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La riconferma di Macron e il “debito buono” per rilanciare l’autonomia e l’economia Ue

“Una nuova era”, ha annunciato Emmanuel Macron, sotto la Tour Eiffel, pochi minuti dopo la sua rielezione a presidente della Repubblica francese. E, retorica vittoriosa a parte, ha usato più volte una parola, accanto all’impegno a dare risposte convincenti ai problemi del disagio sociale e della crisi ambientale: Europa. Anzi, meglio, “la nostra Europa”.

La conferma all’Eliseo di Macron ha allontanato, infatti, i rischi di una vera e propria implosione della Ue. E se è vero che restano allarmanti le pressioni di un’opinione pubblica di estrema destra, sovranista e populista, forte di oltre il 40% dei consensi, è altrettanto vero che si può riprendere con maggior forza e più determinata incisività il cammino per rilanciare la strategia europea verso una maggiore e una migliore integrazione, sull’asse tra Francia, Italia, Spagna e Germania. Una buona notizia, in tempi così carichi di tensioni e fratture, messe drammaticamente in luce dalla pandemia da Covid19 e dalla guerra aperta dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina.

Tre i piani di azione che è possibile intravvedere: l’autonomia strategica della Ue, sui pilastri della difesa e dell’energia; la riconsiderazione critica del Patto di Stabilità, in direzione d’una maggiore flessibilità; una politica estera europea che, pur nell’alveo del rafforzamento dell’alleanza atlantica, possa costruire nuove opportunità di dialogo con gli altri grandi protagonisti internazionali, dal Mediterraneo alla scena mondiale. Azioni complesse, difficili, impervie. Controverse. Ma possibili. La Francia europeista di Macron e l’Italia autorevole sotto la guida del tandem Mattarella-Draghi ne sono, oggi, motori credibili.

Sull’autonomia strategica e dunque sui temi della difesa e dell’energia (con le ricadute, anche imprenditoriali, sulle questioni della sostenibilità ambientale e sociale e dell’innovazione tecnologica, la twin transition green and blue) la discussione a Bruxelles e nelle altre principali capitali europee è in pieno svolgimento. E prende corpo l’idea di varare, dopo il Recovery Plan Next Generation Ue in risposta alla crisi pandemica, un nuovo fondo europeo, che raccolga risorse sui mercati internazionali con la garanzia Ue e le investa più in grants (stanziamenti a fondo perduto) che non in loans (prestiti). Non mancano naturalmente riserve (tedesche, innanzitutto) e pareri contrari (i paesi cosiddetti “frugali” ossessionati dalle ipotesi di nuovi debiti europei). E il dibattito che si può già intravvedere sarà molto serrato. Ma, rispetto a tempi recenti, proprio tra i paesi del Nord Europa cresce la consapevolezza della necessità e dell’urgenza di poter mettere rapidamente in piedi strumenti che proteggano dalle pressioni della Russia. E la recente scelta di Svezia e Finlandia per l’adesione alla Nato supporta questa tendenza alla sicurezza. Un esercito europeo è una prospettiva ravvicinata? Ancora no. Ma i passi avanti sulla difesa comune si leggono con una certa chiarezza. Un’Europa più autonoma e forte, dunque. E, proprio in questa prospettiva, più autorevole e dunque dialogante.Si fanno passi avanti anche sulla ridiscussione del Patto di Stabilità, finora sospeso dopo la crisi pandemica e che comunque in tanti, tra Bruxelles, Parigi, Roma, Madrid e Berlino (cautamente) ritengono non più riproponibile negli stessi termini fissati giusto trent’anni fa dal Trattato di Maastricht.

Un sostegno culturale e politico importante arriva da Janet Yellen, la segretaria al Tesoro degli Usa: “Il Patto di Stabilità è irragionevole per i paesi molto indebitati, come l’Italia. Serve più flessibilità, per fare investimenti” (la sua dichiarazione è nelle pagine de “Il prezzo del futuro” di Alan Friedman, pubblicato da La nave di Teseo).

