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La Settimana della cultura d’impresa con 130 incontri digitali: si parla di sviluppo sostenibile e “avvenire della memoria”

Nel capitale sociale dell’Italia ci sono creatività e intraprendenza, gusto della scoperta e passione per il “bello e ben fatto”, amore per le tradizioni e, contemporaneamente, ambizione per il cambiamento. La storia e il futuro. O, per azzardare una sintesi d’impatto, “l’avvenire della memoria”. Sono caratteristiche che ben rappresentano anche un soggetto che di quel capitale sociale è tra i principali protagonisti: l’impresa. E, strettamente connesso, il lavoro.

Capitale Italia” è il titolo della nuova Settimana della Cultura d’impresa, organizzata da Confindustria e Museimpresa e arrivata alla sua XIX edizione. “Capitale” con un fantasioso gioco semantico. “L’Italia come un’unica grande capitale, una realtà che genera il made in Italy, quel nostro modo di produrre, unico al mondo, dove si unisce al prodotto un contenuto impalpabile di cultura e di valori”, spiega Maria Cristina Piovesana, vicepresidente di Confindustria, con la delega per i temi dell’ambiente, della sostenibilità e della cultura (“Il Sole24Ore”, 8 novembre). Ma anche, appunto, come “capitale sociale” a disposizione dell’Italia e dell’Europa, per cercare di definire e mettere in atto nuovi paradigmi di sviluppo sostenibile: la leva forte della nostra “cultura politecnica” che, proprio nelle imprese, sa costruire sintesi originali di sapienza umanistica e conoscenze scientifiche e tecnologiche, su cui, appunto, si basa la nostra migliore competitività.

Dunque, “Capitale Italia” ovvero “la cultura imprenditoriale per la rinascita del Paese”, per questa Settimana cominciata pochi giorni fa, il 5 novembre e destinata ad andare avanti sino al 20 novembre, una settimana molto lunga, guardando le date, addirittura sino al doppio, densa com’è di oltre 130 appuntamenti  (ecco il link per le informazioni https://museimpresa.com/settimana-cultura/ e il link al palinsesto: https://museimpresa.com/programma-20 ) tra dibattiti, webinar, tour digitali di musei e archivi d’impresa e dialoghi a distanza con le scuole, tra cui quello che sta al centro del Pmi Day, la tradizionale giornata in cui le piccole e medie imprese incontrano studenti e professori, per discutere insieme sui valori dell’impresa e sull’importanza fondamentale della formazione, in un rapporto essenziale tra scuola e lavoro. Di nuovo la “cultura politecnica”, appunto.

Quest’anno, la Settimana della cultura d’impresa si carica di valenze particolari. Siamo, infatti, ancora nel cuore d’una crisi segnata dalle connessioni dolorose e drammatiche tra la pandemia da Covid19 e la recessione. E vediamo emergere tutte le fragilità sociali ed economiche di meccanismi di sviluppo disattenti ai grandi temi dei beni comuni: la salute e una sanità che non si limiti alla cura ma sappia dare risposte sia di prevenzione sia di intervento efficace per le emergenze; l’attenzione all’ambiente, sapendo che “non si può rimanere sempre sani in un mondo malato”, per usare le parole di Papa Francesco; l’impegno per ridurre le disuguaglianze sociali e i divari educativi e culturali.

Abbiamo vissuto nell’illusione di un progresso inarrestabile e di una globalizzazione sempre positiva per tutti. Abbiamo scambiato gli interessi del free trade (il libero scambio ossessivo, che ha premiato solo i paesi più forti e aperto la strada alle manovre più spregiudicate della speculazione finanziaria) con i valori del fair trade, un sistema di relazioni di produzione e di scambio attente alle esigenze delle persone, dei territori, delle regole dei mercati secondo codici internazionali equilibrati (i meccanismi della Wto mandati in crisi dalle guerre commerciali, dalle prepotenze asimmetriche dei più grandi, dai guasti di “America first” e Brexit, etc.). E adesso è tempo d’un radicale “cambio di paradigma” per un’economia più “giusta”, sostenibile, circolare, inclusiva, insomma una “economia civile”, per riprendere la lezione di Antonio Genovesi, illuminista, essenziale riferimento culturale del padre dell’economia liberale, Adam Smith e, un paio di secoli dopo, del maestro del liberalismo con forti venature sociali, John Maynard Keynes.

La pandemia accelera le trasformazioni necessarie. E giustamente si parla di “una nuova Bretton Woods”, di una nuova stagione di accordi internazionali come quelli che, nel dopoguerra, garantirono una lunga stagione di crescita economica e prosperità.

Sono questioni politiche di gran peso, naturalmente. Sfide di portata globale, cui l’Unione Europea mostra finalmente una significativa capacità di risposta, con il Recovery Plan Next Generation, fondato su green economy e digital economy, ambiente e innovazione, cioè, con attenzione per la conoscenza, la scienza, la scuola e la formazione di lungo periodo. E, naturalmente, sfide che proprio qui in Italia vede le imprese in primo piano, come attori fondamentali dei progetti e delle iniziative di sviluppo sostenibile.

“L’impresa è perno del rilancio sul territorio, il soggetto cardine di una comunità, il punto di riferimento per la crescita e per garantire la pace sociale, fattore importantissimo, specie in questo periodo”, sostiene ancora Maria Cristina Piovesana. E sta proprio alle imprese, con i loro investimenti e il loro lavoro, dare un contributo forte per fare uscire finalmente l’Italia dalla lunga crisi della produttività (addirittura sotto zero, secondo gli ultimi dati Istat sul 2019, dopo un ventennio di stagnazione, mentre gli altri paesi Ue sono cresciuti in media dell’1,6%) e dunque dalla palude della mancata crescita economica e sociale.

Le imprese sono, appunto, segnate da innovazione, ricchezza, benessere diffuso e inclusione sociale. Competitività e solidarietà. Un motore fondamentale, dunque, del cambiamento positivo. E i loro valori, la concorrenza corretta negli ambiti della legalità, il mercato, il premio al merito, la produttività da far crescere, con ricadute positive sui salari, il gusto del “fare, e fare bene”, per costruire equilibri migliori sono oggi elementi fondamentali non solo di crescita economica, ma anche di migliori assetti civili. Cultura d’impresa, dunque, come lievito di nuovi equilibri sociali.

L’Italia ha sempre mostrato una sofisticata capacità di resilienza. Dalle crisi (la recessione dopo il boom degli anni Cinquanta, la crisi petrolifera del 1973 e gli “anni di piombo”, le illusioni degli anni 80, il dramma del 1992 tra tangentopoli, bombe mafiose e crollo del valore della lira, il disastro finanziario del 2008) si è sempre ripresa e ricostruita, pur se faticosamente. Ci riusciremo anche stavolta, grazie a quella “cultura politecnica” di cui abbiamo parlato e alla capacità di fare vivere concretamente un “umanesimo industriale” in cui le radici del saper fare rafforzano l’intraprendente ambizione verso un migliore futuro.

Dalla documentazione del passato custodite grazie all’impegno delle imprese e degli archivi e musei, adesso è necessario cogliere le chiavi per superare questa ennesima sfida, consapevoli che non si può essere resilienti senza innovare e viceversa è impensabile essere innovativi senza essere resilienti nei periodi di crisi e di difficoltà. La nostra cultura d’impresa, insomma, racconta come si tengono insieme conoscenze, tecnologie, valori personali e sociali, produttività. Dimensioni fondamentali, in tempi di crisi. Cardini del nostro migliore capitale sociale.