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La passione per le “competenze”al governo aprirà davvero una nuova stagione politica?

Competenza. E’ una delle parole ricorrenti nei discorsi politici successivi alle elezioni del 25 settembre, oltre che, naturalmente, nei confronti interni al mondo economico e imprenditoriale in difficoltà tra choc geopolitici, energia, inflazione, post-pandemia, recessione. Servono ministri “competenti”. Sono necessarie “scelte urgenti e solide competenze” per affrontare la crisi. Bisogna usare al massimo “conoscenze e competenze” per dare risposte efficaci alle emergenze e costruire robuste prospettive di sviluppo.

Finalmente.
Il governo guidato da Mario Draghi aveva già mostrato, con grande chiarezza, quanto siano rilevanti, appunto, le competenze e la credibilità internazionale per ricostruire, proprio attorno all’Italia, tradizionalmente guardata con aria critica da altri paesi europei, un alto livello di fiducia. Aveva lavorato con intelligenza politica, competenza tecnica, efficacia sui progetti del Pnrr e le realizzazioni di interventi sui problemi concreti, dimostrando tra l’altro l’importanza di tenere insieme valori politici e conoscenze di merito di problemi e soluzioni possibili. Poi, è stato fatto cadere anzitempo. Una scelta sbagliata, naturalmente, proprio mentre si aggravavano i punti di crisi da affrontare.

Così è andata, comunque. Adesso l’elettorato ha espresso una maggioranza chiara, di centro destra (formata da partiti che hanno sfiduciato il “competente” Draghi) e che ha in Parlamento (a causa di una legge elettorale fortemente maggioritaria) un’ampia forza di deputati e senatori. E la sua leader, Giorgia Meloni, è proprio quella che chiede, ad alta voce, “competenze”.

Va seriamente presa in parola.
La Meloni ha sollecitato, responsabilmente, anche un dialogo con i “corpi sociali” (le associazioni degli imprenditori, i sindacati, le strutture della società e della cultura, etc.). Un’indicazione interessante, dopo lunghi periodi in cui tra le forze politiche prevaleva la tentazione della “disintermediazione”, a favore del rapporto diretto tra leader e “popolo”, della propaganda via Tv o social media. Con scarsa pazienza per il dialogo critico.

“Ben venga l’attenzione ai corpi sociali. Ci aspettiamo di essere ascoltati dal nuovo governo sulle questioni come il lavoro, gli investimenti industriali, lo sviluppo economico, di cui siamo, appunto, competenti”, ha risposto il presidente dell’Unione Industriali di Torino Giorgio Marsiaj durante l’assemblea dell’associazione (tanto per citare solo una tra le tante riunioni di Confindustria che si tengono in questi giorni).

La consapevolezza della gravità della crisi e il bisogno di risposte adeguate rispetto al profondo disagio economico e sociale daranno davvero spazio a una nuova stagione di “primato delle competenze”? Vedremo. Speriamo.
La pandemia aveva già avuto il merito di mostrare l’infondatezza della sbrigatività demagogica del cosiddetto “uno vale uno” e del dileggio di scienziati, economisti, personalità di cultura, “competenti” (nonostante il fiorire di complottisti e amanti delle fake news). Anche adesso non si può più accettare di affrontare le questioni delle carenze energetiche e dell’inflazione, della guerra e dell’ambiente come se le scelte da prendere fossero il risultato di una diffusa chiacchiera da bar. Il diritto di opinione e di parola è naturalmente fondamentale, in democrazia. Poi, però, chi è delegato, con “competenza”, decide. Non è più tempo, insomma, di “mediocrazia”. Tutt’altro.

Lo spiegano bene anche Lorenzo Codogno, professore alla London School of Economics e Giampaolo Galli, vicedirettore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici e professore all’Università Cattolica di Milano, nelle pagine di “Crescita economica e meritocrazia – Perché l’Italia spreca i suoi talenti e non cresce”, appena pubblicato da Il Mulino. Per affrontare la competizione internazionale, nei nuovi difficili equilibri dei mercati globali, “bisognava puntare sulla ricerca e la valorizzazione dei talenti. Invece, a eccezione di un pungo di imprese manifatturiere che esportano, è in genere prevalsa la vecchia pratica delle raccomandazioni e delle sponsorizzazioni politiche per avere un posto di lavoro e fare carriera e il merito è stato messo da parte”.

Il problema, sostengono i due economisti, riguarda tutti gli ambiti della società: le università, le pubbliche amministrazioni, la politica, la magistratura, le Asl, il mercato del lavoro e perfino la selezione dei manager e la finanza. E’ stata messa da canto anche la Costituzione, che indica la necessità di premiare “i capaci e i meritevoli”. E gran parte dei giovani più capaci e ricchi di volontà vanno a cercare all’estero migliori condizioni di lavoro e di vita. Economia e società declinano. Come se ne esce? Le indicazioni possibili riempioni intere biblioteche. Premiare merito e capacità personali e professionali, stimolare l’intraprendenza e favorire non corporazioni e clientele ma capacità, passione, impegno e cultura sono opzioni quanto mai opportune.

Adesso, tanto parlare di “competenza”, a cominciare dal prossimo governo, produrrà buoni risultati?

