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La Milano “piccola e garbata” si ritrova nella vitalità di NoLo

Milano in due aggettivi? “Piccola e garbata”, dice Lucia Mascino, in una pausa delle prove di “Smarrimento” al Teatro Franco Parenti, per la regia di Lucia Calamaro, mentre in Tv cresce il suo successo da protagonista della serie dei “Delitti del BarLume” con Filippo Timi.

“Piccola e garbata” sono due aggettivi inusuali, per la metropoli che cresce, investe, innova, si popola di gru da ambiziosi quartieri costosi e imprese high tech, centri di ricerca e banche d’affari, boutique lussuose e ristorantini fusion, vivendo dunque frenetica, tra ricchezze crescenti e nuovi disagi sociali, attrazioni e inquietanti episodi di violenza urbana. Eppure la Mascini insiste, in una puntuta intervista su “la Repubblica” (11 febbraio): “All’inizio mi colpiva il benessere, sembravano tutti puliti, freschi di doccia e shampoo. Pettinati, profumati, forse anche troppo. Poi, mi sono ricreduta…”. Insomma, “non amo la Milano che si esibisce all’ora dell’aperitivo, ma se la conosci la puoi evitare”.

Lucia Mascino è artista brava, colta e sensibile. Sa andare oltre le apparenze, coglie i contrasti, approfondisce le contraddizioni. E legge bene, oltre le fragilità modaiole e le nevrotiche frenesie d’affari che alimentano taglienti diseguaglianze, la bellezza e la gentilezza come tratti profondi e ancora attuali di quella città che affascinava Stendhal e, dopo di lui, generazioni di letterati attenti, personalità creative, banchieri umanisti e imprenditori colti.

La lezione è chiara. Dietro le mille luci dei grattacieli c’è, nonostante tutto, una metropoli accogliente e inclusiva, responsabile e civile. Da conoscere, capire, valorizzare e comunque da salvare dai rischi di diventare una città troppo cara, “enclave da ricchi”, bolla di eccessivo benessere che taglia fuori giovani e creativi.

Leggere alcune pagine milanesi aiuta a capire meglio.

“Ascolto il tuo cuore, città”, annunciava con amorosa curiosità Alberto Savinio, nel difficile inizio degli anni Quaranta. E andava alla scoperta di una Milano “dotta e meditativa”, “romantica”, “tutta pietra in apparenza e dura” ma anche “morbida di giardini interni”. Ascoltare oggi questo cuore,  da flâneur appassionati, muovendosi nelle strade e nelle piazze di alcuni quartieri un tempo periferici e popolari e adesso in rinnovamento, significa provare a mettersi in sintonia con le voci, le tensioni, gli umori variabili di un’umanità che si muove in un flusso continuo di trasformazioni sociali e culturali. Un cuore popolare e colorato, multietnico per recenti presenze eppur ancora animato da ricordi antichi, sofferente per ruvidi divari sociali ma comunque mosso da quel genere speciale di speranza che sa immaginare e costruire cambiamenti positivi. Milano, d’altronde, è così. Caleidoscopio.

Un esempio tra tanti? NoLo, “North of Loreto”, geniale rinominazione recente d’un gruppo di divertenti creativi per un quartiere che sino a pochi anni fa si identificava citando Gorla, Precotto, Turro e soprattutto le lunghe strade dritte in direzione nord est, via Padova, viale Monza, tutte le altre vie che si muovono oltre piazzale Loreto. Un quartiere tradizionalmente segnato da una forte presenza sociale che sapeva di fabbrica, di tecnica e di lavoro operaio. E adesso, invece, ricco di localini e centri culturali d’avanguardia, piazzette salvate dal degrado e ritrovi dove gli abitanti tradizionali si incrociano con giovani creativi dell’arte e della pubblicità. Tutto molto pop. Tanto da meritare, per esempio, una “Guida” della serie che “la Repubblica” manda in libreria e in edicola per raccontare i luoghi che vale la pena scoprire a fondo.
NoLo ha sapore di Milano. Perché Milano ha sempre avuto sapore di mondo, oltre che pudore di intimità. E’ una città aperta, creativa, severa e accogliente. E la sua stessa forma lo testimonia: rotonda, priva di spigoli, cresciuta per cerchi concentrici che, dalla cerchia dei Navigli alle Mura Spagnole e poi alle circonvallazioni, hanno fatto diventare milanesi borghi e paesi che, per centro, si sono riconosciuti nel Duomo ma da lì hanno allungato lo sguardo verso il resto del mondo.
Milano in movimento. Le porte delle sue mura, d’altronde, non sono mai state barriere per escludere, ma caselli del dazio e dunque luoghi di scambi e commerci, varchi di comunicazioni. E la città, nel bel mezzo della pianura, è cresciuta come spazio denso di flussi di persone, idee, merci. Commistioni di manifatture e culture.
Il suo carattere è chiaro da tempo e ben riassunto nello storico editto del vescovo Ariberto d’Intimiano, nel 1018: “Chi sa lavorare venga a Milano. E chi viene a Milano è un uomo libero”. Il lavoro come opportunità di crescita personale e sociale, come titolo di cittadinanza, come garanzia evidente di libertà. Mille anni dopo, quell’editto risuona ancora nelle conversazioni sul carattere dinamico di Milano, tra memoria, quotidianità e futuro.
Il lavoro, appunto.

