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La cultura è anche una “fabbrica bella” e non soltanto un palazzo storico: ecco come favorire sviluppo economico e inclusione sociale

Cultura è un palazzo normanno, una cupola araba, un dipinto di Caravaggio, una piazza barocca animata da un mercato popolare. Ma cultura è anche una fabbrica, un laboratorio di ricerca, uno spazio in cui si ripete e si trasforma, ogni giorno, il rito umanissimo del lavoro. Palermo, città mediterranea densa d’arte e di storia, ha appena vinto la gara per diventare capitale italiana della cultura 2018. Settimo Torinese, piccola città industriale, le ha tenuto testa, sino all’ultimo. E la competizione, quest’anno più che in passato, ha avuto il merito di rilanciare un tema cardine dell’identità italiana, quella sedimentata e quella che abbiamo la responsabilità di continuare a costruire: cos’è cultura? E quali sono le relazioni e i processi culturali che fanno vivere una comunità, locale e nazionale?

Viviamo stagioni incerte, in cui tramonta il mito sempre e comunque positivo della globalizzazione, si ripresentano gli incubi del nazionalismo (le “piccole patrie” chiuse e respingenti, il predominio protezionista degli egoismi particolare, incuranti del mondo) ma, contemporaneamente, si ridà valore al territorio, al dialogo fertile tra “globus” e “locus”, per usare la bella dialettica cara a un politico-intellettuale come Piero Bassetti. E la commissione del ministero della Cultura, nel lungo dibattito per indicare la città “capitale culturale”, ha saputo aprire un confronto che potrà produrre buoni frutti, dare legittimità a un’idea di cultura ampia, contemporanea. Facendo tesoro anche d’un riferimento internazionale: nel 2010 capitale europea della cultura era stato il bacino minerario della Ruhr, luogo cardine dell’industria tedesca.

E’ la “cultura politecnica“, ritrovando l’intreccio, già evidente in molte pagine della storia italiana, tra saperi umanistici e conoscenze scientifiche, tra la matematica e la pittura, la letteratura e l’astronomia, la ricerca e le sue ricadute su miti e riti quotidiani, linguaggi e consumi popolari. Il premio Nobel per la Chimica allo scienziato Giulio Natta nel 1963 ne è paradigma: il rapporto tra università e laboratori di Pirelli e Montecatini, la scoperta del polipropilene, la produzione industriale della plastica Moplen, un primato italiano scientifico e imprenditoriale che segna il tempo. Così come è paradigma la vicenda di Primo Levi, scrittore intenso, non solo della tragedia dell’Olocausto, ma anche della bellezza del lavoro industriale e della scienza, nelle pagine di “La chiave a stella” e di “Il sistema periodico”. Un chimico, Levi. In una fabbrica di vernici, la Siva. A Settimo Torinese.

La lezione di Levi è ancora attuale: “La nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove ed errori, era consistita nel farsi signore della materia… Vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi… e quindi il Sistema Periodico di Mendeleev… è una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo”. E’ un centro culturale, oggi, la Siva. Per lavorare sulla Memoria (dell’Olocausto, innanzitutto). E sui valori dell’accoglienza, dell’ospitalità, dell’integrazione. Valori civili. E culturali.

Sta proprio qui, la novità introdotta nel discorso pubblico italiano dalla candidatura di Settimo Torinese. Nell’idea che cultura significhi impresa, fabbrica, lavoro operaio (“Settimo e l’orgoglio d’una cultura da tuta blu”, ha notato giustamente Rocco Moliterni su “La Stampa”, 4 febbraio), laboratori, ricerca e innovazione, in “fabbriche belle” ed efficienti, dalla Pirelli progettata da Renzo Piano alla Lavazza e a L’Oréal, centro europeo d’innovazione. Architetture. Ambiente. E inclusione sociale.

Era periferia piatta e grigia, Settimo, negli anni Cinquanta e Sessanta. Dormitorio popolare, di lavoratori delle industrie torinesi. Ma anche, nel tempo, luogo dell’accoglienza di migliaia di persone che arrivavano dai paesi del Sud e proprio in fabbrica acquisivano coscienza dei diritti e dei doveri, dignità, cittadinanza. Valori forti, politici e civili. Cultura. Che ancora oggi si ripete e si rinnova, per gli immigrati che vengono da altri territori del mondo e proprio qui trovano integrazione. Solidarietà, accoglienza, inclusione. Ancora una volta, cultura. E il suo racconto. Tra teatro, mostre, musica in fabbrica. Se ne continuerà a parlare.

Molti dei valori messi in luce da Settimo possono essere valide indicazioni anche per progetti e iniziative di Palermo. Il valore dell’industria e del lavoro operaio, per esempio, riflettendo sull’esperienza delle “tute blu” del Cantiere Navale, luogo di dignità e identità orgogliosa in contrasto netto con la città delle clientele impiegatizie e delle relazioni mafiose. La centralità dei saperi scientifici (la storia di Palermo racconta il valore internazionale del Circolo Matematico ai primi del Novecento e poi dei laboratori di biologia molecolare diretti da un grande scienziato, Alberto Monroy). L’innovazione culturale di respiro europeo (letteratura, musica, teatro, editoria). Ma anche le abitudini dell’accoglienza e del confronto culturale, in una città al centro del Mediterraneo (utile rileggere le pagine del “Breviario mediterraneo” d’uno storico straordinario come Predrag Matvejevic, che della Sicilia e di alcuni siciliani era amico curioso e sincero). Forse, proprio a Palermo, i valori culturali che Settimo ha portato all’attenzione nazionale potrebbero essere ripresi, approfonditi, rilanciati. Fabbrica vuol dire anche fabbricare buone idee, no?