Competenza. E’ una delle parole ricorrenti nei discorsi politici successivi alle elezioni del 25 settembre, oltre che, naturalmente, nei confronti interni al mondo economico e imprenditoriale in difficoltà tra choc geopolitici, energia, inflazione, post-pandemia, recessione. Servono ministri “competenti”. Sono necessarie “scelte urgenti e solide competenze” per affrontare la crisi. Bisogna usare al massimo “conoscenze e competenze” per dare risposte efficaci alle emergenze e costruire robuste prospettive di sviluppo.

Finalmente.
Il governo guidato da Mario Draghi aveva già mostrato, con grande chiarezza, quanto siano rilevanti, appunto, le competenze e la credibilità internazionale per ricostruire, proprio attorno all’Italia, tradizionalmente guardata con aria critica da altri paesi europei, un alto livello di fiducia. Aveva lavorato con intelligenza politica, competenza tecnica, efficacia sui progetti del Pnrr e le realizzazioni di interventi sui problemi concreti, dimostrando tra l’altro l’importanza di tenere insieme valori politici e conoscenze di merito di problemi e soluzioni possibili. Poi, è stato fatto cadere anzitempo. Una scelta sbagliata, naturalmente, proprio mentre si aggravavano i punti di crisi da affrontare.

Così è andata, comunque. Adesso l’elettorato ha espresso una maggioranza chiara, di centro destra (formata da partiti che hanno sfiduciato il “competente” Draghi) e che ha in Parlamento (a causa di una legge elettorale fortemente maggioritaria) un’ampia forza di deputati e senatori. E la sua leader, Giorgia Meloni, è proprio quella che chiede, ad alta voce, “competenze”.

Va seriamente presa in parola.
La Meloni ha sollecitato, responsabilmente, anche un dialogo con i “corpi sociali” (le associazioni degli imprenditori, i sindacati, le strutture della società e della cultura, etc.). Un’indicazione interessante, dopo lunghi periodi in cui tra le forze politiche prevaleva la tentazione della “disintermediazione”, a favore del rapporto diretto tra leader e “popolo”, della propaganda via Tv o social media. Con scarsa pazienza per il dialogo critico.

“Ben venga l’attenzione ai corpi sociali. Ci aspettiamo di essere ascoltati dal nuovo governo sulle questioni come il lavoro, gli investimenti industriali, lo sviluppo economico, di cui siamo, appunto, competenti”, ha risposto il presidente dell’Unione Industriali di Torino Giorgio Marsiaj durante l’assemblea dell’associazione (tanto per citare solo una tra le tante riunioni di Confindustria che si tengono in questi giorni).

La consapevolezza della gravità della crisi e il bisogno di risposte adeguate rispetto al profondo disagio economico e sociale daranno davvero spazio a una nuova stagione di “primato delle competenze”? Vedremo. Speriamo.
La pandemia aveva già avuto il merito di mostrare l’infondatezza della sbrigatività demagogica del cosiddetto “uno vale uno” e del dileggio di scienziati, economisti, personalità di cultura, “competenti” (nonostante il fiorire di complottisti e amanti delle fake news). Anche adesso non si può più accettare di affrontare le questioni delle carenze energetiche e dell’inflazione, della guerra e dell’ambiente come se le scelte da prendere fossero il risultato di una diffusa chiacchiera da bar. Il diritto di opinione e di parola è naturalmente fondamentale, in democrazia. Poi, però, chi è delegato, con “competenza”, decide. Non è più tempo, insomma, di “mediocrazia”. Tutt’altro.

Lo spiegano bene anche Lorenzo Codogno, professore alla London School of Economics e Giampaolo Galli, vicedirettore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici e professore all’Università Cattolica di Milano, nelle pagine di “Crescita economica e meritocrazia – Perché l’Italia spreca i suoi talenti e non cresce”, appena pubblicato da Il Mulino. Per affrontare la competizione internazionale, nei nuovi difficili equilibri dei mercati globali, “bisognava puntare sulla ricerca e la valorizzazione dei talenti. Invece, a eccezione di un pungo di imprese manifatturiere che esportano, è in genere prevalsa la vecchia pratica delle raccomandazioni e delle sponsorizzazioni politiche per avere un posto di lavoro e fare carriera e il merito è stato messo da parte”.

Il problema, sostengono i due economisti, riguarda tutti gli ambiti della società: le università, le pubbliche amministrazioni, la politica, la magistratura, le Asl, il mercato del lavoro e perfino la selezione dei manager e la finanza. E’ stata messa da canto anche la Costituzione, che indica la necessità di premiare “i capaci e i meritevoli”. E gran parte dei giovani più capaci e ricchi di volontà vanno a cercare all’estero migliori condizioni di lavoro e di vita. Economia e società declinano. Come se ne esce? Le indicazioni possibili riempioni intere biblioteche. Premiare merito e capacità personali e professionali, stimolare l’intraprendenza e favorire non corporazioni e clientele ma capacità, passione, impegno e cultura sono opzioni quanto mai opportune.

Adesso, tanto parlare di “competenza”, a cominciare dal prossimo governo, produrrà buoni risultati?