NoLo, quando ancora non si chiamava così, era parte tipica della Milano industriale che si allargava verso la Brianza manifatturiera e i confini con la provincia di Bergamo, un capannone dopo l’altro, ed era cresciuta in buona parte verso nord, intrecciata allo scorrere del Naviglio della Martesana, acqua lenta e biciclette lungo la ripa. La Pirelli in Bicocca, la Breda e la Falck andando verso Sesto San Giovanni. E, tutt’attorno, l’intreccio di stabilimenti metalmeccanici e chimici, officine, magazzini, e poi ancora altre fabbriche e depositi, ciminiere e binari di ferrovia, un paesaggio di muri e macchinari, così caro ai dipinti di Mario Sironi e alle parole di Leonardo Sinisgalli, ingegnere poeta, lucano d’origine e milanese per generosa adozione: “Io entro in una fabbrica a capo scoperto come si entra in una basilica, e guardo i movimenti degli uomini e dei congegni come si guarda un rito… Sotto questi capannoni, uomini e macchine s’affannano intorno a un lavoro che ha sempre del miracolo: una Metamorfosi”.

Ecco il termine esatto, pensando anche a NoLo: metamorfosi.

Le grandi fabbriche oggi non ci sono più. In Bicocca, seguendo i progetti di Vittorio Gregotti, c’è un’università con 35mila studenti e una serie di successi di ricerca scientifica di valore internazionale, una vera e propria “fabbrica della conoscenza”. E, accanto, s’alzano palazzi di uffici, banche, società editoriali, head quarter di imprese multinazionali (Pirelli, Prysmian, Deusche Bank, etc.) e l’HangarBicocca, uno dei più grandi centri europei di arte contemporanea, con i “Sette Palazzi celesti” di Anselm Kiefer e un ricco catalogo di mostre eccellenti. Sesto non è più “la Stalingrado d’Italia” ma una zona residenziale e di attività terziarie. L’industria resta, è vero, tra Monza e la Brianza. In città, conta meno d’un tempo.
Anche NoLo, però, nella metropoli in mutamento, sta cambiando pelle.
Qui, si riparano ricordi. Ma, insieme, si costruisce cambiamento.
Accanto ai pensionati che ancora raccontano le sirene degli stabilimenti industriali che scandivano il tempo, la nebbia, le osterie e le trattorie, sono arrivati nuovi abitanti, da mezzo mondo. E, di recente, un’altra ondata di residenti, intellettuali, creativi, giovani bravi a sperimentare un diverso futuro.
Le metropoli, d’altronde, sono così. Movimento. Trasformazione.
Milano, da sempre, ci prova. E l’anima per ricordare e le ali per andare verso il futuro, al di là dei grattacieli di Porta Nuova e CityLife e delle strade eleganti di moda e movida, stanno proprio nei quartieri che si rinnovano, rifiutano la marginalità dell’essere “periferia” e preferiscono rianimare piazze e inventare nuove identità e, dunque, nuovi nomi. Come, appunto, racconta NoLo, con sapiente ironia. La condizione umana non cessa di essere ruvida, faticosa, contrastata tra dolori e speranza. Ma non si abbandona alla resa. Qui, l’educazione sentimentale continua ad avere l’orizzonte di una speranza.
Un esempio recente? BienNoLo, una rassegna d’arte contemporanea, una “biennale di quartiere” per avvicinare l’immaginario artistico più innovativo a una platea vasta e popolare. Un gioco sapiente e divertente di istallazioni, pareti consunte dal tempo fatte rivivere dalle immagini di colorati murales, dipinti in vecchi cortili. Ibridazioni. Rigenerazioni. Fantasia. Energia.
Anche così si gioca seriamente a rivivere. D’altronde, la storia insegna che pure nei momenti peggiori di crisi Milano è sempre ripartita da qui: dalla cultura.

