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Il valore dei buoni maestri per le battaglie culturali e civili e la ripresa economica Ue

La tragedia di una guerra, nel cuore dell’Europa, con le atrocità, il dolore delle vittime, i pericoli di un allargamento del fronte del conflitto, sino a paventare il rischio atomico. E, sul fronte economico e sociale, le ombre dell’intreccio tra inflazione e recessione. Viviamo settimane di cupezza, mentre sono tutt’altro che dissolti i contagi della pandemia da Covid19 con il suo strascico di morte e infermità di lunga durata. E resta d’attualità l’incombere di catastrofi da climate change. Il tempo presente è drammatico, tra “la società del rischio” teorizzata da Ulrich Beck e “l’età dell’incertezza” in una dimensione ben più complessa di quella pur analizzata con lungimiranza, alla fine degli anni Settanta del Novecento, da John Kenneth Galbraith. E la “società liquida”, sfuggente, multiforme e contraddittoria lucidamente descritta da Zygmunt Bauman si ritrova molto più carica di tensioni e afflitta da “retrotopia”, da nostalgia d’un passato apprezzato come luogo magico di stabilità e buon futuro. Si incrinano i miti del “progresso”, della “ragione”, della crescita economica di lunga durata e della globalizzazione trionfante perché positiva per tutti. E, nel fluire doloroso di eventi che sino a ieri non avevamo previsto (appaiono in scena i “cigni neri” rari e inattesi delle crisi radicali), crescono delusioni, rancori, fughe sconsiderate nel “pensiero magico” e nelle teorie dei “complotti” e cresce il fascino per i leader autoritari, per le scorciatoie dell’assolutismo.

Accettare il declino e il degrado? Lasciarsi “assorbire dall’inferno”? Tutt’altro. Semmai, rileggendo la sapiente conclusione de “Le città invisibili” di Italo Calvino, è necessario “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

La guerra, la pandemia ancora in corso e le devastazioni ambientali sono il nostro “inferno”. E c’è, appunto in stagioni così difficili e controverse, una chiara responsabilità per gli intellettuali e per gli attori sociali che hanno a cuore qualità e stabilità di un migliore futuro: approfondire pensieri critici sugli equilibri politici, economici e sociali da ricostruire e scrivere nuove e migliori mappe della conoscenza d’un mondo in trasformazione. Pensieri critici fondati su scienza e competenze, tutto il contrario del vociare vanitoso e scomposto nei talk show in Tv e sui social media. E mappe di valori e relazioni, spoglie di nostalgie e pensieri malinconici e dense, semmai, di progetti e strumenti per nuove governance che investano relazioni, interessi, affari, valori.

Sono tempi in cui affidarsi a buoni maestri, valorizzando il senso etimologico della parola, quel magister forte del magis, che indica qualità, ben diverso dal plus che indica qualità (una distinzione ben messa in evidenza da un sapiente giurista, Natalino Irti). E in cui, appunto in nome del valore del pensiero critico, imparare a distinguere più e meglio di prima, cultura da propaganda, intelligenza da conformismo (c’è del conformismo anche nella cancel culture e nei vezzi salottieri controcorrente), conoscenza e sincera volontà di entrare nel merito di conflitti e contraddizioni e corsa incoerente a strappare consensi nei sondaggi d’opinione senza curarsi delle conseguenze sugli assetti politici e sociali.

Restiamo ancora sul latino, lingua esatta, del “ragionare”, per ricordare (lo avevamo fatto nel blog dell’1 febbraio) la distinzione tra loquens (chi parla comunque, indipendentemente dal peso e dal valore di ciò che dice) ed eloquens (chi parla bene sapendo ciò che dice). E affidiamoci alla chiarezza francese che sa distinguere écrivain (lo scrittore, prendendo ad esempio Pascal, admirable écrivain, secondo Saint-Beuve) da écrivant (chi fa scrittura tecnica, burocratica, senza spessore né qualità intellettuale e creativa).

