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Il violino di Accardo per il Canto della fabbrica: ecco la musica per raccontare l’industria digitale

Quale musica per raccontare la fabbrica? Ieri i “Quattro colpi di sirena” della Seconda Sinfonia di Dmitrij Shostakovich, scritta nel 1937 evocando l’industria dei primi del Novecento, acciaio, fumo, fatica pesante della produzione in serie. Poi, nella seconda metà del secolo, le composizioni di John Cage, Luciano Berio e Luigi Nono: rumori metallici, conflitti, dissonanze. E oggi? Il violino di Salvatore Accardo e gli archi dell’Orchestra da Camera Italiana per “Il Canto della fabbrica” che interpreta i ritmi della manifattura digitale degli anni Duemila, computer, robot e file dell’Intelligenza Artificiale. Tutta un’altra cultura d’impresa, un’altra idea della relazione tra macchine e persone che vi lavorano, tra industria e ambiente. Cambia, nel corso del tempo, la manifattura, nei rapidi mutamenti high-tech e del predominio dell’economia della conoscenza. Cambia radicalmente, appunto, anche la musica per raccontarla.

La fabbrica del Novecento aveva dato forma alla razionalità dominante nel secolo, applicata alle logiche della produzione e del consumo di massa, con tutto il carico dei conflitti e delle mediazioni per attenuarli. Ma quella razionalità ha avuto una cadenza storica. E oggi viviamo la trasformazione di gran parte delle regole e delle ricadute produttive, come conseguenza delle profonde innovazioni scientifiche e tecnologiche. Anche la razionalità economica cambia verso. La fabbrica digitale ne è metamorfosi, innovando produzioni e prodotti, materiali, mestieri e professioni, linguaggi, radicamenti sui territori e adattamenti ai mercati globali, con masse di consumatori sempre più ampie ma anche nicchie sempre più definite.

Neo-fabbriche o post-fabbriche? Manifatture, comunque, in cui l’innovazione è via via più rapida e sorprendente. Che musica, di tutto questo, può dunque interpretare l’anima? L’ispirazione, visto che di musica stiamo parlando, non può non essere ritrovata in una frase di Gustav Mahler: «La tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri». Sintesi straordinaria di contemporaneità lungo il crinale sempre mobile di memoria e futuro.

La storia de “Il Canto della fabbrica”, un progetto della Fondazione Pirelli, comincia con un incontro. Tra gli ingegneri, i tecnici, gli operai specializzati di un’industria ad alta tecnologia digitale, e i musicisti di un’orchestra d’archi. Un confronto originale di linguaggi, competenze, visioni. Uno scambio aperto d’esperienze. Nasce così, nel corso degli ultimi mesi del 2017, quel Canto, un “ricercare” su quattro note che dà forma musicale ai ritmi e ai suoni di una delle più innovative strutture produttive, lo stabilimento Pirelli di Settimo Torinese, una “fabbrica bella” e cioè trasparente, inclusiva, sostenibile, luminosa, sicura e dunque più produttiva e competitiva, con la “Spina”, la struttura di servizi e di laboratori di ricerca, progettata da Renzo Piano, architetto particolarmente attento alla bellezza, all’ambiente (il corpo centrale è circondato da 400 alberi di ciliegio, “la fabbrica nel giardino dei ciliegi”, per usare una suggestiva evocazione letteraria) e, naturalmente, sensibilissimo alla musica e grande amico e ammiratore di Accardo.Quella “fabbrica bella” non è affatto un’operazione cosmetica. Ma è il risultato della scelta d’imprimere ancora una volta ai luoghi del lavoro produttivo il segno forte d’una grande operazione culturale, che interpreta il tempo e ne sottolinea i cambiamenti: un intervento economico ma anche una scelta civile, un’affermazione profonda di cultura d’impresa sostenibile. Cultura del fare bene. E del ben essere.

La musica de “Il Canto della fabbrica”, in questo processo, è un capitolo essenziale. Con una dimensione carica di convergenze e contrasti: il massimo dell’incorporeità, la musica, con le note che abitano nell’aria e nell’anima; e il massimo della materialità, la fabbrica: macchine, acciaio, gomma, peso, prodotto. Ma il contrasto è solo parziale. Perché una fabbrica non è soltanto in suoi macchinari. Ma le idee da cui nasce, le passioni da cui origina e che ispira, gli stati d’animo che ne accompagnano i ritmi, la creatività che ne segna l’evoluzione. Dalla materialità si torna nei territori dell’incorporeo, con un processo ancora più accentuato in tempi di fabbrica digital, di bit e data. E il linguaggio comune, tra musica e fabbrica, sta in un’altra dimensione del pensiero creativo e produttivo: la matematica.
L’autore del Canto è Francesco Fiore, uno dei maggiori musicisti italiani, che ha pensato la composizione per l’interpretazione di Salvatore Accardo e degli archi dell’Orchestra da Camera Italiana da lui diretta, con Laura Gorna primo violino. Musica nata dalla fabbrica, dunque. Ed eseguita in prima mondiale proprio là dov’era cominciata la sua concezione, nel Polo Industriale di Settimo, nel pomeriggio dell’8 settembre 2017, durante MiTo (il festival di musica tra Milano e Torino), davanti a un pubblico di un migliaio di persone (parecchi i dipendenti dello stabilimento e i loro familiari). La musica è tornata in fabbrica e da lì se ne va in giro, per i palcoscenici del mondo.