La Yellen, infatti, insiste sulla necessità di investimenti pubblici in infrastrutture e innovazione, cita l’esempio delle attuali scelte di politica economica di Washington e chiarisce che “è giustificabile fare debito quando serve a investire per rendere l’economia più produttiva e per crescere”. È evidente la sintonia con la distinzione neo-keynesiana sostenuta da Mario Draghi tra “debito buono” (innovazione e produttività, appunto) e “debito cattivo” (per alimentare la spesa pubblica corrente assistenzialista, clientelare e corporativa). E chiaro il percorso, per rendere proprio le economie occidentali più solide e competitive. Una competitività, rispetto ai grandi player internazionali (come la Cina, innanzitutto) che ha pure una forte valenza in termini di autonomia strategica e sicurezza. Tutto si tiene, insomma. Con ricadute positive sull’economia di mercato, sul peso internazionale delle nostre imprese, sull’autorevolezza delle democrazie occidentali nella stessa discussione, che andrà rapidamente riaperta e rilanciata, sui nuovi equilibri e una migliore governance della globalizzazione (o, se si vuole usare un termine attuale del dibattito economico, di una “ri-globalizzazione selettiva”).

Il terzo tema cui abbiamo fatti riferimento all’inizio sta proprio qui. Non siamo in presenza di un “tramonto della globalizzazione”. Ma di una critica alle sue distorsioni e di un radicale riassetto, con passaggi drammatici (la guerra in Ucraina, appunto e le altre pesanti tensioni su vari scenari del mondo, dal Medio Oriente al Far East) e nuove possibilità di riforma. E proprio in queste condizioni, in cui equilibri fragili e precari possono drammaticamente infrangersi, è necessario riconsiderare le ragioni politiche del dialogo. Ci sono temi – l’ambiente, l’alimentazione, l’acqua, la salute, i diritti personali e sociali – che possono essere considerati solo sulla scena globale. Su cui tornare a muoversi. Proprio la risposta alla crisi pandemica, con la collaborazione aperta scientifica, medica, tecnologica, ci ha fornito indicazioni positive. Da cui ripartire. La scelta Ue di attenzione alla Next Generation è un buon paradigma.

(photo by Getty Image)

“Una nuova era”, ha annunciato Emmanuel Macron, sotto la Tour Eiffel, pochi minuti dopo la sua rielezione a presidente della Repubblica francese. E, retorica vittoriosa a parte, ha usato più volte una parola, accanto all’impegno a dare risposte convincenti ai problemi del disagio sociale e della crisi ambientale: Europa. Anzi, meglio, “la nostra Europa”.

La conferma all’Eliseo di Macron ha allontanato, infatti, i rischi di una vera e propria implosione della Ue. E se è vero che restano allarmanti le pressioni di un’opinione pubblica di estrema destra, sovranista e populista, forte di oltre il 40% dei consensi, è altrettanto vero che si può riprendere con maggior forza e più determinata incisività il cammino per rilanciare la strategia europea verso una maggiore e una migliore integrazione, sull’asse tra Francia, Italia, Spagna e Germania. Una buona notizia, in tempi così carichi di tensioni e fratture, messe drammaticamente in luce dalla pandemia da Covid19 e dalla guerra aperta dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina.

Tre i piani di azione che è possibile intravvedere: l’autonomia strategica della Ue, sui pilastri della difesa e dell’energia; la riconsiderazione critica del Patto di Stabilità, in direzione d’una maggiore flessibilità; una politica estera europea che, pur nell’alveo del rafforzamento dell’alleanza atlantica, possa costruire nuove opportunità di dialogo con gli altri grandi protagonisti internazionali, dal Mediterraneo alla scena mondiale. Azioni complesse, difficili, impervie. Controverse. Ma possibili. La Francia europeista di Macron e l’Italia autorevole sotto la guida del tandem Mattarella-Draghi ne sono, oggi, motori credibili.

