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La scelta di un Fondo sovrano Ue per evitare i danni dei protezionismi

“Attenzione ai protezionismi. La storia insegna che non è mai una buona idea”. Raghuram Rajan è uno dei più importanti economisti del mondo (ex Governatore della Bank of India e a lungo ai vertici del Fondo monetario internazionale). E da Davos, durante i lavori del World Economic Forum, guarda con preoccupazione alle scelte politiche dei maggiori protagonisti economici globali (i provvedimenti dell’amministrazione Biden a tutela delle imprese Usa, le mosse della Cina che privilegiano il mercato interno, le ombre delle tante guerre commerciali in corso) e insiste sulla necessità di mercati aperti e competitivi: “La dipendenza eccessiva da qualsiasi paese (per l’energia, le materie prime, la componentistica) è sbagliata. Ma il problema è evitarla mantenendo comunque un equilibrio che non avveleni le relazioni internazionali. Abbiamo bisogno di cooperazione in certi ambiti, come gli investimenti ‘verdi’. E sui microchip è irragionevole che ogni paese si faccia le sue fabbriche. Pensiamo all’Inflation Reduction Act americano. Bisognerebbe concentrarsi sulle questioni strategiche, non dare solamente l’impressione di volere contenere la Cina, anche rischiando di farsi male da soli, di imbrigliare la crescita” (“la Repubblica”, 17 gennaio).

Rajan ha perfettamente ragione. Il protezionismo provoca danni. Rallenta lo sviluppo economico. Distorce la migliore allocazione delle risorse attraverso mercati aperti e competitivi. Dietro il paravento della tutela di interessi popolari, alimenta squilibri economici e sociali all’interno degli stessi paesi di cui si vogliono tutelare le imprese. E alimenta fantasmi politici quanto mai negativi (il populismo, il sovranismo, profondi mali della nostra faticosa contemporaneità, quanto mai negativi, nel medio periodo, proprio per i ceti sociali più deboli e incerti, di cui si cerca strumentalmente il consenso). Vale la pena leggere un paio dei suoi libri, per averne documentata conferma, valorizzando il ruolo degli scambi globali: per esempio, “Fault Lines. How Hidden Fractures Still Threaten the World Economy”, pubblicato nel 2010 dalla Princeton University Press (Premio Financial Times e Goldman Sachs come “libro dell’anno) o anche “Salvare il capitalismo dai capitalisti”, scritto con Luigi Zingales e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2004.

Proprio in tempi in cui è necessario ripensare la globalizzazione, sapendo però che “non si torna indietro” e che servono “regole comuni” (Giorgio Barba Navaretti, “la Repubblica”, 9 gennaio), è utile prendere atto della crisi delle politiche di chiusura e degli steccati protezionisti (“The end of magical thinking. How Britain can build a better relationship with Europe”, ha titolato in copertina “The Economist” il 13 gennaio, documentando il fallimento della Brexit). E dunque la sfida che i protagonisti della politica e dell’economia devono saper affrontare riguarda la costruzione di condizioni di sviluppo sostenibile più equilibrate e socialmente accettabili. Con effetti positivi anche per i tentativi di sciogliere i nodi delle crescenti tensioni geopolitiche (la guerra in Ucraina ne è l’espressione più drammatica). Forti di una consapevolezza, che nasce dalla opportuna rilettura di Frederic Bastiat, lungimirante economista francese dell’Ottocento : “Dove non passano le merci passeranno gli eserciti”.

Si tratta, insomma, di valorizzare le interconnessioni che segnano ancora le economie del mondo, passando dall’ideologia del free trade (commerci globali in balia del più forte, con privilegio per gli oligopolisti delle materie prime e delle componenti high tech) alle migliori convenienze del fair trade, cercando punti di equilibrio tra esigenze e interessi diversi e rivalutando e rilanciando gli organismi internazionali come la World Trade Organization, con le sue regole e le sue sanzioni.

Tutto il contrario delle parole d’ordine care alla stagione di Trump su “America First” e delle sollecitazioni per il “Buy American”, cui è incline anche l’amministrazione Biden (l’Inflation Reduction Act, con i suoi 369 miliardi di dollari di sostegni e sussidi alle imprese Usa e a chi investe in America ne è preoccupante strumento).

L’Europa può avere un ruolo fondamentale, in questo quadro. Non solo per evitare di essere vaso di coccio tra i giganti Usa e Cina, con conseguenze negative per tutta l’economia mondiale. Ma anche per proporsi come paradigma positivo di conciliazione tra crescita economica e benessere diffuso (riformando le strutture del welfare State dei vari paesi), libertà economiche e democrazia liberale e di mercato, competitività attuale delle imprese e prospettive di sviluppo sostenibile. Facendo leva anche su un’altra idea forte: la necessità di coordinare gli interessi nazionali sotto la spinta di organismi europei e di migliorare la solidità dell’economia e la qualità della vita e del lavoro. La Ue, con la storia dei suoi Trattati, della Comunità del carbone e dell’acciaio, del Mec e poi del “serpente monetario”, dell’euro e della Bce, ne offre, appunto, significative testimonianze.

