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Investire su scienza e ricerca di base: le idee di Aspen, la lezione di Calvino

Nella stagione lunga e controversa delle incertezze e dei conflitti, dei populismi volgari e sciatti e delle retoriche autoritarie alimentate anche dalle fake news, le chiavi per non rimanerne né vittime né complici né spettatori impotenti stanno, per esempio, in una riflessione di Italo Calvino sul nuovo millennio che si stava aprendo: “Puntare solo sulle cose difficili, eseguite alla perfezione; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare. Puntare sulla precisione, tanto nel linguaggio quanto nelle cose che si fanno” (lo ricorda Ernesto Ferrero, nel suo essenziale “Album di famiglia – Maestri del Novecento ritratti dal vivo”, appena pubblicato da Einaudi).

Era un uomo severo, curioso e creativo, Calvino. Un intellettuale consapevole della necessità di scrivere nuove mappe del sapere, tra umanesimo e scienza e della responsabilità di non cedere mai alla retorica del successo ma di impegnarsi, semmai, nella fatica della profondità. Perché, per fare bene il lavoro intellettuale, è necessario “non abbandonare il proprio mestiere di studiosi, ma allargarlo, farvi partecipare un pubblico più vasto, se si ha qualcosa da dire che possa interessare tale pubblico. Ciò richiede capacità di reinventarsi senza tradire il proprio mestiere” (la frase è di Sabino Cassese, grande giurista e sapiente civil servant).

Fare bene le cose difficili, dunque. Come sapeva anche un altro maestro di letteratura e di vita del nostro Novecento, Gianni Rodari: “E’ difficile, fare le cose difficili: parlare al sordo, mostrare La Rosa al cieco. Bambini, imparate a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi”.

C’è, nell’impegno di Calvino, la passione per il racconto, la dedizione scrupolosa alla teoria e alla pratica della letteratura (l’attività editoriale, per Einaudi, ne è conferma) ma anche la cura per approfondire e divulgare la lezione della scienza: un umanesimo memore delle virtù di sintesi rinascimentali e una cultura politecnica sofisticata e internazionale.

Viene in mente, appunto, la sua lezione culturale e civile (“diffidare della faciloneria”, “puntare sulla precisione”) leggendo le pagine del Rapporto “Aspen Global Initiative in Favor of Pure Science”, appena pubblicato, dopo un paio d’anni di discussioni su iniziativa degli Aspen Institute in Italia e negli Usa (il documento integrale è consultabile su https://www.aspeninstitute.it/system/files/inline/Pure-Science-Aspen-Institute-2022.pdf ).

L’obiettivo è prezioso: mettere la scienza pura al centro delle politiche pubbliche e private e sensibilizzare i decisori politici ed economici sull’importanza degli investimenti in questo campo (ne avevamo già parlato in questo blog nell’autunno del 2021, durante i primi lavori di elaborazione del documento). L’idea di fondo è, insomma, stimolare “una leadership illuminata, a livello globale” che sappia tenere in primo piano valori e interessi per il “generale benessere dell’umanità”.

Il documento spiega, appunto, che il progresso della scienza pura è positivo in sé, dato che corrisponde a una delle fondamentali vie di civilizzazione: capire a fondo chi siamo e le caratteristiche del mondo fisico e biologico in cui viviamo. Valori forti – insiste il documento dell’Aspen – che incidono anche sul progresso materiale e sulla qualità della vita. Senza le scoperte della termodinamica, della relatività e della fisica quantistica, della teoria dell’evoluzione e della chimica teorica, tanto per citare solo alcuni campi scientifici, noi umani vivremmo una vita più povera e meno interessante.

Proprio in questi nostri ultimi anni, segnati dalla pandemia da Covid19 e dall’aggravarsi degli effetti negativi del climate change, si è diffusa una maggiore consapevolezza della necessità di insistere sulla ricerca. Siamo stati in grado di avere rapidamente i vaccini anti Covid proprio grazie ai progressi della ricerca di base sui “vettori” di medicinali. E le attività di indagine che riguardano i temi dell’energia, dell’acqua, dell’alimentazione, delle emissioni nocive, della deforestazione e dell’allarmante modifica dei cicli di natura e vita vegetale e animale possono oggi darci indicazioni preziose sulla cosiddetta twin transition, ambientale e digitale, con il supporto dell’Intelligenza Artificiale per affrontare le questioni dello sviluppo sostenibile.