Sull’autonomia strategica e dunque sui temi della difesa e dell’energia (con le ricadute, anche imprenditoriali, sulle questioni della sostenibilità ambientale e sociale e dell’innovazione tecnologica, la twin transition green and blue) la discussione a Bruxelles e nelle altre principali capitali europee è in pieno svolgimento. E prende corpo l’idea di varare, dopo il Recovery Plan Next Generation Ue in risposta alla crisi pandemica, un nuovo fondo europeo, che raccolga risorse sui mercati internazionali con la garanzia Ue e le investa più in grants (stanziamenti a fondo perduto) che non in loans (prestiti). Non mancano naturalmente riserve (tedesche, innanzitutto) e pareri contrari (i paesi cosiddetti “frugali” ossessionati dalle ipotesi di nuovi debiti europei). E il dibattito che si può già intravvedere sarà molto serrato. Ma, rispetto a tempi recenti, proprio tra i paesi del Nord Europa cresce la consapevolezza della necessità e dell’urgenza di poter mettere rapidamente in piedi strumenti che proteggano dalle pressioni della Russia. E la recente scelta di Svezia e Finlandia per l’adesione alla Nato supporta questa tendenza alla sicurezza. Un esercito europeo è una prospettiva ravvicinata? Ancora no. Ma i passi avanti sulla difesa comune si leggono con una certa chiarezza. Un’Europa più autonoma e forte, dunque. E, proprio in questa prospettiva, più autorevole e dunque dialogante.Si fanno passi avanti anche sulla ridiscussione del Patto di Stabilità, finora sospeso dopo la crisi pandemica e che comunque in tanti, tra Bruxelles, Parigi, Roma, Madrid e Berlino (cautamente) ritengono non più riproponibile negli stessi termini fissati giusto trent’anni fa dal Trattato di Maastricht.

Un sostegno culturale e politico importante arriva da Janet Yellen, la segretaria al Tesoro degli Usa: “Il Patto di Stabilità è irragionevole per i paesi molto indebitati, come l’Italia. Serve più flessibilità, per fare investimenti” (la sua dichiarazione è nelle pagine de “Il prezzo del futuro” di Alan Friedman, pubblicato da La nave di Teseo).

La Yellen, infatti, insiste sulla necessità di investimenti pubblici in infrastrutture e innovazione, cita l’esempio delle attuali scelte di politica economica di Washington e chiarisce che “è giustificabile fare debito quando serve a investire per rendere l’economia più produttiva e per crescere”. È evidente la sintonia con la distinzione neo-keynesiana sostenuta da Mario Draghi tra “debito buono” (innovazione e produttività, appunto) e “debito cattivo” (per alimentare la spesa pubblica corrente assistenzialista, clientelare e corporativa). E chiaro il percorso, per rendere proprio le economie occidentali più solide e competitive. Una competitività, rispetto ai grandi player internazionali (come la Cina, innanzitutto) che ha pure una forte valenza in termini di autonomia strategica e sicurezza. Tutto si tiene, insomma. Con ricadute positive sull’economia di mercato, sul peso internazionale delle nostre imprese, sull’autorevolezza delle democrazie occidentali nella stessa discussione, che andrà rapidamente riaperta e rilanciata, sui nuovi equilibri e una migliore governance della globalizzazione (o, se si vuole usare un termine attuale del dibattito economico, di una “ri-globalizzazione selettiva”).

Il terzo tema cui abbiamo fatti riferimento all’inizio sta proprio qui. Non siamo in presenza di un “tramonto della globalizzazione”. Ma di una critica alle sue distorsioni e di un radicale riassetto, con passaggi drammatici (la guerra in Ucraina, appunto e le altre pesanti tensioni su vari scenari del mondo, dal Medio Oriente al Far East) e nuove possibilità di riforma. E proprio in queste condizioni, in cui equilibri fragili e precari possono drammaticamente infrangersi, è necessario riconsiderare le ragioni politiche del dialogo. Ci sono temi – l’ambiente, l’alimentazione, l’acqua, la salute, i diritti personali e sociali – che possono essere considerati solo sulla scena globale. Su cui tornare a muoversi. Proprio la risposta alla crisi pandemica, con la collaborazione aperta scientifica, medica, tecnologica, ci ha fornito indicazioni positive. Da cui ripartire. La scelta Ue di attenzione alla Next Generation è un buon paradigma.

(photo by Getty Image)