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La lezione di Becker: discriminare è ingiusto e non conviene

Sono ingiuste, le discriminazioni, di razza, genere, religione, cultura, etc. Ledono diritti fondamentali della persona. Ma sono anche economicamente non convenienti. Non discriminare e anzi lavorare sul valore delle differenze fa crescere non solo la civiltà d’un paese, ma anche la sua economia. Non discriminare ma piuttosto integrare migliora la competitività. E’ la lezione di Gary S. Becker, premio Nobel per l’economia 1992, “per avere esteso il dominio dell’analisi microeconomica a un ampio raggio di comportamenti e interazioni umane, incluso il comportamento non legato al mercato”. Un premio Nobel per avere, prima e meglio di tutti, analizzato e spiegato il valore del “capitale umano”.

Vale la pena ricordare la lezione di Becker, a poca distanza dalla sua morte (3 maggio 2014) proprio mentre l’Europa, all’indomani delle elezioni per il nuovo Parlamento europeo, gli Usa e gli altri principali paesi democratici ad economia avanzata stanno radicalmente ripensando culture, paradigmi e regole della crescita economica, per superare in modo duraturo la Grande Crisi e costruire uno sviluppo economico e sociale più equilibrato, sostenibile ambientalmente e socialmente, capace di reggere (di creare cioè benessere diffuso, lavoro e ricchezza) nel lungo periodo.

Sviluppo migliore, dunque. Come? Anche con la costruzione di una “Società generosa” (la definizione fa da titolo a un bel libro di Pier Mario Vello e Martina Reolon per Feltrinelli-Vita, su un’economia attenta allo “stare insieme”, alla buona “competizione” rispettosa della sua stessa etimologia del “cum petere”, allo spirito di comunità) che sappia lavorare sull’inclusività e non sulla discriminazione e dunque su una relazione virtuosa tra identità e differenza (“Il rapporto tra identità e differenza è una questione assolutamente centrale nella vita dei popoli e degli individui… Senza identità non vi è accomunamento, ma senza differenze, l’identità si mostra muta”; da Luigi Ruggio e Francesco Mora, “Identità, differenze, conflitti”, Mimesis, 2007).

E’, appunto, la lezione di Becker. Uno studioso liberale memore sia della filosofia morale di Adam Smith (il sentimento della “mutua simpatia”) sia degli insegnamenti di John Maynard Keynes e attento ad approfondire i nessi tra impresa, lavoro, diritti, crescita economica. Le “convenienze” alla Smith indispensabili al funzionamento dell’economia di mercato legate alla moralità profonda di una società più giusta.

Già nella sua tesi di laurea (ha ricordato Luigi Zingales su “IlSole24Ore” del 6 maggio) Becker ha studiato la discriminazione come “costo” per colui che discrimina. Prospettiva originale, naturalmente. E provocatoria. Perché tutti siamo consapevoli del “costo” che pesa su chi è discriminato (poco lavoro o nessuno addirittura, basso salario, cattive condizioni di sicurezza, scarse o nulle possibilità di crescita e di carriera). Ma vale anche la pena fare capire a chi ha il profitto come guida prevalente d’impegno, d’investimento e di vita che discriminare non gli conviene. Tutt’altro. Perché? Perché la discriminazione impedisce di scegliere i migliori, mortifica la resa del capitale umano, abbatte la competitività. Se chi discrimina non sostiene costo alcuno, aggiunge Becker, non c’è limite economico alla discriminazione. Ma ciò succede solo in strutture non competitive. Il mercato (aperto e ben regolato, naturalmente, non il monopolio né l’oligopolio né le economie ad alto grado di protezionismo) è invece competitivo. E vanno bene solo le imprese che non discriminano (le persone di colore, le donne, etc.) ma scelgono e fanno crescere i migliori. Chi discrimina, in una società di mercato – ammonisce il tagliente Becker – non sa insomma fare bene nemmeno i suoi interessi.

All’intuitività della posizione Becker ha fornito le prove scientifiche di fatti e dati (da qui il Nobel, appunto). E sia l’esperienza sia le indagini successive hanno mostrato per esempio che l’apertura alla competizione del settore bancario negli Usa ha aumentato la percentuale di donne, anche ai vertici del settore e reso i loro stipendi più simili a quegli degli uomini, con un effetto benefico complessivo. “Se la discriminazione contro le donne è ancora così presente in Italia – argomenta Zingales ricordando Becker – è perché i nostri mercati non sono competitivi”.

E’ una lezione economica e morale. Da non dimenticare proprio quando in Europa e anche in Italia la presenza di donne nell’economia, anche ai piani alti delle imprese e della stessa politica è crescente ma non ancora al livello di una corretta condizione di equilibrio. E soprattutto in un momento in cui non sono affatto risolte altre questioni di integrazione, di superamento di pesanti discriminazioni (le ventate xenofobe che attraversano l’Europa ne sono riprova). Discriminare è ingiusto. E non conviene. Lo sviluppo viene solo da una “società aperta”, inclusiva (e capace di darsi norme intelligenti e lungimiranti in questo senso). E le imprese che nel mondo hanno saputo lavorare sul confronto e sulla relazione dialettica e integrata delle differenze vanno avanti meglio di altre e possono fare da paradigma positivo. Il professor Becker è sempre d’attualità.