Le discussioni in corso a Bruxelles e nelle stanze dei principali governi europei (Roma compresa) sugli “aiuti di Stato”, sulle politiche industriali della Ue e su un “Fondo sovrano europeo” che investa sulla sicurezza strategica e cioè sulle forniture di energia e di materie prime e sulle tecnologie d’avanguardia vanno proprio in questa direzione. Un Fondo da finanziare anche con l’emissione di Eurobond: un’idea cara a un altro dei protagonisti dell’Europa unita, Jacques Delors e di nuovo sul tavolo del dibattito pubblico. Ne parla con insistenza opportuna anche Carlo Bonomi, presidente di Confindustria (“la Repubblica, 18 gennaio).

Le trattative aperte con gli Usa e la fermezza politica di Bruxelles nel pretendere un rilancio delle relazioni transatlantiche si spera possano avere buon esito.

Ne è consapevole innanzitutto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che proprio al Forum di Davos ha sostenuto che l’Unione Europea “deve realizzare la transizione verso l’obiettivo delle emissioni zero senza creare nuove dipendenze” e ha annunciato “un Piano industriale per il Green Deal”. Un piano da finanziare con il bilancio Ue e con ricorsi al mercato. Gli “aiuti di Stato sarebbero una soluzione limitata”. La soluzione, semmai, per evitare la frammentazione del mercato unico, è quella di aumentare i finanziamenti Ue. E dunque “per il medio termine prepareremo un Fondo sovrano europeo nella revisione del bilancio Ue nel 2023”. La posizione trova consenso in Italia. Come spiega bene il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: in risposta all’Inflation Reduction Act Usa “il semplice allentamento delle regole degli aiuti di Stato non è una soluzione, perché sarebbe sproporzionato avvantaggiare gli Stati membri che godono di un margine di bilancio più ampio, aggravando così le divergenze economiche all’interno dell’Unione e la conseguente frammentazione del mercato interno”. Servono, appunto, strumenti europei comuni. Dopo il “Recovery Plan”, il Fondo sovrano Ue è una scelta strategica fondamentale. Un Fondo – è necessario insistere – destinato a tutte le filiere produttive di un’Europa fortemente vocata all’industria, alla manifattura di qualità.

La crisi, insomma, porta consiglio. E chi conosce la storia europea proprio adesso ricorda le parole lungimiranti di uno dei suoi padri, Jean Monnet, nel 1954: “L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi”. Una lezione attualissima di buona politica.

(foto: Getty Images)

“Attenzione ai protezionismi. La storia insegna che non è mai una buona idea”. Raghuram Rajan è uno dei più importanti economisti del mondo (ex Governatore della Bank of India e a lungo ai vertici del Fondo monetario internazionale). E da Davos, durante i lavori del World Economic Forum, guarda con preoccupazione alle scelte politiche dei maggiori protagonisti economici globali (i provvedimenti dell’amministrazione Biden a tutela delle imprese Usa, le mosse della Cina che privilegiano il mercato interno, le ombre delle tante guerre commerciali in corso) e insiste sulla necessità di mercati aperti e competitivi: “La dipendenza eccessiva da qualsiasi paese (per l’energia, le materie prime, la componentistica) è sbagliata. Ma il problema è evitarla mantenendo comunque un equilibrio che non avveleni le relazioni internazionali. Abbiamo bisogno di cooperazione in certi ambiti, come gli investimenti ‘verdi’. E sui microchip è irragionevole che ogni paese si faccia le sue fabbriche. Pensiamo all’Inflation Reduction Act americano. Bisognerebbe concentrarsi sulle questioni strategiche, non dare solamente l’impressione di volere contenere la Cina, anche rischiando di farsi male da soli, di imbrigliare la crescita” (“la Repubblica”, 17 gennaio).

Rajan ha perfettamente ragione. Il protezionismo provoca danni. Rallenta lo sviluppo economico. Distorce la migliore allocazione delle risorse attraverso mercati aperti e competitivi. Dietro il paravento della tutela di interessi popolari, alimenta squilibri economici e sociali all’interno degli stessi paesi di cui si vogliono tutelare le imprese. E alimenta fantasmi politici quanto mai negativi (il populismo, il sovranismo, profondi mali della nostra faticosa contemporaneità, quanto mai negativi, nel medio periodo, proprio per i ceti sociali più deboli e incerti, di cui si cerca strumentalmente il consenso). Vale la pena leggere un paio dei suoi libri, per averne documentata conferma, valorizzando il ruolo degli scambi globali: per esempio, “Fault Lines. How Hidden Fractures Still Threaten the World Economy”, pubblicato nel 2010 dalla Princeton University Press (Premio Financial Times e Goldman Sachs come “libro dell’anno) o anche “Salvare il capitalismo dai capitalisti”, scritto con Luigi Zingales e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2004.

