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La risposta alla “società irrazionale” è ricostruire fiducia e bloccare il degrado

“Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. Vale la pena riprendere in mano i “Pensieri” di Blaise Pascal, per riflettere sul senso profondo delle opinioni di quella “società irrazionale” appena fotografata dal Censis nel suo 55° Rapporto sulla situazione sociale dell’Italia. Perché proprio quel giudizio di Pascal, al di là del suo riferimento specifico alla relazione dell’uomo con la Verità e dunque con Dio, ci porta ad andare oltre la tendenza a stigmatizzare il cosiddetto “pensiero magico” e a porre una serie di domande sui motivi dell’irrazionalità così diffusa.
E’ necessario, infatti, articolare risposte che cerchino di recuperare alla sfera del pensiero razionale, della conoscenza scientifica e della consapevolezza della “verità dei fatti” e dei dati (e cioè anche alla dialettica del discorso pubblico critico e al pensiero della democrazia liberale) quote rilevanti di opinione pubblica che non possono essere lasciate in balia di credenze bizzarre sulla “terra piatta”, il “grande reset” delle coscienze, i complotti del potere, le manovre dei “nemici”.
Al di là dei violenti che si fanno scudo delle credenze No Vax, degli estremisti e dei provocatori e degli esibizionisti spregiudicati in cerca di facile notorietà, si tratta di fare i conti con pur minoritarie correnti di opinione e di lavorare per ricostruire un tessuto di “fiducia” fondato su pensieri di razionalità critica positiva. E la fiducia è proprio la dimensione in cui si compongono aspettative e sentimenti, passioni e calcoli, interessi e valori, quelle “ragioni del cuore” che si muovono su piani diversi dalla razionalità del progresso, dell’efficienza, della finalizzazione tecnico-scientifica delle scelte. Della ragione razionale.

La “ragione del cuore” è una ragione poetica, letteraria, capace di esprimere le emozioni profonde dell’inquietudine umana. Ed è una ragione politica, se il collante di una comunità, di una polis, è una miscela, pur instabile, di sentimenti e scelte ideali, di spinte emotive e calcoli di interesse, di “simpatia” (sun e pathos, una condivisione di tensioni e sofferenze) e di valori di comunità.
Ecco perché, dopo aver messo giustamente in rilievo i dati della “società irrazionale”, con gli strumenti dell’indagine e della critica sociale di cui il Censis è maestro (per il 5,9% degli italiani il Covid non esiste, il 10,9% è convinto che il vaccino sia inutile, il 12,7% dichiara che la scienza produce più danni che benefici, il 19,9% ritiene che il 5G sia uno “strumento sofisticato per controllare le persone”, il 5,8% dichiara che “la terra è piatta”), è necessario, per gli attori sociali e politici e per tutti coloro che hanno responsabilità di professioni intellettuali, capire come affrontare le radici di disagi e lacerazioni sociali che producono marginalità. E indicare prospettive possibili di migliori condizioni di lavoro e di vita.
Perché proprio nelle aree delle marginalità sociali e del degrado culturale mettono più facilmente radici le credenze del “pensiero magico”. Lì si alimentano sovranismi e populismi, anche con caratteristiche eversive. E lì hanno presa le spregiudicate operazioni di diffusione di fake news, attraverso cui passano tentativi di forze politiche internazionali di lacerare il tessuto delle opinioni pubbliche dei paesi europei e occidentali.

Il declino italiano e i diffusi disagi hanno antiche radici, naturalmente. Gli italiani erano “sciapi e infelici”, secondo il Rapporto Censis del 2013, attento comunque a indicare condizioni in cui si coglieva “il fervore del sale”. Poi è arrivata, nel 2017, la “società del rancore” e, nel 2018, “la cattiveria”, con fenomeni di “sovranismo psichico” che indicavano isolamento e rottura della fiducia e del senso di appartenenza civica. Nel 2020, come reazione a caldo alla pandemia, si è parlato di “fervore”. Adesso, è la volta della “società irrazionale”. L’Italia, è vero, ha una identità complessa. Vive di tensioni molteplici e spesso contrastanti. Di certo, rimangono evidenti le tracce di crisi, di spaesamento, di dolorose incertezze. E nel lungo periodo, con la caduta dell’idea (dell’illusione?) del progresso continuo e del benessere crescente e diffuso, piuttosto che affrontare con realismo le luci e le ombre di una difficile realtà, quote rilevanti di popolazione si lasciano andare al pessimismo, a quel “pensiero magico” che vede complotti, nemici, persecuzioni. E che spregiudicate e poco responsabili forze politiche e gruppi sociali forti sui social media strumentalizzano, con messaggi carichi di ostilità.

