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La cultura della comunicazione sociale

Una tesi presentata alla LUISS analizza la pubblicità sociale scoprendo forti legami fra profit e no profit

“Non si può non comunicare”. Assunto di base per tutti, anche per le imprese. Anche per quelle che pensano e credono che la comunicazione sia altro per loro, un’entità che non riguarda la produzione, le dinamiche dei mercati, l’organizzazione del lavoro. Invece no. E’ vero che “non si può non comunicare”. Ed è anche vero che occorre però comunicare bene, e quindi conoscere gli strumenti della comunicazione, gli effetti degli stessi, la potenza d’urto che una buona (oppure una cattiva) comunicazione può contenere.

Aspetto particolare di tutto questo, è la comunicazione sociale; che può fra l’altro costituire un aspetto importante per molte imprese che vedono nella comunicazione l’esplicitazione della responsabilità sociale d’impresa.

Nell’ambito della comunicazione sociale (e della comunicazione a tutto tondo), un ruolo speciale assume poi la pubblicità.

“La pubblicità sociale”, lavoro di tesi alla LUISS di Matteo D’Argenio, è una buona introduzione proprio agli aspetti relativi la comunicazione e la pubblicità sociale. D’Argenio suddivide la sua ricerca in alcune parti distinte e complementari. Prima analizza la storia e l’evoluzione della pubblicità con particolare attenzione a quella sociale; poi approfondisce le cosiddette modalità comunicative non convenzionali; infine (prima di affrontare un caso partico), valuta i legami fra comunicazione sociale e associazioni no profit. Fatto tutto questo, D’Argenio affronta il caso pratico della pubblicità sociale di Adbusters contro la Nike.

“La sfera sociale e commerciale – spiega nelle conclusioni D’Argenio -, si sono negli ultimi anni incrociate a più riprese, mescolandosi in diverse maniere”. E non solo, perché l’autore constata anche come la “pubblicità sociale (soprattutto quando i protagonisti sono le organizzazioni non profit), abbia fatto nel tempo da apripista per una serie di sperimentazioni che si rintracciano anche in chi effettivamente un prodotto vuole venderlo”. Insomma, no profit e profit, dal punto di vista comunicativo, possono spesso mescolarsi. Un cambio di cultura d’impresa che deve fare pensare ed essere approfondito in tutti i suoi aspetti ed effetti.

La pubblicità sociale

Matteo D’Argenio

Tesi, LUISS, Dipartimento di Scienze Politiche, Cattedra di Linguaggi dei Nuovi Media , 2018

Una tesi presentata alla LUISS analizza la pubblicità sociale scoprendo forti legami fra profit e no profit

“Non si può non comunicare”. Assunto di base per tutti, anche per le imprese. Anche per quelle che pensano e credono che la comunicazione sia altro per loro, un’entità che non riguarda la produzione, le dinamiche dei mercati, l’organizzazione del lavoro. Invece no. E’ vero che “non si può non comunicare”. Ed è anche vero che occorre però comunicare bene, e quindi conoscere gli strumenti della comunicazione, gli effetti degli stessi, la potenza d’urto che una buona (oppure una cattiva) comunicazione può contenere.

Aspetto particolare di tutto questo, è la comunicazione sociale; che può fra l’altro costituire un aspetto importante per molte imprese che vedono nella comunicazione l’esplicitazione della responsabilità sociale d’impresa.

Nell’ambito della comunicazione sociale (e della comunicazione a tutto tondo), un ruolo speciale assume poi la pubblicità.

“La pubblicità sociale”, lavoro di tesi alla LUISS di Matteo D’Argenio, è una buona introduzione proprio agli aspetti relativi la comunicazione e la pubblicità sociale. D’Argenio suddivide la sua ricerca in alcune parti distinte e complementari. Prima analizza la storia e l’evoluzione della pubblicità con particolare attenzione a quella sociale; poi approfondisce le cosiddette modalità comunicative non convenzionali; infine (prima di affrontare un caso partico), valuta i legami fra comunicazione sociale e associazioni no profit. Fatto tutto questo, D’Argenio affronta il caso pratico della pubblicità sociale di Adbusters contro la Nike.

“La sfera sociale e commerciale – spiega nelle conclusioni D’Argenio -, si sono negli ultimi anni incrociate a più riprese, mescolandosi in diverse maniere”. E non solo, perché l’autore constata anche come la “pubblicità sociale (soprattutto quando i protagonisti sono le organizzazioni non profit), abbia fatto nel tempo da apripista per una serie di sperimentazioni che si rintracciano anche in chi effettivamente un prodotto vuole venderlo”. Insomma, no profit e profit, dal punto di vista comunicativo, possono spesso mescolarsi. Un cambio di cultura d’impresa che deve fare pensare ed essere approfondito in tutti i suoi aspetti ed effetti.

La pubblicità sociale

Matteo D’Argenio

Tesi, LUISS, Dipartimento di Scienze Politiche, Cattedra di Linguaggi dei Nuovi Media , 2018