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Investimenti esteri e sintesi di nuove culture

General Electric compra Avio da Finmeccanica, il colosso americano Mohawk prende il controllo della Marazzi, marchio storico delle ceramiche nel cuore del distretto di Sassuolo. Pochi mesi fa, l’Audi aveva messo in portafoglio la maggioranza della Ducati, motociclette di prestigio. Tre storie tra tante. “Il made in Italy conquistato dalle multinazionali straniere”, si stracciano le vesti i provinciali difensori di un nazionalismo economico che, miope, invoca protezionismi e sussidi impossibili, in tempi di mercati aperti e globalizzazione. L’ideale, per un Paese, è attrarre molti investimenti internazionali e contemporaneamente avere aziende nazionali che conquistino spazi sui mercati esteri. Il limite dell’Italia è purtroppo quello di essere in coda ai paesi Ue per attrazione di investimenti e avere poche multinazionali italiane forti nel mondo. Un grave freno alla crescita.

Gli investimenti industriali esteri (tranne eccezioni segnate da rapacità post-coloniale) hanno un grande vantaggio: portano non solo ricchezza, lavoro, continuità di aziende storiche prive di solido azionariato (Ducati, appunto), ma anche nuove culture, ricerca, competenze, relazioni. E stimolano fertili ibridazioni con competenze locali. La cultura tedesca o anglosassone dell’organizzazione efficiente in sintesi con la cultura italiana della flessibilità, dell’adattabilità, della creatività, della sintonia tra “bello e ben fatto” (il nostro migliore design). In altri termini, può nascere una cultura d’impresa che metta insieme l’attitudine cosmopolita del “big business” e le specificità nazionali capaci di saldare tradizione e innovazione, secondo il miglior stile italiano. Ne emergono aziende italiane con azionariato internazionale più competitive. E che stimolano alla competitività globale anche le migliori imprese che di italiano mantengono non solo il nome ma la proprietà e il management. Dal protezionismo non nasce niente. Dai confronti, nasce lo sviluppo.

General Electric compra Avio da Finmeccanica, il colosso americano Mohawk prende il controllo della Marazzi, marchio storico delle ceramiche nel cuore del distretto di Sassuolo. Pochi mesi fa, l’Audi aveva messo in portafoglio la maggioranza della Ducati, motociclette di prestigio. Tre storie tra tante. “Il made in Italy conquistato dalle multinazionali straniere”, si stracciano le vesti i provinciali difensori di un nazionalismo economico che, miope, invoca protezionismi e sussidi impossibili, in tempi di mercati aperti e globalizzazione. L’ideale, per un Paese, è attrarre molti investimenti internazionali e contemporaneamente avere aziende nazionali che conquistino spazi sui mercati esteri. Il limite dell’Italia è purtroppo quello di essere in coda ai paesi Ue per attrazione di investimenti e avere poche multinazionali italiane forti nel mondo. Un grave freno alla crescita.

Gli investimenti industriali esteri (tranne eccezioni segnate da rapacità post-coloniale) hanno un grande vantaggio: portano non solo ricchezza, lavoro, continuità di aziende storiche prive di solido azionariato (Ducati, appunto), ma anche nuove culture, ricerca, competenze, relazioni. E stimolano fertili ibridazioni con competenze locali. La cultura tedesca o anglosassone dell’organizzazione efficiente in sintesi con la cultura italiana della flessibilità, dell’adattabilità, della creatività, della sintonia tra “bello e ben fatto” (il nostro migliore design). In altri termini, può nascere una cultura d’impresa che metta insieme l’attitudine cosmopolita del “big business” e le specificità nazionali capaci di saldare tradizione e innovazione, secondo il miglior stile italiano. Ne emergono aziende italiane con azionariato internazionale più competitive. E che stimolano alla competitività globale anche le migliori imprese che di italiano mantengono non solo il nome ma la proprietà e il management. Dal protezionismo non nasce niente. Dai confronti, nasce lo sviluppo.