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Istituto Avogadro di Torino, le buone sintesi tra letteratura e saperi hi tech

“Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende”. Comincia con questa citazione di Leonardo Sciascia l’incontro di venerdì scorso, all’Istituto Tecnico Avogadro di Torino, per parlare di letteratura e industria, partendo dall’antologia “La fabbrica di cartaI libri che hanno raccontato l’Italia industriale”, curata da Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo, pubblicata da Laterza e sostenuta da Assolombarda e dal film “Il libro e la fabbrica”, un bel cortometraggio realizzato dagli studenti dell’Istituto (si trova su YouTube e naturalmente sul sito dell’Istituto, www.itisavogadro.it).

E’ una citazione opportuna, quella di Sciascia, suggerita intelligentemente dal preside dell’Avogadro, Tommaso De Luca. Non perché lo scrittore sapesse d’industria (le zolfare del suo paese d’origine in Sicilia erano, ancora negli anni 50, vetero-capitalismo selvaggio, mafioso e sfruttatore spietato anche del lavoro dei bambini). Ma perché si individua proprio nella letteratura la chiave di comprensione e d’interpretazione anche della scienza, dell’economia, delle più complesse relazioni industriali. Racconti, dunque, a sostegno della cultura d’impresa. E cultura d’impresa come cultura tout court, come vera e propria “cultura politecnica” che supera le false dicotomie tra saperi umanistici e scienza (un’idea cara alla Fondazione Pirelli, che gli studenti e i professori dell’Avogadro hanno molto apprezzato).

Una bella discussione, dunque. Sull’attualità dell’industria per lo sviluppo italiano, oltre che sulla sua storia. Sulla memoria di una Torino a lungo “capitale dell’auto” e oggi metropoli in transizione, dopo il declino della company town marchiata Fiat. Sui tanti volti dell’innovazione. E sulla relazione tra formazione, capacità critica, lavoro, produttività e competitività. Questioni essenziali, per giovani studenti (in aula magna, i ragazzi e le ragazze, poche, delle quinte classi) che si avvicinano all’ingresso nel mondo del lavoro o alla scelta d’una iscrizione universitaria con forti opportunità professionali.

E’ un istituto d’eccellenza, d’altronde, l’Avogadro. Fondato nel 1805 (una delle iniziative della stagione napoleonica, nel segno d’un radicale rinnovamento dell’istruzione) per insegnare geometria, chimica e architettura, diventato poi “Istituto professionale operaio” nella Torino industriale dei primi del Novecento (con Scuola d’arti e mestieri e Scuola di disegno) e poi ancora Regia Scuola Industriale, dal 1946 è stato intitolato al grande fisico piemontese Amedeo Avogadro. Ha 1700 iscritti (350 ai corsi serali per studenti lavoratori) al Liceo delle scienze applicate e all’Istituto tecnico del settore tecnologico, con tre specializzazioni: meccanica-meccatronica, elettronica-elettrotecnica e informatica-telecomunicazioni. Metà di quegli studenti trovano lavoro subito dopo il diploma, metà vanno all’università, al Politecnico di Torino, con risultati particolarmente brillanti (“Più di metà di coloro che arrivano alla laurea magistrale al Politecnico vengono dagli istituti tecnici”, racconta il preside De Luca).

Persone di qualità, dunque. Capitale umano ben formato e adatto a fare fronte alle esigenze del mercato del lavoro sia nell’industria della “grande Torino” sia all’estero, seguendo per esempio l’espansione delle “multinazionali tascabili” piemontesi.

Sta appunto negli istituti tecnici (Confindustria lo sostiene da tempo) una delle chiavi di volta per lo sviluppo del sistema Paese: competenze di livello, ragazzi pronti a fare fronte bene all’evoluzione hi tech dell’impresa italiana. E l’Avogadro, naturalmente, da quest’anno è una delle sette scuole individuate per il “programma sperimentale di apprendistato in alta formazione” avviato dalla legge 128 del 2013 e concordato tra i ministeri dell’Università e del Lavoro, l’Enel, le Regioni e le scuole. Porte aperte nelle aziende, per gli studenti-apprendisti. Formazione d’aula e laboratorio e formazione attraverso il lavoro (“on the job”, per dirla in inglesismo manageriale, sino al 35% dell’orario annuale delle lezioni). Una via innovativa (sulla scorta delle positive esperienze già avviate da tempo, per esempio in Germania) per migliorare le persone necessarie alle imprese nella stagione dell’”economia della conoscenza”. Tecnologie avanzate, ricerca, innovazione, competenze hi tech direttamente legate al ciclo produttivo. Una buona strada. A patto di non dimenticare il pensiero critico (proprio Avogadro, nel Piemonte dei Savoia, ne fu ottimo esempio) e, perché no? la buona letteratura, chiave di comprensione degli uomini e dei cambiamenti del mondo.

“Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende”. Comincia con questa citazione di Leonardo Sciascia l’incontro di venerdì scorso, all’Istituto Tecnico Avogadro di Torino, per parlare di letteratura e industria, partendo dall’antologia “La fabbrica di cartaI libri che hanno raccontato l’Italia industriale”, curata da Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo, pubblicata da Laterza e sostenuta da Assolombarda e dal film “Il libro e la fabbrica”, un bel cortometraggio realizzato dagli studenti dell’Istituto (si trova su YouTube e naturalmente sul sito dell’Istituto, www.itisavogadro.it).

E’ una citazione opportuna, quella di Sciascia, suggerita intelligentemente dal preside dell’Avogadro, Tommaso De Luca. Non perché lo scrittore sapesse d’industria (le zolfare del suo paese d’origine in Sicilia erano, ancora negli anni 50, vetero-capitalismo selvaggio, mafioso e sfruttatore spietato anche del lavoro dei bambini). Ma perché si individua proprio nella letteratura la chiave di comprensione e d’interpretazione anche della scienza, dell’economia, delle più complesse relazioni industriali. Racconti, dunque, a sostegno della cultura d’impresa. E cultura d’impresa come cultura tout court, come vera e propria “cultura politecnica” che supera le false dicotomie tra saperi umanistici e scienza (un’idea cara alla Fondazione Pirelli, che gli studenti e i professori dell’Avogadro hanno molto apprezzato).

Una bella discussione, dunque. Sull’attualità dell’industria per lo sviluppo italiano, oltre che sulla sua storia. Sulla memoria di una Torino a lungo “capitale dell’auto” e oggi metropoli in transizione, dopo il declino della company town marchiata Fiat. Sui tanti volti dell’innovazione. E sulla relazione tra formazione, capacità critica, lavoro, produttività e competitività. Questioni essenziali, per giovani studenti (in aula magna, i ragazzi e le ragazze, poche, delle quinte classi) che si avvicinano all’ingresso nel mondo del lavoro o alla scelta d’una iscrizione universitaria con forti opportunità professionali.

E’ un istituto d’eccellenza, d’altronde, l’Avogadro. Fondato nel 1805 (una delle iniziative della stagione napoleonica, nel segno d’un radicale rinnovamento dell’istruzione) per insegnare geometria, chimica e architettura, diventato poi “Istituto professionale operaio” nella Torino industriale dei primi del Novecento (con Scuola d’arti e mestieri e Scuola di disegno) e poi ancora Regia Scuola Industriale, dal 1946 è stato intitolato al grande fisico piemontese Amedeo Avogadro. Ha 1700 iscritti (350 ai corsi serali per studenti lavoratori) al Liceo delle scienze applicate e all’Istituto tecnico del settore tecnologico, con tre specializzazioni: meccanica-meccatronica, elettronica-elettrotecnica e informatica-telecomunicazioni. Metà di quegli studenti trovano lavoro subito dopo il diploma, metà vanno all’università, al Politecnico di Torino, con risultati particolarmente brillanti (“Più di metà di coloro che arrivano alla laurea magistrale al Politecnico vengono dagli istituti tecnici”, racconta il preside De Luca).

Persone di qualità, dunque. Capitale umano ben formato e adatto a fare fronte alle esigenze del mercato del lavoro sia nell’industria della “grande Torino” sia all’estero, seguendo per esempio l’espansione delle “multinazionali tascabili” piemontesi.

Sta appunto negli istituti tecnici (Confindustria lo sostiene da tempo) una delle chiavi di volta per lo sviluppo del sistema Paese: competenze di livello, ragazzi pronti a fare fronte bene all’evoluzione hi tech dell’impresa italiana. E l’Avogadro, naturalmente, da quest’anno è una delle sette scuole individuate per il “programma sperimentale di apprendistato in alta formazione” avviato dalla legge 128 del 2013 e concordato tra i ministeri dell’Università e del Lavoro, l’Enel, le Regioni e le scuole. Porte aperte nelle aziende, per gli studenti-apprendisti. Formazione d’aula e laboratorio e formazione attraverso il lavoro (“on the job”, per dirla in inglesismo manageriale, sino al 35% dell’orario annuale delle lezioni). Una via innovativa (sulla scorta delle positive esperienze già avviate da tempo, per esempio in Germania) per migliorare le persone necessarie alle imprese nella stagione dell’”economia della conoscenza”. Tecnologie avanzate, ricerca, innovazione, competenze hi tech direttamente legate al ciclo produttivo. Una buona strada. A patto di non dimenticare il pensiero critico (proprio Avogadro, nel Piemonte dei Savoia, ne fu ottimo esempio) e, perché no? la buona letteratura, chiave di comprensione degli uomini e dei cambiamenti del mondo.