Milano in due aggettivi? “Piccola e garbata”, dice Lucia Mascino, in una pausa delle prove di “Smarrimento” al Teatro Franco Parenti, per la regia di Lucia Calamaro, mentre in Tv cresce il suo successo da protagonista della serie dei “Delitti del BarLume” con Filippo Timi.

“Piccola e garbata” sono due aggettivi inusuali, per la metropoli che cresce, investe, innova, si popola di gru da ambiziosi quartieri costosi e imprese high tech, centri di ricerca e banche d’affari, boutique lussuose e ristorantini fusion, vivendo dunque frenetica, tra ricchezze crescenti e nuovi disagi sociali, attrazioni e inquietanti episodi di violenza urbana. Eppure la Mascini insiste, in una puntuta intervista su “la Repubblica” (11 febbraio): “All’inizio mi colpiva il benessere, sembravano tutti puliti, freschi di doccia e shampoo. Pettinati, profumati, forse anche troppo. Poi, mi sono ricreduta…”. Insomma, “non amo la Milano che si esibisce all’ora dell’aperitivo, ma se la conosci la puoi evitare”.

Lucia Mascino è artista brava, colta e sensibile. Sa andare oltre le apparenze, coglie i contrasti, approfondisce le contraddizioni. E legge bene, oltre le fragilità modaiole e le nevrotiche frenesie d’affari che alimentano taglienti diseguaglianze, la bellezza e la gentilezza come tratti profondi e ancora attuali di quella città che affascinava Stendhal e, dopo di lui, generazioni di letterati attenti, personalità creative, banchieri umanisti e imprenditori colti.

La lezione è chiara. Dietro le mille luci dei grattacieli c’è, nonostante tutto, una metropoli accogliente e inclusiva, responsabile e civile. Da conoscere, capire, valorizzare e comunque da salvare dai rischi di diventare una città troppo cara, “enclave da ricchi”, bolla di eccessivo benessere che taglia fuori giovani e creativi.

Leggere alcune pagine milanesi aiuta a capire meglio.

“Ascolto il tuo cuore, città”, annunciava con amorosa curiosità Alberto Savinio, nel difficile inizio degli anni Quaranta. E andava alla scoperta di una Milano “dotta e meditativa”, “romantica”, “tutta pietra in apparenza e dura” ma anche “morbida di giardini interni”. Ascoltare oggi questo cuore,  da flâneur appassionati, muovendosi nelle strade e nelle piazze di alcuni quartieri un tempo periferici e popolari e adesso in rinnovamento, significa provare a mettersi in sintonia con le voci, le tensioni, gli umori variabili di un’umanità che si muove in un flusso continuo di trasformazioni sociali e culturali. Un cuore popolare e colorato, multietnico per recenti presenze eppur ancora animato da ricordi antichi, sofferente per ruvidi divari sociali ma comunque mosso da quel genere speciale di speranza che sa immaginare e costruire cambiamenti positivi. Milano, d’altronde, è così. Caleidoscopio.

Un esempio tra tanti? NoLo, “North of Loreto”, geniale rinominazione recente d’un gruppo di divertenti creativi per un quartiere che sino a pochi anni fa si identificava citando Gorla, Precotto, Turro e soprattutto le lunghe strade dritte in direzione nord est, via Padova, viale Monza, tutte le altre vie che si muovono oltre piazzale Loreto. Un quartiere tradizionalmente segnato da una forte presenza sociale che sapeva di fabbrica, di tecnica e di lavoro operaio. E adesso, invece, ricco di localini e centri culturali d’avanguardia, piazzette salvate dal degrado e ritrovi dove gli abitanti tradizionali si incrociano con giovani creativi dell’arte e della pubblicità. Tutto molto pop. Tanto da meritare, per esempio, una “Guida” della serie che “la Repubblica” manda in libreria e in edicola per raccontare i luoghi che vale la pena scoprire a fondo.
NoLo ha sapore di Milano. Perché Milano ha sempre avuto sapore di mondo, oltre che pudore di intimità. E’ una città aperta, creativa, severa e accogliente. E la sua stessa forma lo testimonia: rotonda, priva di spigoli, cresciuta per cerchi concentrici che, dalla cerchia dei Navigli alle Mura Spagnole e poi alle circonvallazioni, hanno fatto diventare milanesi borghi e paesi che, per centro, si sono riconosciuti nel Duomo ma da lì hanno allungato lo sguardo verso il resto del mondo.
Milano in movimento. Le porte delle sue mura, d’altronde, non sono mai state barriere per escludere, ma caselli del dazio e dunque luoghi di scambi e commerci, varchi di comunicazioni. E la città, nel bel mezzo della pianura, è cresciuta come spazio denso di flussi di persone, idee, merci. Commistioni di manifatture e culture.
Il suo carattere è chiaro da tempo e ben riassunto nello storico editto del vescovo Ariberto d’Intimiano, nel 1018: “Chi sa lavorare venga a Milano. E chi viene a Milano è un uomo libero”. Il lavoro come opportunità di crescita personale e sociale, come titolo di cittadinanza, come garanzia evidente di libertà. Mille anni dopo, quell’editto risuona ancora nelle conversazioni sul carattere dinamico di Milano, tra memoria, quotidianità e futuro.
Il lavoro, appunto.