Proprio in tempi in cui è necessario ripensare la globalizzazione, sapendo però che “non si torna indietro” e che servono “regole comuni” (Giorgio Barba Navaretti, “la Repubblica”, 9 gennaio), è utile prendere atto della crisi delle politiche di chiusura e degli steccati protezionisti (“The end of magical thinking. How Britain can build a better relationship with Europe”, ha titolato in copertina “The Economist” il 13 gennaio, documentando il fallimento della Brexit). E dunque la sfida che i protagonisti della politica e dell’economia devono saper affrontare riguarda la costruzione di condizioni di sviluppo sostenibile più equilibrate e socialmente accettabili. Con effetti positivi anche per i tentativi di sciogliere i nodi delle crescenti tensioni geopolitiche (la guerra in Ucraina ne è l’espressione più drammatica). Forti di una consapevolezza, che nasce dalla opportuna rilettura di Frederic Bastiat, lungimirante economista francese dell’Ottocento : “Dove non passano le merci passeranno gli eserciti”.

Si tratta, insomma, di valorizzare le interconnessioni che segnano ancora le economie del mondo, passando dall’ideologia del free trade (commerci globali in balia del più forte, con privilegio per gli oligopolisti delle materie prime e delle componenti high tech) alle migliori convenienze del fair trade, cercando punti di equilibrio tra esigenze e interessi diversi e rivalutando e rilanciando gli organismi internazionali come la World Trade Organization, con le sue regole e le sue sanzioni.

Tutto il contrario delle parole d’ordine care alla stagione di Trump su “America First” e delle sollecitazioni per il “Buy American”, cui è incline anche l’amministrazione Biden (l’Inflation Reduction Act, con i suoi 369 miliardi di dollari di sostegni e sussidi alle imprese Usa e a chi investe in America ne è preoccupante strumento).

L’Europa può avere un ruolo fondamentale, in questo quadro. Non solo per evitare di essere vaso di coccio tra i giganti Usa e Cina, con conseguenze negative per tutta l’economia mondiale. Ma anche per proporsi come paradigma positivo di conciliazione tra crescita economica e benessere diffuso (riformando le strutture del welfare State dei vari paesi), libertà economiche e democrazia liberale e di mercato, competitività attuale delle imprese e prospettive di sviluppo sostenibile. Facendo leva anche su un’altra idea forte: la necessità di coordinare gli interessi nazionali sotto la spinta di organismi europei e di migliorare la solidità dell’economia e la qualità della vita e del lavoro. La Ue, con la storia dei suoi Trattati, della Comunità del carbone e dell’acciaio, del Mec e poi del “serpente monetario”, dell’euro e della Bce, ne offre, appunto, significative testimonianze.

Le discussioni in corso a Bruxelles e nelle stanze dei principali governi europei (Roma compresa) sugli “aiuti di Stato”, sulle politiche industriali della Ue e su un “Fondo sovrano europeo” che investa sulla sicurezza strategica e cioè sulle forniture di energia e di materie prime e sulle tecnologie d’avanguardia vanno proprio in questa direzione. Un Fondo da finanziare anche con l’emissione di Eurobond: un’idea cara a un altro dei protagonisti dell’Europa unita, Jacques Delors e di nuovo sul tavolo del dibattito pubblico. Ne parla con insistenza opportuna anche Carlo Bonomi, presidente di Confindustria (“la Repubblica, 18 gennaio).

Le trattative aperte con gli Usa e la fermezza politica di Bruxelles nel pretendere un rilancio delle relazioni transatlantiche si spera possano avere buon esito.

Ne è consapevole innanzitutto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che proprio al Forum di Davos ha sostenuto che l’Unione Europea “deve realizzare la transizione verso l’obiettivo delle emissioni zero senza creare nuove dipendenze” e ha annunciato “un Piano industriale per il Green Deal”. Un piano da finanziare con il bilancio Ue e con ricorsi al mercato. Gli “aiuti di Stato sarebbero una soluzione limitata”. La soluzione, semmai, per evitare la frammentazione del mercato unico, è quella di aumentare i finanziamenti Ue. E dunque “per il medio termine prepareremo un Fondo sovrano europeo nella revisione del bilancio Ue nel 2023”. La posizione trova consenso in Italia. Come spiega bene il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: in risposta all’Inflation Reduction Act Usa “il semplice allentamento delle regole degli aiuti di Stato non è una soluzione, perché sarebbe sproporzionato avvantaggiare gli Stati membri che godono di un margine di bilancio più ampio, aggravando così le divergenze economiche all’interno dell’Unione e la conseguente frammentazione del mercato interno”. Servono, appunto, strumenti europei comuni. Dopo il “Recovery Plan”, il Fondo sovrano Ue è una scelta strategica fondamentale. Un Fondo – è necessario insistere – destinato a tutte le filiere produttive di un’Europa fortemente vocata all’industria, alla manifattura di qualità.

La crisi, insomma, porta consiglio. E chi conosce la storia europea proprio adesso ricorda le parole lungimiranti di uno dei suoi padri, Jean Monnet, nel 1954: “L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi”. Una lezione attualissima di buona politica.

(foto: Getty Images)

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