Ricerca, dunque, come priorità di strategie politiche ma anche di investimenti privati.

Purtroppo, nota ancora l’Aspen, quasi dovunque il sostegno alla ricerca scientifica di base è in netta caduta e va rilanciato, in collaborazione tra governi, pubbliche amministrazioni, università e imprese private

Un capitolo è dedicato dal Rapporto a ognuno dei paesi Aspen coinvolti. Per l’Italia, oltre al basso livello degli investimenti pubblici (ben al di sotto della media Ue), si segnala la frammentazione delle iniziative e la carente collaborazione tra mondo pubblico e strutture private (un limite che un uso corretto delle risorse del Pnrr potrebbe significativamente superare).

Ecco dunque l’importanza di un rilancio della discussione. Maggiori fondi, proprio per la ricerca di base. E definizione di criteri di misurazione dei risultati che vadano ben al di là degli effetti immediati. Una responsabilità dei grandi organismi internazionali e degli Stati, a cominciare da quelli caratterizzati da una chiara democrazia liberale (il documento Aspen, d’altronde, ricorda bene il nesso tra libertà di ricerca e libertà democratiche). Ma anche un compito per le opinioni pubbliche più lungimiranti e sensibili, ben consapevoli dei nessi tra conoscenza, sostenibilità ambientale e sociale (la lotta alle diseguaglianze), innovazione, qualità della vita (la salute ne è, naturalmente, parte essenziale), prospettive di fiducia nel futuro delle nuove generazioni.

Compito impegnativo, appunto. Difficile (riecco Calvino e i suoi stimoli a fare, e fare bene). Ma indispensabile, pena il degrado della vita quotidiana e delle prospettive di sviluppo. Pena, cioè, il precipitare nell’inferno del degrado della vita economica e civile.

A proposito di “inferno”, vale la pena rileggere un’altra fondamentale lezione di Calvino, l’ultima pagina de “Le città invisibili”, un romanzo scritto all’inizio dei difficili e dolorosi anni Settanta: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Riconoscere, fare durare, dare spazio. Puntare dunque sulla qualità. E “la precisione”. Anche qui, sta la responsabilità della scienza e della ricerca.

Nella stagione lunga e controversa delle incertezze e dei conflitti, dei populismi volgari e sciatti e delle retoriche autoritarie alimentate anche dalle fake news, le chiavi per non rimanerne né vittime né complici né spettatori impotenti stanno, per esempio, in una riflessione di Italo Calvino sul nuovo millennio che si stava aprendo: “Puntare solo sulle cose difficili, eseguite alla perfezione; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare. Puntare sulla precisione, tanto nel linguaggio quanto nelle cose che si fanno” (lo ricorda Ernesto Ferrero, nel suo essenziale “Album di famiglia – Maestri del Novecento ritratti dal vivo”, appena pubblicato da Einaudi).

Era un uomo severo, curioso e creativo, Calvino. Un intellettuale consapevole della necessità di scrivere nuove mappe del sapere, tra umanesimo e scienza e della responsabilità di non cedere mai alla retorica del successo ma di impegnarsi, semmai, nella fatica della profondità. Perché, per fare bene il lavoro intellettuale, è necessario “non abbandonare il proprio mestiere di studiosi, ma allargarlo, farvi partecipare un pubblico più vasto, se si ha qualcosa da dire che possa interessare tale pubblico. Ciò richiede capacità di reinventarsi senza tradire il proprio mestiere” (la frase è di Sabino Cassese, grande giurista e sapiente civil servant).

Fare bene le cose difficili, dunque. Come sapeva anche un altro maestro di letteratura e di vita del nostro Novecento, Gianni Rodari: “E’ difficile, fare le cose difficili: parlare al sordo, mostrare La Rosa al cieco. Bambini, imparate a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi”.

C’è, nell’impegno di Calvino, la passione per il racconto, la dedizione scrupolosa alla teoria e alla pratica della letteratura (l’attività editoriale, per Einaudi, ne è conferma) ma anche la cura per approfondire e divulgare la lezione della scienza: un umanesimo memore delle virtù di sintesi rinascimentali e una cultura politecnica sofisticata e internazionale.

