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La Ue di JCJ ora rilancia l’economia reale e l’industria italiana può giocare le carte migliori

Europa, “finalmente attenzione all’economia reale”, scrive Il Sole24Ore, commentando positivamente, per l’autorevole firma di Alberto Quadrio Curzio (20 luglio), il programma di Jean-Claude Juncker, dopo la sua elezione a presidente della Commissione Europea. Il documento del nuovo corso di JCJ (il lungo nome diventato sigla, per la gioia dei titolisti dei giornali) ha un titolo ambizioso, “Programma per l’occupazione, la crescita, l’equità e il cambiamento democratico”. E Quadrio Curzio ne apprezza la concretezza strategica, al di là dei dibattiti, oramai rituali, sulla essenzialità del “fiscal compact” (conti pubblici in ordine, per poter parlare di sviluppo), sui limiti della “flessibilità” nei (e non “dei”) parametri di Maastricht e sulla necessità di rafforzare scelte da “industrial compact” per una maggiore e migliore competitività dell’economia e soprattutto dell’industria europea.

JCJ indica “dieci settori strategici di intervento”. E insiste sul principio di “sussidiarietà” quando ricorda che sono soprattutto le imprese a creare occupazione (buon monito, a chi ritiene valida la ricetta simil-keynesiana che affida alla spesa pubblica il compito di difendere e produrre posti di lavoro) e che “dunque i fondi pubblici della Ue – commenta Quadrio Curzio – possono e devono essere usati meglio per spingere gli investimenti nell’economia reale e per una proficua sinergia tra pubblico e privato”. Non assistenzialismo dunque, pur nella consapevolezza dell’importanza delle dimensioni sociali della crisi ancora viva e delle scelte da “economia sociale di mercato”. Ma stimoli agli investimenti e allo sviluppo (con il corollario di sostegno a ricerca, innovazione, formazione, infrastrutture). E con le imprese in primo piano.

Economia reale, appunto. Gli interventi “in settori strategici” parlano infatti di investimenti Ue in sistemi di infrastrutture integrate (digitale e banda larga, energie, trasporti, tecnoscienze). Quadrio Curzio ne mette in rilievo “il potenziamento dei finanziamenti sia con un uso più efficiente ed efficace del bilancio comunitario sia tramite la Bei (la Banca europea degli investimenti) e il partenariato pubblico-privato, sia con nuovi strumenti finanziari per le imprese”. JCJ si è impegnato a presentare entro tre mesi, all’inizio dell’autunno, cioè, un programma che metta in movimento 300 miliardi di investimenti in tre anni: “Si creerebbero così – commenta Quadrio Curzio – dei mercati integrati infrastrutturalmente e una maggiore competitività specie per l’industria che per JCJ deve puntare al 20% del Pil della Ue. Per fare sì che di questa strategia di crescita reale beneficino anche le piccole e medie imprese, che danno oltre l’85% degli occupati nella Ue, JCJ si impegna anche a una semplificazione radicale delle norme europee, auspicando una ricaduta su quelle nazionali”. Importante, il richiamo alla Bei, con un’efficacia da migliorare (nel triennio 2013-2015 può “liberare” fino a 180 miliardi in investimenti addizionali all’economia reale, dalle infrastrutture alle Pmi). E importante anche il silenzio sulla Bce, interpretato come apprezzamento della sua autonomia e del ruolo svolto finora per il sostegno all’economia europea.

L’Europa si muove. E l’Italia, come intende partecipare alla nuova strategia di JCJ? I dati economici italiani sono ancora negativi, con un ridimensionamento (fonte Bankitalia) delle prospettive di crescita del Pil a uno stentato 0,2% nel 2014 (contro le previsioni del governo di uno 0,7%). La competitività è in caduta, a causa soprattutto degli scarsi investimenti esteri, del peso del fisco, del contesto normativo e burocratico complesso e opaco, dei servizi carenti e della caduta dell’occupazione (il sistema Paese ha perso sei posizioni in due anni, secondo la classifica del World Competitiveness Center dell’Imd, l’Institute for Management Development di Losanna, scivolando dalla 40° alla 46° posizione, molto più in basso di Germania, Francia ma anche Spagna e Portogallo). La manifattura e i servizi ristagnano (secondo le indagini R&S di Mediobanca sui bilanci delle principali società italiane). L’industria perde colpi e la crescita dell’export delle aziende migliori non ce la fa, da sola, naturalmente, a controbilanciare un’evidente condizione di crisi ancora in corso (con fortissime ricadute negative sui posti di lavoro e sui redditi).

E il governo? Ha annunciato “un piano industriale per fare ripartire l’Italia”, con interventi per fare crescere gli investimenti e lavorare “sull’offerta di made in Italy di qualità” che tutto il mondo apprezza e aspetta. “Se lavoriamo bene sull’offerta, abbiamo davanti vent’anni di benessere reale”, prevede, molto fiducioso, il viceministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda, guardando soprattutto ai mercati esteri su cui rafforzarsi e a quelli da conquistare. Dunque, più investimenti, più innovazione, maggiore internazionalizzazione, meno complicazioni burocratiche (e meno corruzione: un vero ostacolo alla buona economia competitiva).

Il programma di JCJ è una buona cornice europea in cui inserire il rinnovamento e il rilancio italiano. Le imprese migliori (alcune migliaia di medio-grandi, che trascinano le piccole e medie) sono già su questa lunghezza d’onda. La nostra cultura d’impresa è innovativa. La sfida è tutta per la politica e la pubblica amministrazione. Da non perdere.