NoLo, quando ancora non si chiamava così, era parte tipica della Milano industriale che si allargava verso la Brianza manifatturiera e i confini con la provincia di Bergamo, un capannone dopo l’altro, ed era cresciuta in buona parte verso nord, intrecciata allo scorrere del Naviglio della Martesana, acqua lenta e biciclette lungo la ripa. La Pirelli in Bicocca, la Breda e la Falck andando verso Sesto San Giovanni. E, tutt’attorno, l’intreccio di stabilimenti metalmeccanici e chimici, officine, magazzini, e poi ancora altre fabbriche e depositi, ciminiere e binari di ferrovia, un paesaggio di muri e macchinari, così caro ai dipinti di Mario Sironi e alle parole di Leonardo Sinisgalli, ingegnere poeta, lucano d’origine e milanese per generosa adozione: “Io entro in una fabbrica a capo scoperto come si entra in una basilica, e guardo i movimenti degli uomini e dei congegni come si guarda un rito… Sotto questi capannoni, uomini e macchine s’affannano intorno a un lavoro che ha sempre del miracolo: una Metamorfosi”.

Ecco il termine esatto, pensando anche a NoLo: metamorfosi.

Le grandi fabbriche oggi non ci sono più. In Bicocca, seguendo i progetti di Vittorio Gregotti, c’è un’università con 35mila studenti e una serie di successi di ricerca scientifica di valore internazionale, una vera e propria “fabbrica della conoscenza”. E, accanto, s’alzano palazzi di uffici, banche, società editoriali, head quarter di imprese multinazionali (Pirelli, Prysmian, Deusche Bank, etc.) e l’HangarBicocca, uno dei più grandi centri europei di arte contemporanea, con i “Sette Palazzi celesti” di Anselm Kiefer e un ricco catalogo di mostre eccellenti. Sesto non è più “la Stalingrado d’Italia” ma una zona residenziale e di attività terziarie. L’industria resta, è vero, tra Monza e la Brianza. In città, conta meno d’un tempo.
Anche NoLo, però, nella metropoli in mutamento, sta cambiando pelle.
Qui, si riparano ricordi. Ma, insieme, si costruisce cambiamento.
Accanto ai pensionati che ancora raccontano le sirene degli stabilimenti industriali che scandivano il tempo, la nebbia, le osterie e le trattorie, sono arrivati nuovi abitanti, da mezzo mondo. E, di recente, un’altra ondata di residenti, intellettuali, creativi, giovani bravi a sperimentare un diverso futuro.
Le metropoli, d’altronde, sono così. Movimento. Trasformazione.
Milano, da sempre, ci prova. E l’anima per ricordare e le ali per andare verso il futuro, al di là dei grattacieli di Porta Nuova e CityLife e delle strade eleganti di moda e movida, stanno proprio nei quartieri che si rinnovano, rifiutano la marginalità dell’essere “periferia” e preferiscono rianimare piazze e inventare nuove identità e, dunque, nuovi nomi. Come, appunto, racconta NoLo, con sapiente ironia. La condizione umana non cessa di essere ruvida, faticosa, contrastata tra dolori e speranza. Ma non si abbandona alla resa. Qui, l’educazione sentimentale continua ad avere l’orizzonte di una speranza.
Un esempio recente? BienNoLo, una rassegna d’arte contemporanea, una “biennale di quartiere” per avvicinare l’immaginario artistico più innovativo a una platea vasta e popolare. Un gioco sapiente e divertente di istallazioni, pareti consunte dal tempo fatte rivivere dalle immagini di colorati murales, dipinti in vecchi cortili. Ibridazioni. Rigenerazioni. Fantasia. Energia.
Anche così si gioca seriamente a rivivere. D’altronde, la storia insegna che pure nei momenti peggiori di crisi Milano è sempre ripartita da qui: dalla cultura.