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La corruzione nelle università che privilegia ancora parenti e clienti e deprime le imprese

Lo sviluppo d’un Paese sta nella competitività delle sue imprese, nella loro produttività, nel capitale umano (le conoscenze, le competenze, le capacità delle persone) e nel capitale sociale positivo (la rete delle relazioni virtuose nelle comunità industriali, culturali e scientifiche, nei gruppi politici e sociali, nelle città, nei territori dove “all’ombra dei campanili gli italiani sono abituati, fin dal Medio Evo, a fare cose belle che piacciono al mondo”). Sviluppo legato dunque al premio al merito, all’intelligenza, all’abilità. Bello e importante, a dirsi. Anche quando la realtà quotidiana rivela che si va in tutt’altra direzione. E infatti l’Italia cresce poco. E male, distorta, zoppa.

L’allarme lanciato alcuni giorni fa da Raffaele Cantone, presidente dell’Anac (l’Autorità anticorruzione) riconferma distorsioni e rischi. “La corruzione mette in fuga i cervelli”, dice Cantone. Facendo esplicito riferimento al fenomeno per cui nei concorsi universitari e nell’attribuzione di cattedre, incarichi, borse di studio per ricercatori e fondi per la ricerca scientifica troppo spesso non prevalgono merito e qualità ma parentele, clientele, fedeltà ai “baroni” dell’università e della ricerca. “Siamo subissati da segnalazioni sui concorsi universitari”, insiste Cantone. E’ una corruzione grave. Economica. Ma anche morale e civile. Devastante, comunque.

Gran clamore, sui media. Reazioni stizzite, in ambienti universitari. Nulla di nuovo, naturalmente. Che da troppo tempo in troppe università prevalgano figli, nipoti, clienti e portaborse e che migliaia di giovani laureati e ricercatori bravi cerchino (e ottengano) meritato successo all’estero è storia nota, scritta, denunciata, documentata. “Parentopoli”, s’è chiamato il fenomeno. Con tanto di relative indagini della magistratura, andate però avanti senza grandi risultati né condanne di rilievo. Giustizia non è stata fatta. Le norme di recenti riforme universitarie, che avrebbero dovuto porre un freno allo scandalo, non hanno sortito grandi risultati.

Ci sono, è vero, eccellenze nelle università italiane, istituti di ricerca di straordinario livello, competitivi a livello internazionale, anche “nei settori delle cosiddette ‘scienze dure’ e cioè biologia, chimica, fisica, matematica”, come ha ricordato Giuseppe Mingione, matematico all’Università di Parma, sul “Corriere della Sera” (26 settembre). Nelle “life sciences” abbiamo istituti d’eccellenza, che spiegano l’attenzione delle grandi imprese farmaceutiche per l’Italia (Bayer, tanto per fare un solo esempio). Vantiamo un’industria farmaceutica media e medio-grande di grandissima qualità, legata appunto alle università. E i Politecnici di Milano e Torino scalano ogni anno, per ricerca e formazione, le migliori classifiche internazionali.

Ma il fenomeno di un generale degrado dell’università italiana resta aperto, per scarsità e distorsione nelle risorse.

Opportuna, dunque, la denuncia di Cantone. Opportuno anche che governo e università se ne occupino con maggior severità ed efficacia che in passato. Il “familismo amorale” ha già fatto troppi danni.

Al di là degli aspetti morali e civili, infatti, al di là della violazione delle norme e al di là del vero e proprio tradimento delle essenziali indicazioni della Costituzione (articolo 34 della Carta costituzionale, sui diritti dei “capaci e meritevoli”…) c’è anche un rilevantissimo aspetto economico, da non trascurare. La competitività del sistema Paese.

L’Italia cresce pochissimo, più o meno l’1%, dopo una lunghissima recessione. Gli economisti parlano, giustamente, di un ventennio di “crescita piatta”, ben peggiore di quella degli altri grandi Paesi industriali e dei nostri fratelli-concorrenti Ue. La sfida, in Paese ad alta e matura industrializzazione, sta tutta nella qualità, nelle “nicchie ad alto valore aggiunto”, nell’innovazione, nella capacità cioè di battere concorrenze sofisticate grazie a prodotti e servizi, sistemi di produzione e materiali, scelte logistiche e design migliori. Tutta questione di qualità e competenze.

Il capitale umano, in questa sfida, è essenziale. Le persone sono determinanti. Le relazioni tra imprese e università e centri di ricerca fondamentali. Ma come competere se il professore universitario, il ricercatore, il responsabile di un laboratorio con cui l’impresa deve collaborare stanno là non perché bravi ma perché figli, nipoti, clienti, raccomandati, servi di… ? E perché mai mortificare, con la prevalenza “degli asini di buona famiglia”, le migliaia di giovani che nonostante tutto lavorano, producono, creano, scoprono, tengono in piedi imprese e centri culturali, laboratori e fabbriche?

La fuga dei cervelli è grande, in Italia. E crescente. Decine di migliaia di persone all’anno. Almeno 3mila ricercatori d’eccellenza all’anno, ha calcolato il “Corriere della Sera” (24 settembre). Nel nostro Mezzogiorno, che perde da anni le sue energie più dinamiche. Ma anche altrove. Senza spazio “ai capaci e meritevoli” anche le nostre università migliori, a Milano e a Torino, cuore dello sviluppo economico, perderanno colpi. Perderanno risorse. Non attrarranno dall’estero né studenti abili in cerca di crescita né professori bravi e preparati, se sapranno di poter essere sacrificati al più ignorante “figlio” o “cliente di…”. Ne risentiranno industria, servizi, sviluppo. A tutto vantaggio di altri paesi, di altre università, di altre imprese che assumeranno non un figlio, un cliente, un raccomandato, ma uno bravo. Va ascoltato attentamente, Cantone.