Viene in mente, appunto, la sua lezione culturale e civile (“diffidare della faciloneria”, “puntare sulla precisione”) leggendo le pagine del Rapporto “Aspen Global Initiative in Favor of Pure Science”, appena pubblicato, dopo un paio d’anni di discussioni su iniziativa degli Aspen Institute in Italia e negli Usa (il documento integrale è consultabile su https://www.aspeninstitute.it/system/files/inline/Pure-Science-Aspen-Institute-2022.pdf ).

L’obiettivo è prezioso: mettere la scienza pura al centro delle politiche pubbliche e private e sensibilizzare i decisori politici ed economici sull’importanza degli investimenti in questo campo (ne avevamo già parlato in questo blog nell’autunno del 2021, durante i primi lavori di elaborazione del documento). L’idea di fondo è, insomma, stimolare “una leadership illuminata, a livello globale” che sappia tenere in primo piano valori e interessi per il “generale benessere dell’umanità”.

Il documento spiega, appunto, che il progresso della scienza pura è positivo in sé, dato che corrisponde a una delle fondamentali vie di civilizzazione: capire a fondo chi siamo e le caratteristiche del mondo fisico e biologico in cui viviamo. Valori forti – insiste il documento dell’Aspen – che incidono anche sul progresso materiale e sulla qualità della vita. Senza le scoperte della termodinamica, della relatività e della fisica quantistica, della teoria dell’evoluzione e della chimica teorica, tanto per citare solo alcuni campi scientifici, noi umani vivremmo una vita più povera e meno interessante.

Proprio in questi nostri ultimi anni, segnati dalla pandemia da Covid19 e dall’aggravarsi degli effetti negativi del climate change, si è diffusa una maggiore consapevolezza della necessità di insistere sulla ricerca. Siamo stati in grado di avere rapidamente i vaccini anti Covid proprio grazie ai progressi della ricerca di base sui “vettori” di medicinali. E le attività di indagine che riguardano i temi dell’energia, dell’acqua, dell’alimentazione, delle emissioni nocive, della deforestazione e dell’allarmante modifica dei cicli di natura e vita vegetale e animale possono oggi darci indicazioni preziose sulla cosiddetta twin transition, ambientale e digitale, con il supporto dell’Intelligenza Artificiale per affrontare le questioni dello sviluppo sostenibile.

Ricerca, dunque, come priorità di strategie politiche ma anche di investimenti privati.

Purtroppo, nota ancora l’Aspen, quasi dovunque il sostegno alla ricerca scientifica di base è in netta caduta e va rilanciato, in collaborazione tra governi, pubbliche amministrazioni, università e imprese private

Un capitolo è dedicato dal Rapporto a ognuno dei paesi Aspen coinvolti. Per l’Italia, oltre al basso livello degli investimenti pubblici (ben al di sotto della media Ue), si segnala la frammentazione delle iniziative e la carente collaborazione tra mondo pubblico e strutture private (un limite che un uso corretto delle risorse del Pnrr potrebbe significativamente superare).

Ecco dunque l’importanza di un rilancio della discussione. Maggiori fondi, proprio per la ricerca di base. E definizione di criteri di misurazione dei risultati che vadano ben al di là degli effetti immediati. Una responsabilità dei grandi organismi internazionali e degli Stati, a cominciare da quelli caratterizzati da una chiara democrazia liberale (il documento Aspen, d’altronde, ricorda bene il nesso tra libertà di ricerca e libertà democratiche). Ma anche un compito per le opinioni pubbliche più lungimiranti e sensibili, ben consapevoli dei nessi tra conoscenza, sostenibilità ambientale e sociale (la lotta alle diseguaglianze), innovazione, qualità della vita (la salute ne è, naturalmente, parte essenziale), prospettive di fiducia nel futuro delle nuove generazioni.

Compito impegnativo, appunto. Difficile (riecco Calvino e i suoi stimoli a fare, e fare bene). Ma indispensabile, pena il degrado della vita quotidiana e delle prospettive di sviluppo. Pena, cioè, il precipitare nell’inferno del degrado della vita economica e civile.

A proposito di “inferno”, vale la pena rileggere un’altra fondamentale lezione di Calvino, l’ultima pagina de “Le città invisibili”, un romanzo scritto all’inizio dei difficili e dolorosi anni Settanta: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

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