E’ il tempo dei maestri capaci di parlare, scrivere, ragionare. E ingaggiare una vera e propria battaglia delle idee per difendere, riaffermare e rilanciare i valori della società aperta, della democrazia liberale che è tutt’altro che “decadente e obsoleta”, del pensiero critico e dello sviluppo sostenibile, ambientale e sociale, maturato nell’ambito della democrazia economica e dell’economia di mercato.

E’ il tempo del dialogo, naturalmente, tra l’Occidente democratico e il resto del mondo, apprezzando le diversità di culture e valori, senza pretendere di “esportare la democrazia” ma anche senza rinunciare a difendere lo “Stato di diritto” (vale la pena, a proposito, di rileggere le opere di Giovanni Sartori, un grande maestro della democrazia liberale e parlamentare, a cinque anni dalla sua scomparsa, come suggerisce correttamente il “Corriere della Sera” di domenica 3 aprile).

E’ il tempo di insistere sul ruolo e il peso di una Ue che, dopo aver organizzato una positiva risposta alla pandemia e alle sue conseguenze economiche con il Recovery Plan Next Generation,  adesso ragiona di autonomia e sicurezza strategica, parlando di politiche comuni per la difesa, l’energia e la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. E ha ragione Lucrezia Reichlin quando sostiene che “per rispondere alla crisi ucraina serve una nuova governance economica” (“Il Sole24Ore”, 2 aprile) per “lo sviluppo di una capacità economica comune” per fare fronte a recessione, transizione energetica e digitale, risposte alle tensioni sociali conseguenti.

Nessuno sa bene come e quando usciremo da questa crisi. Sappiamo però che servono risposte politiche e culturali all’altezza delle sfide geopolitiche che investono non solo il mondo degli affari, ma soprattutto gli assetti democratici e civili, un intero sistema di valori cui non rinunciare.

Rieccoci, così, all’orizzonte largo dei buoni maestri. Rileggendo, con un filo di speranza, le parole del profeta Isaia: “Sentinella, dimmi, quanto resta ancora della notte?”. ”La notte sta per finire, ma l’alba non è ancora spuntata; tornate di nuovo perciò a domandare; non vi stancate, insistete!”. In questo tempo tagliente e incerto, serve andare avanti, a capire, a cercare, senza cedere allo sconforto e alla resa.

La tragedia di una guerra, nel cuore dell’Europa, con le atrocità, il dolore delle vittime, i pericoli di un allargamento del fronte del conflitto, sino a paventare il rischio atomico. E, sul fronte economico e sociale, le ombre dell’intreccio tra inflazione e recessione. Viviamo settimane di cupezza, mentre sono tutt’altro che dissolti i contagi della pandemia da Covid19 con il suo strascico di morte e infermità di lunga durata. E resta d’attualità l’incombere di catastrofi da climate change. Il tempo presente è drammatico, tra “la società del rischio” teorizzata da Ulrich Beck e “l’età dell’incertezza” in una dimensione ben più complessa di quella pur analizzata con lungimiranza, alla fine degli anni Settanta del Novecento, da John Kenneth Galbraith. E la “società liquida”, sfuggente, multiforme e contraddittoria lucidamente descritta da Zygmunt Bauman si ritrova molto più carica di tensioni e afflitta da “retrotopia”, da nostalgia d’un passato apprezzato come luogo magico di stabilità e buon futuro. Si incrinano i miti del “progresso”, della “ragione”, della crescita economica di lunga durata e della globalizzazione trionfante perché positiva per tutti. E, nel fluire doloroso di eventi che sino a ieri non avevamo previsto (appaiono in scena i “cigni neri” rari e inattesi delle crisi radicali), crescono delusioni, rancori, fughe sconsiderate nel “pensiero magico” e nelle teorie dei “complotti” e cresce il fascino per i leader autoritari, per le scorciatoie dell’assolutismo.

