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L’aria pura di Adriano Olivetti

Guardare all’industria come ad un bene collettivo. Vedere l’impresa come una conquista di tutti. In tempi complessi come quelli che la società e il sistema produttivo stanno attraversando, concetti di questo genere appaiono quantomeno anacronistici, altro dalla realtà (anche quella sognata). Di fatto però, la ripresa della produzione, gli esempi migliori di essa, una prospettiva seria e concreta  di sviluppo passano anche da concetti di questo genere. Aria pura che si deve diffondere. Aria attualissima eppure non nuova. A farla sentire meglio di molti altri, a darle un fascino e una profondità particolari ci aveva già pensato Adriano Olivetti del quale, in questi mesi le rinate Edizioni di Comunità stanno ripubblicando tutti gli scritti.

“Le fabbriche del bene” – volumetto agile che si legge d’un fiato -, raccoglie due significativi interventi dell’imprenditore di Ivrea: il primo è la sintesi del progetto di Comunità cioè dell’idea, fondata anche sulla fabbrica, di convivenza civile di Olivetti; il secondo (“Dovete conoscere i fini del vostro lavoro”), è un discorso tenuto nel giugno del ’45 agli operai  della Olivetti subito dopo la Liberazione. In entrambi appaiono a più riprese suggestioni, lampi, idee, concetti che appaiono oggi come ieri provocatori ed unici, ispiratori di organizzazioni e gestioni del lavoro modernissime ma ancora difficilmente reperibili in una forma compiuta.

“Ogni azienda importante determina, per i suoi problemi tecnici e per i bisogni di vita dei propri dipendenti, continui conflitti di interessi con l’ambiente in cui vive”, ammette per esempio Olivetti, nel primo intervento contenuto nel volume, che aggiunge subito dopo: “In verità il bene comune nell’industria è una funzione complessa di: interessi individuali e diretti dei partecipanti al lavoro; interessi spirituali solidaristici e sociali indiretti dei medesimi; interessi dell’ambiente immediatamente vicino, che trae ragion di vita e di sviluppo dal progredire dell’industria; interessi del territorio immediatamente limitrofo”. Tutto per arrivare a dire che l’unica soluzione possibile per il benessere e il progresso sta “nell’equilibrio tra le forze che rappresentando gli interessi descritti”. Una conclusione che vale ancora e che spesso tuttavia sembra lontana dalla realtà dei tempi.

Ancora più vicino alla fabbrica, alla sua cultura e al lavoro che vi si svolge è il secondo scritto contenuto nel volume. Che inizia subito con la testimonianza della presenza di qualcosa che sfugge ad “un esame razionale” dell’agire imprenditoriale per valutare il quale non è sufficiente il solo calcolo.  Poi arriva il racconto della fabbrica durante la guerra che serve per gettare insolite (apparentemente per molti ma non per Olivetti), basi della fabbrica del futuro. Alla domanda su cosa fare, Adriano Olivetti infatti risponde: “Saremo condotti dai valori spirituali, che sono valori eterni. Seguendo questi i beni materiali sorgeranno da sé senza che non li ricerchiamo”.

Ha ragione Gustavo Zagrebelsky  nella bella introduzione al volume: le idee di Olivetti potevano “sembrare fuori dal mondo” e in effetti Olivetti era ed è “fuori di quel mondo e di questo attuale, ma voleva rappresentare l’ingresso in un altro mondo”.

Le fabbriche del bene

Adriano Olivetti

Edizioni di Comunità, 2014