Adesso arriva a Trento, al Festival dell’Economia, la sera del 3 giugno. Non un evento, nella volatilità delle rappresentazioni culturali che affollano i calendari delle manifestazioni. Ma qualcosa di più: la forma d’un processo profondo di cambiamento che segna culture, comportamenti, relazioni. E racconto, una vera e propria nuova struttura narrativa, nella “leggerezza” calviniana della musica. Fabbrica globale, musica globale.
Qual è, ancora oggi, il senso di questo incontro?
Si parte, appunto, dalle considerazioni sulla straordinaria mutazione delle fabbriche ancora in corso, con Industry 4.0, in un’Italia che resta comunque il secondo paese manifatturiero europeo dopo la Germania. Cambiano gli apparati produttivi, le macchine diventano digitali, la meccanica si definisce da tempo «meccatronica» (l’elettronica, cioè, ne è sempre più componente essenziale). Robot. Computer. Relazioni web via via più fitte. Big data. Internet of things. Data science e data analysis. Tute blu che diventano camici bianchi. Tablet per guidare una confezionatrice o un tornio e coordinare tutte le fasi delle supply chain sino alla logistica e ai mercati. Mansioni che crescono per consapevolezza e qualità. Conoscenze che si sviluppano. Resta, insomma, l’attitudine italiana alla manifattura di qualità, ma con un’anima high-tech. Cambiano naturalmente pure il lavoro e le competenze delle persone.

La “fabbrica bella” ha un nuovo volto e una nuova cultura. Anche una sua musica. L’innovazione, in questa rappresentazione, coglie e sviluppa i ritmi del tempo. Suggerisce suoni.
Eccolo, dunque, “Il canto della fabbrica”. Osservazione, ascolto, scoperta. E dialogo. Tra gli strumenti, le macchine (i mescolatori, le calandre, i robot Next Mirs) e i violini, i violoncelli e le viole. Tra i tecnici dell’industria e i musicisti. Ritmi da cui farsi ispirare e da rielaborare, e silenzi, come intervalli della produzione e “spazio interiore di risonanza della musica” (secondo la lezione innovativa d’un grande musicista, Salvatore Sciarrino). La produzione rivela inedite sonorità. La musica dell’Orchestra ne è un’originale interpretazione. Lavoro. Cultura e racconto musicale. Creatività frutto di ibridazione.
Innovazione e cambiamento, appunto. Vita. “Senza la musica la vita sarebbe un errore”, ama dire Accardo citando Friedrich Nietzsche.
Racconta il maestro Fiore, sottolineando i temi ispiratori: «Una fabbrica intesa come luogo dell’uomo che interviene nell’ambiente naturale per creare un suo spazio di lavoro, e dove il sapere e il lavoro comune devono trovare una sintesi in un prodotto finale: appunto, la musica. Il silenzioso balletto dei robot con i loro movimenti d’una grazia meccanica così estranea al gesto naturale dell’uomo. La coesistenza del vecchio e del nuovo, fatica umana e automi apparentemente impassibili e instancabili, antichi macchinari e computer di ultimissima generazione. Tutto questo ho cercato di riversare nel mio brano: come da un’idea o cellula primigenia (nel caso specifico le note mi-do-sol-do diesis) si possa, attraverso la trasformazione e l’elaborazione, creare qualcosa che non perda il contatto con l’elemento generante, ma segua le varie ramificazioni, a volte contraddittorie o contrastanti che un processo di sviluppo può portare”.

Musica e comunità. Ricorda Salvatore Accardo: “Con Francesco Fiore abbiamo passato quasi un anno a provare, sperimentare suoni e armonie. E abbiamo condiviso l’importanza del ‘fare con mano’, toccando la materia, in questo caso musicale, strumentale, plasmandola secondo le caratteristiche degli interpreti, rinnovando un sapere antico”.
“Fare con mano”, si dice anche del lavoro di fabbrica: manifattura. Ed è affascinante, insiste Accardo, “questa convergenza creativa tra musicisti e tecnici, uomini e donne di cultura musicale e ingegneri e operai. Il lavoro e il suono. Sintesi di profonda emozione”.