Accettare il declino e il degrado? Lasciarsi “assorbire dall’inferno”? Tutt’altro. Semmai, rileggendo la sapiente conclusione de “Le città invisibili” di Italo Calvino, è necessario “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

La guerra, la pandemia ancora in corso e le devastazioni ambientali sono il nostro “inferno”. E c’è, appunto in stagioni così difficili e controverse, una chiara responsabilità per gli intellettuali e per gli attori sociali che hanno a cuore qualità e stabilità di un migliore futuro: approfondire pensieri critici sugli equilibri politici, economici e sociali da ricostruire e scrivere nuove e migliori mappe della conoscenza d’un mondo in trasformazione. Pensieri critici fondati su scienza e competenze, tutto il contrario del vociare vanitoso e scomposto nei talk show in Tv e sui social media. E mappe di valori e relazioni, spoglie di nostalgie e pensieri malinconici e dense, semmai, di progetti e strumenti per nuove governance che investano relazioni, interessi, affari, valori.

Sono tempi in cui affidarsi a buoni maestri, valorizzando il senso etimologico della parola, quel magister forte del magis, che indica qualità, ben diverso dal plus che indica qualità (una distinzione ben messa in evidenza da un sapiente giurista, Natalino Irti). E in cui, appunto in nome del valore del pensiero critico, imparare a distinguere più e meglio di prima, cultura da propaganda, intelligenza da conformismo (c’è del conformismo anche nella cancel culture e nei vezzi salottieri controcorrente), conoscenza e sincera volontà di entrare nel merito di conflitti e contraddizioni e corsa incoerente a strappare consensi nei sondaggi d’opinione senza curarsi delle conseguenze sugli assetti politici e sociali.

Restiamo ancora sul latino, lingua esatta, del “ragionare”, per ricordare (lo avevamo fatto nel blog dell’1 febbraio) la distinzione tra loquens (chi parla comunque, indipendentemente dal peso e dal valore di ciò che dice) ed eloquens (chi parla bene sapendo ciò che dice). E affidiamoci alla chiarezza francese che sa distinguere écrivain (lo scrittore, prendendo ad esempio Pascal, admirable écrivain, secondo Saint-Beuve) da écrivant (chi fa scrittura tecnica, burocratica, senza spessore né qualità intellettuale e creativa).

E’ il tempo dei maestri capaci di parlare, scrivere, ragionare. E ingaggiare una vera e propria battaglia delle idee per difendere, riaffermare e rilanciare i valori della società aperta, della democrazia liberale che è tutt’altro che “decadente e obsoleta”, del pensiero critico e dello sviluppo sostenibile, ambientale e sociale, maturato nell’ambito della democrazia economica e dell’economia di mercato.

E’ il tempo del dialogo, naturalmente, tra l’Occidente democratico e il resto del mondo, apprezzando le diversità di culture e valori, senza pretendere di “esportare la democrazia” ma anche senza rinunciare a difendere lo “Stato di diritto” (vale la pena, a proposito, di rileggere le opere di Giovanni Sartori, un grande maestro della democrazia liberale e parlamentare, a cinque anni dalla sua scomparsa, come suggerisce correttamente il “Corriere della Sera” di domenica 3 aprile).

E’ il tempo di insistere sul ruolo e il peso di una Ue che, dopo aver organizzato una positiva risposta alla pandemia e alle sue conseguenze economiche con il Recovery Plan Next Generation,  adesso ragiona di autonomia e sicurezza strategica, parlando di politiche comuni per la difesa, l’energia e la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. E ha ragione Lucrezia Reichlin quando sostiene che “per rispondere alla crisi ucraina serve una nuova governance economica” (“Il Sole24Ore”, 2 aprile) per “lo sviluppo di una capacità economica comune” per fare fronte a recessione, transizione energetica e digitale, risposte alle tensioni sociali conseguenti.

Nessuno sa bene come e quando usciremo da questa crisi. Sappiamo però che servono risposte politiche e culturali all’altezza delle sfide geopolitiche che investono non solo il mondo degli affari, ma soprattutto gli assetti democratici e civili, un intero sistema di valori cui non rinunciare.

Rieccoci, così, all’orizzonte largo dei buoni maestri. Rileggendo, con un filo di speranza, le parole del profeta Isaia: “Sentinella, dimmi, quanto resta ancora della notte?”. ”La notte sta per finire, ma l’alba non è ancora spuntata; tornate di nuovo perciò a domandare; non vi stancate, insistete!”. In questo tempo tagliente e incerto, serve andare avanti, a capire, a cercare, senza cedere allo sconforto e alla resa.