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Una crisi “da non sprecare” seguendo la cattiva strada dello “Stato padrone”
e dei sussidi, invece di sostenere il rilancio di imprese, lavoro e innovazione

“Le crisi peggiori sono quelle che si sprecano”, sosteneva Winston Churchill. Perché la crisi è appunto frattura e cambiamento. E chiede, per non essere sprecata, una buona politica, lungimirante, ambiziosa, contemporaneamente visionaria e concreta. Nei nostri giorni difficili, sotto l’urto di pandemia e recessione, stiamo rischiando quello spreco.

I segnali d’allarme sono evidenti. A cominciare dall’incrocio tra scarsa capacità di governo nell’usare bene le risorse finanziarie per salvare le imprese dal disastro e la crescita d’una tendenza inquietante alla statalizzazione dell’economia. Avevamo già messo in luce, nei blog delle scorse settimane, l’affermarsi, in parecchi settori dell’opinione pubblica e purtroppo anche in ambienti politici e di governo, di un clima anti imprese, di una ostilità nei confronti dell’intraprendenza privata, delle culture del mercato e del merito, dei valori sociali dell’industria e dell’innovazione economica. Adesso, proprio l’appesantirsi della crisi, con le sue conseguenze di caduta dei redditi, disagio, paura e preoccupazione per il futuro, ha fatto riemergere un bisogno diffuso di protezione, di aiuto, di sostegno pubblico.

Nella fase dell’emergenza, certo, è indispensabile un intervento della mano pubblica per fare rapidamente fronte ai rischi di chiusura delle attività economiche, soprattutto quelle dei servizi e delle piccole e piccolissime imprese e per garantire un sostegno economico a chi ha perso lavoro e reddito. Ma, dietro questa urgenza, si fa strada una tentazione di ben altra natura, e di lungo periodo: è riemersa  l’antica passione italiana per un’economia del sussidio, dell’assistenza, della tutela di corporazioni e clientele, contrapposta a un’economia della produzione. Un reddito di cittadinanza, d’emergenza, universale o comunque lo si voglia chiamare, senza lavorare, invece che un lavoro che produce reddito. La tendenza diventa generale, va oltre i confini dell’emergenza, assume i contorni di una sub-cultura che guarda al sussidio, non al salario. Ed è una vera e propria minaccia di sconvolgimento radicale della convivenza civile, oltre che delle possibilità di ripresa.

Ala passione per il sussidio s’aggiunge la strada insidiosa del “ritorno dello Stato padrone”. Già adesso la mano pubblica controlla quasi metà di Piazza Affari, si prepara a entrare nell’Ilva e a dominare del tutto Alitalia. E guarda all’influenza su migliaia di imprese, convertendo i crediti garantiti dallo Stato in azioni. Ci si prepara a un’ondata di nazionalizzazioni? Lo strumento principe di questa strategia da “Iri2” è la Cassa Depositi e Prestiti, l’istituto che raccoglie il risparmio postale degli italiani ed è saldamente presidiato dal governo (anche se azionisti rilevanti sono pure alcune importanti fondazioni bancarie, che non sembrano particolarmente inclini a facili statalizzazioni).

Per rispondere alla crisi e salvare imprese, un intervento pubblico temporaneo, naturalmente, può avere un senso. La Germania, la Francia e altri paesi europei si muovono in questa direzione, con la forza tradizionale di strutture pubbliche potenti ed efficienti. “Più di un euro su due degli aiuti alle imprese è speso dalla Germania… quasi mille miliardi di euro”, documenta “Il Foglio”. E il caso Lufthansa (dieci miliardi per acquisire il 25% della compagnia aerea e finanziarne la ripresa) è solo l’esempio più noto di una strategia di intervento pubblico. Gli effetti, a conclusione della crisi, si faranno sentire.

Più Stato, allora? Dipende dalle forme di finanziamento e di investimento. Meglio di no, se l’intervento pubblico è visto come condizionamento della strategia delle imprese. E se un intervento va fatto, pena il fallimento di parte rilevante del sistema industriale, allora sarebbero indispensabili limiti chiari: finanziamento a fondo perduto e non solo credito, una scadenza di rimborso a lungo periodo e, nel caso di una scelta di equity pubblica, una governance delle imprese indipendente e autorevole, per riportare sul mercato e verso l’azionariato privato le imprese, evitando le tentazioni, abbastanza forti, di rafforzare, proprio con lo “Stato padrone”, la presa di partito e delle burocrazie pubbliche sull’economia e sulle società.