Come reagire? Stigmatizzare il “pensiero magico” e “l’irrazionale” è necessario, naturalmente. Così come ricordarsi che, nella costruzione dell’informazione, “non puoi mettere sullo stesso piano uno scienziato e il primo sciamano che passa per strada” e che quindi “deve tornare a contare la competenza” perché “non tutte le opinioni hanno lo stesso valore”, come sostiene giustamente Monica Maggioni, direttrice del Tg1 (“la Repubblica”, 5 dicembre).
Ma non basta. E’ vero, la stragrande maggioranza degli italiani adulti, l’85%, si è vaccinata, con ammirevole senso di responsabilità e intelligente comprensione dei doveri etici e civili verso se stessi e gli altri cittadini. E’ vero anche che imprese e lavoratori, con scarse eccezioni, hanno saputo affrontare bene la crisi da pandemia e recessione, investendo, innovando, lavorando, producendo e determinando un’ammirevole ripresa economica del 6,3%. E’ vero infine che stiamo assistendo a straordinarie conferme dell’esistenza di un solido spirito civico e di un robusto capitale sociale positivo (a cominciare dalle esperienze del volontariato).
Ma tutto questo non ci esime dal farci carico del disagio oramai di lungo periodo, fondato sul divario tra aspettative crescenti di benessere e basso livello di sviluppo economico soprattutto nelle società occidentali, sulle rotture dell’ascensore sociale con un forte annebbiamento delle prospettive delle giovani generazioni, sui nuovi divari tecnologici, culturali, geografici con un peggioramento delle condizioni di vita del ceto medio.

La pandemia e la recessione conseguente hanno aggravato il quadro. Il disagio è cresciuto. Un dato per tutti: i nuclei di famiglie in povertà assoluta in un anno sono raddoppiati, toccando quota 2 milioni. Il lavoro continua a mancare, soprattutto per giovani e donne. E proprio sul tema del lavoro si evidenzia un clamoroso contrasto: le aziende assumerebbero volentieri 400mila persone, che però non trovano, ma altre centinaia di migliaia di persone dichiarano che lavorerebbero volentieri, se ne avessero l’occasione. La ragione sta da entrambe le parti. E servirebbe una seria politica del lavoro legata a formazione e canali di incontro più efficaci tra offerta e domanda.
Ecco il punto: servirebbe una politica, che a lungo è mancata e che in parecchie situazioni, soprattutto negli enti locali e nel Mezzogiorno, continua a mancare. Servirebbe un “rammendo” sociale. Una ricostruzione di fiducia in un progetto comune.
Dal febbraio scorso abbiamo un buon governo, guidato da Mario Draghi, personalità autorevole e prestigiosa anche a livello internazionale. E grazie a questo governo (dopo le gravi carenze delle compagini precedenti) e grazie alla affidabilità e alla credibilità del Quirinale e del presidente Mattarella, abbiamo finalmente affrontato bene la pandemia, definito le scelte per poter usare i fondi europei del Recovery Plan, rimesso in moto la macchina dell’economia, incoraggiando le imprese a investire ed espandersi.
Ma adesso bisogna andare avanti, con chiarezza e lungimirante senso di responsabilità. Le manovre e le schermaglie di questi ultimi giorni, su Finanziaria e prospettive per il Quirinale, non sono però, purtroppo, incoraggianti.

La fiducia da riconquistare e rafforzare resta l’obiettivo, per ridare vigore all’Italia e consolidare la ripresa, cominciando a sanare degrado, disillusioni, rancori, ferite sociali.
Bisogna, insomma, fare riavvicinare cuore e razionalità. E fare il modo, tornando a Pascal, che le ragioni del cuore e quelle della ragione si incontrino e si capiscano. Nella vita, il lavoro più importante è progettare futuro. E costruire ponti. Di idee e di parole. Con pensieri veri, tutt’altro che “magici”.