Quale musica per raccontare la fabbrica? Ieri i “Quattro colpi di sirena” della Seconda Sinfonia di Dmitrij Shostakovich, scritta nel 1937 evocando l’industria dei primi del Novecento, acciaio, fumo, fatica pesante della produzione in serie. Poi, nella seconda metà del secolo, le composizioni di John Cage, Luciano Berio e Luigi Nono: rumori metallici, conflitti, dissonanze. E oggi? Il violino di Salvatore Accardo e gli archi dell’Orchestra da Camera Italiana per “Il Canto della fabbrica” che interpreta i ritmi della manifattura digitale degli anni Duemila, computer, robot e file dell’Intelligenza Artificiale. Tutta un’altra cultura d’impresa, un’altra idea della relazione tra macchine e persone che vi lavorano, tra industria e ambiente. Cambia, nel corso del tempo, la manifattura, nei rapidi mutamenti high-tech e del predominio dell’economia della conoscenza. Cambia radicalmente, appunto, anche la musica per raccontarla.

La fabbrica del Novecento aveva dato forma alla razionalità dominante nel secolo, applicata alle logiche della produzione e del consumo di massa, con tutto il carico dei conflitti e delle mediazioni per attenuarli. Ma quella razionalità ha avuto una cadenza storica. E oggi viviamo la trasformazione di gran parte delle regole e delle ricadute produttive, come conseguenza delle profonde innovazioni scientifiche e tecnologiche. Anche la razionalità economica cambia verso. La fabbrica digitale ne è metamorfosi, innovando produzioni e prodotti, materiali, mestieri e professioni, linguaggi, radicamenti sui territori e adattamenti ai mercati globali, con masse di consumatori sempre più ampie ma anche nicchie sempre più definite.

Neo-fabbriche o post-fabbriche? Manifatture, comunque, in cui l’innovazione è via via più rapida e sorprendente. Che musica, di tutto questo, può dunque interpretare l’anima? L’ispirazione, visto che di musica stiamo parlando, non può non essere ritrovata in una frase di Gustav Mahler: «La tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri». Sintesi straordinaria di contemporaneità lungo il crinale sempre mobile di memoria e futuro.

La storia de “Il Canto della fabbrica”, un progetto della Fondazione Pirelli, comincia con un incontro. Tra gli ingegneri, i tecnici, gli operai specializzati di un’industria ad alta tecnologia digitale, e i musicisti di un’orchestra d’archi. Un confronto originale di linguaggi, competenze, visioni. Uno scambio aperto d’esperienze. Nasce così, nel corso degli ultimi mesi del 2017, quel Canto, un “ricercare” su quattro note che dà forma musicale ai ritmi e ai suoni di una delle più innovative strutture produttive, lo stabilimento Pirelli di Settimo Torinese, una “fabbrica bella” e cioè trasparente, inclusiva, sostenibile, luminosa, sicura e dunque più produttiva e competitiva, con la “Spina”, la struttura di servizi e di laboratori di ricerca, progettata da Renzo Piano, architetto particolarmente attento alla bellezza, all’ambiente (il corpo centrale è circondato da 400 alberi di ciliegio, “la fabbrica nel giardino dei ciliegi”, per usare una suggestiva evocazione letteraria) e, naturalmente, sensibilissimo alla musica e grande amico e ammiratore di Accardo.Quella “fabbrica bella” non è affatto un’operazione cosmetica. Ma è il risultato della scelta d’imprimere ancora una volta ai luoghi del lavoro produttivo il segno forte d’una grande operazione culturale, che interpreta il tempo e ne sottolinea i cambiamenti: un intervento economico ma anche una scelta civile, un’affermazione profonda di cultura d’impresa sostenibile. Cultura del fare bene. E del ben essere.

La musica de “Il Canto della fabbrica”, in questo processo, è un capitolo essenziale. Con una dimensione carica di convergenze e contrasti: il massimo dell’incorporeità, la musica, con le note che abitano nell’aria e nell’anima; e il massimo della materialità, la fabbrica: macchine, acciaio, gomma, peso, prodotto. Ma il contrasto è solo parziale. Perché una fabbrica non è soltanto in suoi macchinari. Ma le idee da cui nasce, le passioni da cui origina e che ispira, gli stati d’animo che ne accompagnano i ritmi, la creatività che ne segna l’evoluzione. Dalla materialità si torna nei territori dell’incorporeo, con un processo ancora più accentuato in tempi di fabbrica digital, di bit e data. E il linguaggio comune, tra musica e fabbrica, sta in un’altra dimensione del pensiero creativo e produttivo: la matematica.
L’autore del Canto è Francesco Fiore, uno dei maggiori musicisti italiani, che ha pensato la composizione per l’interpretazione di Salvatore Accardo e degli archi dell’Orchestra da Camera Italiana da lui diretta, con Laura Gorna primo violino. Musica nata dalla fabbrica, dunque. Ed eseguita in prima mondiale proprio là dov’era cominciata la sua concezione, nel Polo Industriale di Settimo, nel pomeriggio dell’8 settembre 2017, durante MiTo (il festival di musica tra Milano e Torino), davanti a un pubblico di un migliaio di persone (parecchi i dipendenti dello stabilimento e i loro familiari). La musica è tornata in fabbrica e da lì se ne va in giro, per i palcoscenici del mondo.