C’è una retorica affascinante, che ha preso corpo in questi mesi di crisi. La retorica della Ricostruzione. Una retorica bella, carica di valori politici e civili straordinari. Ma anche una retorica fuorviante. Quegli anni, dal 1945 ai primi Cinquanta, avevano all’opera una classe dirigente giovane ed entusiasta, formata nelle tensioni politiche e morali della battaglia contro il nazifascismo e appassionata dalle idee delle libertà democratica. Era alla testa delle nuove istituzioni della Repubblica e si muoveva con spirito unitario verso un miglior futuro dell’Italia, pur nel mezzo di durissimi conflitti politici e sociali. Avvertiva un forte senso di responsabilità, che dava corpo istituzionale e politico alle intraprendenze e ai desideri di ripresa, occupazione, benessere di lavoratori e imprenditori (come il “patto per il lavoro” tra la Cgil guidata da Giuseppe Di Vittorio e la Confindustria di Angelo Costa: “Prima le fabbriche, poi le case”). E si guardava all’Europa unita come orizzonte positivo di ulteriori libertà e di opportunità di crescita economica. Il “boom economico” successivo, sino alla metà degli anni Sessanta, era un incrocio tra vitalismo degli attori sociali e scelte di buon intervento pubblico (con un riformismo, però, frustrato nel tempo dagli istinti più conservatori).

Era stato essenziale, l’Iri (l’Istituto per la Ricostruzione Industriale), nato dei primi Anni Trenta del Novecento, per salvare la gracile industria italiana dalle conseguenze della Grande Crisi del 1929 partita da Wall Street e poi rilanciato nel dopoguerra. Era stato governato, fin dalla sua fondazione, da manager ispirati da una cultura e un’etica delle responsabilità da civil servant, come Alberto Beneduce, un economista di formazione socialista e capace di grande autonomia, anche sotto un regime pervasivo come il fascismo. E nel dopoguerra, soprattutto per impulso di altri grandi manager, come Oscar Sinigaglia, Agostino Rocca, Giuseppe Luraghi e Pasquale Saraceno (che avrebbe guidato la stagione migliore della Cassa per il Mezzogiorno) e di banchieri colti e di ampie vedute, come Raffaele Mattioli, presidente della Banca Commerciale Italiana, l’Iri aveva avuto, insieme all’Eni di Enrico Mattei, un ruolo fondamentale per avviare la ricostruzione e sostenere il rilancio dell’economia e dell’industrializzazione del Paese: infrastrutture (come l’Autostrada del Sole, per citare la più nota), energia, servizi, finanza, industria di base, dall’acciaio alla chimica. Poi, dagli anni Settanta, l’inizio del degrado: un’eccessiva influenza politica, i frequenti salvataggi di imprese decotte (l’inutilità del famoso “panettone di Stato”), un management, tranne poche eccezioni, scelto per fedeltà di partito più che per competenza e lungimiranza aziendale e per cultura d’impresa produttiva e competitiva. E un sistema bancario inefficiente, ridotto alla fine degli anni Ottanta, a una “foresta pietrificata” (l’espressione, quanto mai efficace, è di Giuliano Amato, ministro del Tesoro e poi presidente del Consiglio nei primi anni Novanta, la stagione complessa del rinnovamento economico e delle privatizzazioni).

Quei tempi sono passati. Senza rimpianto. Il mondo economico italiano, semmai, ha bisogno, proprio per uscire dalla crisi, di rilancio, internazionalizzazione, maggiore produttività, migliore competitività, impegno per la green economy e un’impresa sostenibile efficiente e responsabile. Al potere pubblico, allo Stato, ai governi, compete definire regole chiare, impostare controlli efficaci, investire in infrastrutture di base, ricerca e formazione, garantire le condizioni per un mercato aperto e trasparente. Essere non “uno Stato imprenditore” che s’impiccia nella gestione d’impresa ma un buon costruttore di strategie politiche, nazionali ed europee, per fare crescere le imprese e rendere efficienti i mercati.

Abbiamo, insomma, bisogno di buona politica, non di scelte ideologiche da mano pubblica pervasiva e trame da piccolo cabotaggio di potere.

Il problema è che purtroppo ci tocca fare i conti con una situazione politica quanto mai fragile e poco all’altezza delle sfide che incombono. Usciamo da anni di polemiche (un po’ fondate un po’ tanto strumentali) contro la “casta” dei politici e delle élite, di un populismo anti-parlamentare che si proponeva di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” e di un sovranismo localistico e anti-europeo, con le istituzioni segnate da una popolazione di rappresentanti “nominati” dai vertici di partito per fedeltà ai leader piuttosto che per capacità e competenze. La buona politica, con i suoi progetti, è stata sostituita dall’ossessione per la comunicazione frenetica dei social media, in un contesto, peraltro, affollato da fake news e da un rumore di fondo che non favorisce né la consapevolezza né la capacità critica responsabile. L’orizzonte delle trasformazioni di lungo periodo (il lavoro politico da buon politico, da statista) è offuscato dalla mediocrità del successo personale istantaneo e compulsivo dei like.

Risalire la china, per uscire dalla crisi, è però indispensabile. E un cambiamento di toni, scelte, cultura di governo, è l’orizzonte immediato di un impegno comune. Ci sono, in Parlamento e al governo, personalità e settori che mostrano una certa lungimiranza e un chiaro senso di responsabilità. E ci sono forze sociali attente, dotate di conoscenza e competenze, capaci di critica consapevole, di proposta, di collaborazione. Il Quirinale è punto di riferimento saldo, di regole, competenze e garanzie democratiche, con una sicura visione europea. Questo paese, così generoso e responsabile proprio nell’attuale stagione di difficoltà e di dolore, merita scelte serie, un migliore futuro.