che dilaga in Tv e social media, la diffusione delle fake news, la svalutazione della conoscenza, i premi al demerito degli incompetenti irresponsabili.

Bisogna tornare a studiare, leggere, scrivere, ricercare, approfondire problemi e punti di vista. Disegnare nuove mappe dei sapere. Lavorare sulla relazione tra memoria e futuro, radici e innovazione. E arricchire il capitale sociale delle competenze. Perché “le élite, i competenti, sono un ingrediente critico essenziale della democrazia”.

La sfida riguarda le professioni intellettuali (rileggere Max Weber). Ma anche il mondo politico ed economico, le organizzazioni sociali e le imprese, le strutture di associazione e rappresentanza. A nessuno sono consentite mediocrità, ignoranza, approssimazioni.

La vita economica e sociale non è un talk show. E le complessità della “società del rischio” richiedono risposte approfondite e articolate, pensieri lunghi, indagini rigorose sull’evoluzione degli equilibri sociali e indicazioni sulle cose da fare, in termini di scelte politiche e strumenti di intervento. Un pensiero denso come strumento di lavoro. Una politica come dovere da civil servants.

Racconta Cassese: “Fa parte della tradizione italiana il ruolo dei professori universitari come public intellectuals o public moralists (si pensi solo a Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Vilfredo Pareto, Luigi Einaudi). Proprio quando si contrappongono, sbagliando, popolo ed élite, occorre che i membri dell’élite si facciano sentire, e non per restare prigionieri della contrapposizione, ma per mostrare di essere capaci di interpretare la società in cui vivono (e, quindi, il popolo)”. Bisogna, insomma, “reagire all’esaurimento dell’attitudine al dialogo, dovuto alla crisi dei partiti e alla possibilità illimitata di tutti di esprimersi attraverso il web”.

Cassese insiste sul “metodo della riflessione”. Ricorda la rivalutazione, proprio nella stagione della pandemia, dell’importanza della scienza e della ricerca. Conosce bene il peso e il prestigio delle personalità della cultura e delle associazioni di studio e dibattito. Sottolinea il valore della scrittura e del “discorso pubblico” ben informato e dunque capace di critica. E sostiene: “Gli intellettuali debbono insegnare razionalità e dialogo, nonché far sperare in un possibile futuro migliore, che non vuol dire minor severità rispetto a quello che va storto, e proprio per questo vedere un futuro non nero”. E, dunque “non abbandonare il proprio mestiere di studiosi, ma allargarlo, farvi partecipare un pubblico più vasto, se si ha qualcosa da dire che interessi un tale pubblico. Ciò richiede anche capacità di ‘reinventarsi’, ma senza tradire il proprio mestiere”.

In questa reinvenzione, serve rivalutare e rilanciare l’importanza delle parole, dette e scritte, della chiarezza del linguaggio, del peso di ciò che si dice e si fa. C’è bisogno di una “ecologia linguistica che restituisca alla parola il potere di illuminare, non di nascondere e sequestrare la realtà, che ci consenta di capire e leggere il mondo con occhi non affollati da giudizi né offuscati da pregiudizi; che ci insegni l’arte dell’imposizione dei nomi”, come ricorda Ivano Dionigi, latinista, in “Benedetta parola. La rivincita del tempo”, Il Mulino. Una parola che chiarisce. Una parola che insegna. Una parola che crea il cambiamento del mondo.

Una parola che ci guida attraverso la storia. Come, tanto per fare un solo nome, ci ha insegnato Ludwig Wittgenstein: “La nostra lingua è come una vecchia città: un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse, e, intorno, la cintura dei nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali… Rappresentarsi una lingua significa rappresentarsi una forma di vita”. Una fondamentale responsabilità intellettuale, lungo le nuove mappe della conoscenza, da riscoprire e, contemporaneamente, riscrivere.

“Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con/ i fiammiferi”, scriveva nel 1946 Jacques Prévert. Perché, “con tante chiacchiere generose sul lavoro/ dei muratori”, ecco che “se lo si lascia solo/ il mondo mentale/ mente/ monumentalmente”. Era maestro d’ironia, Prévert. Poeta sottile, capace di intensi versi d’amore. E dissacrante critico delle ipocrisie sociali. Compresa l’alterigia delle classi colte, gli intellettuali appunto, nei rapporti con i sentimenti “popolari”. Ma era, proprio lui, un grande intellettuale. Capace di letture profonde di idee, passioni e sentimenti. E di indicazioni severe sulle scelte di vita. Tutt’altro che un “chierico” conformista.

Quei versi sugli intellettuali e i fiammiferi ricorrono nelle pagine di un libro lucido e rigoroso, scritto di recente da Sabino Cassese, uno dei migliori giuristi della cultura politica europea, pubblicato da Il Mulino nella stimolante collana “Parole controtempo” e intitolato, appunto, “Intellettuali”.