Adesso arriva a Trento, al Festival dell’Economia, la sera del 3 giugno. Non un evento, nella volatilità delle rappresentazioni culturali che affollano i calendari delle manifestazioni. Ma qualcosa di più: la forma d’un processo profondo di cambiamento che segna culture, comportamenti, relazioni. E racconto, una vera e propria nuova struttura narrativa, nella “leggerezza” calviniana della musica. Fabbrica globale, musica globale.
Qual è, ancora oggi, il senso di questo incontro?
Si parte, appunto, dalle considerazioni sulla straordinaria mutazione delle fabbriche ancora in corso, con Industry 4.0, in un’Italia che resta comunque il secondo paese manifatturiero europeo dopo la Germania. Cambiano gli apparati produttivi, le macchine diventano digitali, la meccanica si definisce da tempo «meccatronica» (l’elettronica, cioè, ne è sempre più componente essenziale). Robot. Computer. Relazioni web via via più fitte. Big data. Internet of things. Data science e data analysis. Tute blu che diventano camici bianchi. Tablet per guidare una confezionatrice o un tornio e coordinare tutte le fasi delle supply chain sino alla logistica e ai mercati. Mansioni che crescono per consapevolezza e qualità. Conoscenze che si sviluppano. Resta, insomma, l’attitudine italiana alla manifattura di qualità, ma con un’anima high-tech. Cambiano naturalmente pure il lavoro e le competenze delle persone.

La “fabbrica bella” ha un nuovo volto e una nuova cultura. Anche una sua musica. L’innovazione, in questa rappresentazione, coglie e sviluppa i ritmi del tempo. Suggerisce suoni.
Eccolo, dunque, “Il canto della fabbrica”. Osservazione, ascolto, scoperta. E dialogo. Tra gli strumenti, le macchine (i mescolatori, le calandre, i robot Next Mirs) e i violini, i violoncelli e le viole. Tra i tecnici dell’industria e i musicisti. Ritmi da cui farsi ispirare e da rielaborare, e silenzi, come intervalli della produzione e “spazio interiore di risonanza della musica” (secondo la lezione innovativa d’un grande musicista, Salvatore Sciarrino). La produzione rivela inedite sonorità. La musica dell’Orchestra ne è un’originale interpretazione. Lavoro. Cultura e racconto musicale. Creatività frutto di ibridazione.
Innovazione e cambiamento, appunto. Vita. “Senza la musica la vita sarebbe un errore”, ama dire Accardo citando Friedrich Nietzsche.
Racconta il maestro Fiore, sottolineando i temi ispiratori: «Una fabbrica intesa come luogo dell’uomo che interviene nell’ambiente naturale per creare un suo spazio di lavoro, e dove il sapere e il lavoro comune devono trovare una sintesi in un prodotto finale: appunto, la musica. Il silenzioso balletto dei robot con i loro movimenti d’una grazia meccanica così estranea al gesto naturale dell’uomo. La coesistenza del vecchio e del nuovo, fatica umana e automi apparentemente impassibili e instancabili, antichi macchinari e computer di ultimissima generazione. Tutto questo ho cercato di riversare nel mio brano: come da un’idea o cellula primigenia (nel caso specifico le note mi-do-sol-do diesis) si possa, attraverso la trasformazione e l’elaborazione, creare qualcosa che non perda il contatto con l’elemento generante, ma segua le varie ramificazioni, a volte contraddittorie o contrastanti che un processo di sviluppo può portare”.

Musica e comunità. Ricorda Salvatore Accardo: “Con Francesco Fiore abbiamo passato quasi un anno a provare, sperimentare suoni e armonie. E abbiamo condiviso l’importanza del ‘fare con mano’, toccando la materia, in questo caso musicale, strumentale, plasmandola secondo le caratteristiche degli interpreti, rinnovando un sapere antico”.
“Fare con mano”, si dice anche del lavoro di fabbrica: manifattura. Ed è affascinante, insiste Accardo, “questa convergenza creativa tra musicisti e tecnici, uomini e donne di cultura musicale e ingegneri e operai. Il lavoro e il suono. Sintesi di profonda emozione”.

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