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Il virtuoso mercante veneziano e le regole tra etica e affari

Un’arte, fare il mercante. Una scelta di vita civile e morale, fondare e far crescere un’impresa. E una relazione virtuosa tra il “buon mercante” e il “buon cittadino”. Ne scrive, con lucida intelligenza, Benedetto Cotrugli, mercante di successo a metà del Quattrocento, in un libro riscoperto di recente e appena pubblicato in inglese da Palgrave Macmillan, a cura di Carlo Carraro e Giovanni Favero dell’università Ca’ Foscari di Venezia e con una brillante introduzione di Niall Ferguson, uno dei maggiori storici contemporanei. “Libro de l’arte della mercatura”, è il suo titolo. E’ stato scritto nel 1475 in italiano “volgare”, elegante ed essenziale, ed è edito dalle Edizioni Ca’ Foscari a cura di Vera Ribaudo e Tiziano Zanato (si può trovare in digitale a questo cliccando qui  Il commercio e la sua anima (se ne discusso alcune sere fa al Canova Club di Milano, davanti a un pubblico di imprenditori, manager, donne e uomini della finanza e della comunicazione). Le regole di vita del buon mercante (che deve vestirsi “in modo sobrio ed elegante”). Le prudenze nel fare ed esigere credito (un’accorta diversificazione del rischio e un corretto calcolo ei tempi). I principi della contabilità (si intravvedono i canoni che poi Luca Pacioli definirà con la “partita doppia”), l’affidabilità, la formazione dei figli per il mondo degli affari, la cura per la rete degli scambi, il senso del rischio ma anche la necessità di stare in guardia contro gli eccessi dell’avidità. E i rapporti con la politica (starne alla larga, avverte il mercante). E’ di radici veneziane, Cotrugli (nato a Ragusa, l’attuale Dubrovnik in Croazia, nel 1416, allora dominio della Repubblica di Venezia). Ha studiato filosofia all’università di Bologna. E’ vissuto facendo buoni affari e teorizzandone valore e senso. Traccia l’ideale del “mercante perfetto”. E lega appunto, in un patto virtuoso e di reciproche convenienze, etica e affari. Fare soldi ha una sua moralità, una responsabilità “pubblica”.

C’è, nella storia italiana, pur se altalenante, una profonda dimensione etica che segna “lo spirito del capitalismo”. Un’idea alta dell’impresa, nella consapevolezza che comunque competizione e confronto sui mercati sono un gioco ruvido, spigoloso, duro, ma da seguire in un contesto di regole chiare ed efficaci. Il libro di Cotrugli ne è testimonianza manifesta. E tutt’altro che unica.

Si può fare un passo indietro, d’oltre un secolo, per leggere il “Costituto” approvato nel 1309 come norma fondante della città di Siena, già allora ricca di mercanti, banchieri, imprenditori: chi governa deve avere a cuore “massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini” (un testo che Ermete Realacci, presidente di Symbola e presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, ama citare spesso, come testimonianza storica della “qualità” dello sviluppo economico).

Bellezza, dunque. E prosperità. Estetica con funzione etica e convenienza economica. L’ispirazione è filosofica, nella relazione virtuosa del “kalòs kai agathòs” caro ai greci, il “bello e buono” che sa di virtù e valore. La portata è appunto economica, di orgoglio identitario e convenienza.  Pochi anni dopo quel “Costituto”, tra il 1338 e il 1339, Ambrogio Lorenzetti dipingerà, nella Sala dei Nove  del Palazzo Pubblico di Siena, una delle opere più significative dell’arte italiana, l’”Allegoria ed Effetti del Buon e del Cattivo Governo”: nella città ben governata prosperano affari, scambi, manifatture, la vita civile è piacevole, fioriscono arti e mestieri. Altrimenti, con “il cattivo governo”, tutto va in rovina.

La relazione virtuosa tra etica e affari resta forte, nel tempo. Vive nella Firenze di Cosimo il Vecchio e nelle signorie dei principi e dei mercanti mecenati. Riprende vigore negli scritti dell’illuminismo, tra la Milano dei Verri con la loro rivista “Il Caffè” e la Napoli dei sofisticati economisti di respiro europeo, l’abate Ferdinando Galliani buon frequentatore dei salotti di Parigi con Diderot e Voltaire (“Noi francesi non abbiamo che gli spiccoli dell’esprit, a Napoli hanno i lingotti”, si diceva di lui) e Antonio Genovesi con le sue lungimiranti “Lezioni di economia civile”. Torna alla ribalta, negli anni dinamici del boom economico, con Adriano Olivetti (“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia… Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica… A volte, quando lavoro fino a tardi, vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza”). E con Leopoldo Pirelli, con “Le dieci regole del buon imprenditore” scritte nell’autunno del 1986 (“La nostra credibilità, la nostra autorevolezza, direi la nostra legittimazione nella coscienza pubblica sono in diretto rapporto con il ruolo che svolgiamo nel concorrere al superamento degli squilibri sociali ed economici dei paesi in cui si opera: sempre più l’impresa si presenta come luogo di sintesi fra le tendenze orientate al massimo progresso tecnico-economico e le tendenze umane di migliori condizioni di lavoro e di vita”). Parole molto chiare, ancora oggi d’attualità, in tempi in cui si ragiona di “fabbrica bella”, sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale e dunque anche per queste ragioni competitiva. Benedetto Cotrugli, con la sua sapienza lungimirante sul “buon mercante”, sarebbe d’accordo.