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La legalità per competere meglio: il Tribunale insiste sul bilancio sociale

La legalità è un asset fondamentale della competitività di un territorio, “una leva essenziale dello sviluppo, non solo economico, ma anche sociale e civile”, come sostiene Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia. Un principio di buona democrazia, nelle relazioni tra cittadini e istituzioni. Ma anche una condizione di corretta competitività tra le imprese, dunque di affermazione di una positiva cultura di mercato trasparente e ben regolato. Sta in queste considerazioni l’insistenza di Assolombarda nel considerare, appunto, la legalità come un cardine dei progetti per “far volare Milano”, facendo dell’area metropolitana il motore dell’innovazione e della crescita economica dell’intero sistema Italia.  Legalità come efficienza ed efficacia dell’amministrazione della giustizia. E legalità come contrasto alla criminalità organizzata.

I dati del “Bilancio di responsabilità sociale 2013” del Tribunale di Milano, presentato sabato 18 gennaio dalla presidente Livia Pomodoro, ha un titolo esemplare, “Fare giustizia” e una bella immagine di copertina, un cantiere, elemento simbolico di un’attività in costruzione e conferma di un’attitudine molto milanese, l’impegno a “fare, e fare bene”. Vi si prende atto della relazione tra il funzionamento della giustizia e l’attrattività, la competitività e la qualità della vita e del lavoro sul territorio. Si insiste sul metodo del confronto aperto tra il Tribunale, le altre istituzioni e gli stakeholders (le associazioni, le imprese, i sindacati dei lavoratori, gli attori sociali in generale). E si confrontano le prestazioni della macchina giudiziaria milanese con la media italiana, ma anche con quelle dei paesi in cui la giustizia funziona meglio che qui.

Un dato per tutti: i tempi di definizione di una controversia civile, a Milano, in primo grado, sono di 296 giorni, sessanta di più rispetto alla media di 238 giorni nei paesi Ocse, ma ben al di sotto dei 564 giorni della media dell’Italia. Efficienza maggiore ma non sufficiente, insomma, a giudizio del “Bilancio sociale” del Tribunale. Ed efficacia da migliorare: servono sentenze rapide, ma anche in grado di assicurare effettivamente giustizia. Si è molto lavorato, a Milano, sull’informatizzazione dei procedimenti, sullo stimolo alla definizione concordata di molte controversie, sullo smaltimento delle cause arretrate, sull’efficienza del “Tribunale delle imprese”. Ma molto resta ancora da fare. Se ne è tutti consapevoli. Le imprese e la loro associazione sono pronte a dare il loro contributo, di critica, di confronto, di proposta.

C’è un secondo piano, su cui Assolombarda insiste, parlando di legalità: nell’avviare una serie di iniziative per tutelare le imprese dalla concorrenza sleale delle cosche della criminalità organizzata (‘ndrangheta, mafia, camorra), dichiarando (Corriere della Sera, 11 gennaio) l’appoggio alle iniziative antimafia della Procura della Repubblica di Milano nelle indagini contro le relazioni perverse tra cosche della ‘ndrangheta e disinvolti imprenditori in cerca di scorciatoie illegali d’affari.

La concorrenza è un valore chiave di una buona cultura d’impresa. A patto che sia aperta, rispettosa delle regole, giocata secondo i principi costitutivi di un buon mercato: la qualità, il miglior prezzo, il prodotto più innovativo, il servizio più efficiente. Nulla di quanto avviene nel caso dell’impresa mafiosa, che può farsi forte di altri elementi: la violenza nell’affrontare i concorrenti e condizionare i fornitori, la corruzione delle pubbliche amministrazioni, l’alterazione delle relazioni industriali, dei rapporti con i dipendenti, fondati su minacce e frequente ricorso al “lavoro nero”, l’evasione delle norme sulle tasse e i contributi, il credito “nero”, da riciclaggio, facile e a bassissimo costo. “La mafia dà pane e morte”, scriveva nel 1958 un quotidiano coraggioso, “L’Ora”, nella prima delle sue grandi e documentate inchieste contro la mafia. Il pane di un’economia stentata e distorta, la morte per chi non si adegua.

Nonostante indagini giudiziarie di successo, processi penali, azioni repressive e preventive, l’inquinamento del tessuto economico da parte della criminalità organizzata continua a essere purtroppo d’attualità. Non solo nelle regioni del Sud (Sicilia, Calabria, Campania e una parte della Puglia) ma anche nelle grandi aree settentrionali in cui si condensa la maggior ricchezza del Paese (“La linea della palma sale verso Nord”, aveva ammonito Leonardo Sciascia). E a Milano può minacciare anche i lavori per Expo2015, grandi investimenti, importanti lavori pubblici, su cui i clan di mafia hanno da tempo puntato l’attenzione. Hanno dunque avuto ragione le istituzioni ad alzare la guardia dell’allarme e delle misure di prevenzione e cautela contro le infiltrazioni criminali. Un impegno da cui non distrarsi e da rafforzare, anche al di là dei normali adempimenti burocratici dei certificati antimafia.

Scelta opportuna di una buona cultura delle imprese e delle associazioni che le rappresentano è fare anche un’opera assidua di informazione e sensibilizzazione delle imprese stesse. In tempi di crisi, potrà pur esserci qualcuno tentato di ricorrere all’offerta d’aiuto che viene, più o meno direttamente, da un boss o da una famiglia mafiosa per riscuotere presto un credito, trovare soldi facili al di là del sistema bancario, mettere la sordina a un concorrente temibile o a una rivendicazione sindacale. La scorciatoia – ha detto con chiarezza Assolombarda – è inammissibile. Ma anche pericolosa. La relazione mafiosa è una strada di sola entrata. Una volta accettato il rapporto, non se ne esce più. E l’imprenditore disinvolto è condannato. A obbedire agli interessi mafiosi. E spesso a perdere l’azienda. “Pane e morte”, appunto.