Nei “tempi bui sia per gli intellettuali, sia per i mezzi di cui si valgono per farsi ascoltare” perché “se ‘uno vale uno’ non c’è differenza tra il sapiente e l’ignorante”, Cassese rilancia i valori dell’impegno intellettuale, lo studio, la ricerca, la divulgazione del sapere e ne sottolinea l’intreccio tra libertà e responsabilità. Proprio in stagioni così difficili, controverse, cariche di nuove sfide politiche, economiche e sociali e di antiche tensioni che si ripropongono in forme nuove (la crisi della globalizzazione, la pandemia, la guerra, i disastri ambientali, le sempre più insopportabili disuguaglianze di diritti, condizioni di vita e opportunità di sviluppo) tocca agli intellettuali porre nel discorso pubblico domande di senso e perfezionare gli strumenti per le risposte.

Il “trionfo del populismo”, insiste Cassese, “nutre il rifiuto degli intellettuali” perché “l’atteggiamento populista e le forze politiche che lo suscitano o lo coltivano sono fondati su un falso egualitarismo che, a seconda dei casi, o dichiara di poter fare a meno degli intellettuali, spesso accusati di avere tradito le aspettative popolari o li relega in una posizione inferiore, oppure ne fa un uso strumentale”.

Una tendenza negativa, cui controbattere con riflessioni accurate sul lavoro intellettuale e sulla necessità di una vera e propria “battaglia delle idee” contro le demagogie, la volgarità faziosa che dilaga in Tv e social media, la diffusione delle fake news, la svalutazione della conoscenza, i premi al demerito degli incompetenti irresponsabili.

Bisogna tornare a studiare, leggere, scrivere, ricercare, approfondire problemi e punti di vista. Disegnare nuove mappe dei sapere. Lavorare sulla relazione tra memoria e futuro, radici e innovazione. E arricchire il capitale sociale delle competenze. Perché “le élite, i competenti, sono un ingrediente critico essenziale della democrazia”.

La sfida riguarda le professioni intellettuali (rileggere Max Weber). Ma anche il mondo politico ed economico, le organizzazioni sociali e le imprese, le strutture di associazione e rappresentanza. A nessuno sono consentite mediocrità, ignoranza, approssimazioni.

La vita economica e sociale non è un talk show. E le complessità della “società del rischio” richiedono risposte approfondite e articolate, pensieri lunghi, indagini rigorose sull’evoluzione degli equilibri sociali e indicazioni sulle cose da fare, in termini di scelte politiche e strumenti di intervento. Un pensiero denso come strumento di lavoro. Una politica come dovere da civil servants.

Racconta Cassese: “Fa parte della tradizione italiana il ruolo dei professori universitari come public intellectuals o public moralists (si pensi solo a Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Vilfredo Pareto, Luigi Einaudi). Proprio quando si contrappongono, sbagliando, popolo ed élite, occorre che i membri dell’élite si facciano sentire, e non per restare prigionieri della contrapposizione, ma per mostrare di essere capaci di interpretare la società in cui vivono (e, quindi, il popolo)”. Bisogna, insomma, “reagire all’esaurimento dell’attitudine al dialogo, dovuto alla crisi dei partiti e alla possibilità illimitata di tutti di esprimersi attraverso il web”.

Cassese insiste sul “metodo della riflessione”. Ricorda la rivalutazione, proprio nella stagione della pandemia, dell’importanza della scienza e della ricerca. Conosce bene il peso e il prestigio delle personalità della cultura e delle associazioni di studio e dibattito. Sottolinea il valore della scrittura e del “discorso pubblico” ben informato e dunque capace di critica. E sostiene: “Gli intellettuali debbono insegnare razionalità e dialogo, nonché far sperare in un possibile futuro migliore, che non vuol dire minor severità rispetto a quello che va storto, e proprio per questo vedere un futuro non nero”. E, dunque “non abbandonare il proprio mestiere di studiosi, ma allargarlo, farvi partecipare un pubblico più vasto, se si ha qualcosa da dire che interessi un tale pubblico. Ciò richiede anche capacità di ‘reinventarsi’, ma senza tradire il proprio mestiere”.

In questa reinvenzione, serve rivalutare e rilanciare l’importanza delle parole, dette e scritte, della chiarezza del linguaggio, del peso di ciò che si dice e si fa. C’è bisogno di una “ecologia linguistica che restituisca alla parola il potere di illuminare, non di nascondere e sequestrare la realtà, che ci consenta di capire e leggere il mondo con occhi non affollati da giudizi né offuscati da pregiudizi; che ci insegni l’arte dell’imposizione dei nomi”, come ricorda Ivano Dionigi, latinista, in “Benedetta parola. La rivincita del tempo”, Il Mulino. Una parola che chiarisce. Una parola che insegna. Una parola che crea il cambiamento del mondo.

Una parola che ci guida attraverso la storia. Come, tanto per fare un solo nome, ci ha insegnato Ludwig Wittgenstein: “La nostra lingua è come una vecchia città: un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse, e, intorno, la cintura dei nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali… Rappresentarsi una lingua significa rappresentarsi una forma di vita”. Una fondamentale responsabilità intellettuale, lungo le nuove mappe della conoscenza, da riscoprire e, contemporaneamente, riscrivere.