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Lasciare l’euro? Nessun aiuto alla competitività dell’industria di qualità

L’euro, valuta troppo forte, deprime la competitività delle imprese, soprattutto di quelle dei paesi più deboli, l’Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo. Con la forza degli slogan d’effetto per anime semplici, quest’opinione gira per ambienti politici ed economici in cerca di facili capri espiatori d’una crisi le cui conseguenze economiche e sociali, purtroppo, si fanno ancora sentire. Ed è indispensabile farci i conti, per ribattere con fatti e valutazioni concrete, com’è compito di una buona e pragmatica cultura d’impresa, a derive d’opinione anti-europee che metterebbero, loro sì, in grave pericolo l’apparato produttivo italiano.

La sintesi dei rischi sta sulla prima pagina de “Il Sole24Ore” (5 febbraio), con la firma di Davide Colombo: “L’uscita dalla moneta unica determinerebbe non solo un immediato disallineamento degli spread e una conseguente insostenibilità del debito pubblico italiano, ma scatenerebbe anche un’inflazione a doppia cifra con un’esplosione dei costi energetici. In questo contesto la svalutazione non riuscirebbe a rilanciare le esportazioni e il Pil, visto che le filiere globali della produzione hanno già ridotto i vantaggi competitivi dei singoli paesi”.

Per capire meglio, vale la pena riflettere su quali siano gli elementi effettivi della competitività delle nostre imprese. Nella gara dell’export, spiega Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, analizzando “il nuovo manifacturing italiano” (tema di un interessante convegno Aspen-Assolombarda, il 27 gennaio scorso, a Milano), l’Italia tra i 1999 e il 2012 ha perso il 29% di market share dei prodotti manifatturieri, come gli Usa e molto meno di Gran Bretagna (-45%), della Francia (-39%), del Giappone (-33%). E’ andata meglio di tutti alla Germania (-6%) ma noi italiani, insomma, ci siamo difesi bene. La nostra industria è in affanno per crisi del mercato interno (effetto soprattutto delle marcate politiche di austerity). Ma sull’export continuamo a crescere, con un attivo della bilancia manifatturiera nel 2012 di 113 miliardi di dollari, che sale a circa 130 nel 2013 ed è previsto che cresca ancora. In molti settori esportiamo più della Germania. E – ecco un dato molto interessante – l’Italia è il secondo paese, dopo la Cina, per il maggior numero di prodotti manifatturieri non-food con un attivo della bilancia commerciale maggiore di quello tedesco. Detta in altri termini: le nostre esportazioni crescono anche in settori ricchi di innovazione, come la meccanica specializzata e l’automazione. Delle “quattro A” che segnano il nostro export, l’automazione va anche meglio di arredamento, abbigliamento e agro-alimentare.

Esportiamo bene – ecco un altro dato – soprattutto per le produzioni ad alto valore aggiunto e nei settori più carichi di innovazione. La riprova? I settori tradizionali (tessile-abbigliamento-cuoio-calzature, mobili, gioielli, minerali non metalliferi) pesavano per il 70% nel surplus commerciale manifatturiero nel 1996, ai tempi della lira, ma solo per il 35% nel 2012, con l’euro. E’ radicalmente cambiata, insomma, la composizione del nostro export di successo, a vantaggio di prodotti più carichi di innovazione, in settori a maggior valore aggiunto, con più forte capacità competitiva.

Tornare alla lira, allora, con questo tipo di industria manifatturiera? Sarebbe un disastro, proprio per la competitività e le esportazioni.

Il  Centro Studi Confindustria aggiunge altre considerazioni, per documentare come l’effetto svalutazione non rilancerebbe né l’export nè il Pil. La prima riguarda la diffusione delle filiere globali, la nuova composizione delle supply chain. L’industria italiana vive di trasformazioni, importando semi-lavorati (che toccano il 60% circa del totale dell’import). La svalutazione ne aumenterebbe i costi, riducendo dunque i margini dell’impresa trasformatrice finale. Seconda considerazione: l’elevatissimo aumento dei costi dell’energia, già particolarmente gravosi per l’impresa italiana (uno dei fattori che più incidono negativamente sulla nostra competitività). Terza considerazione: l’innalzamento dei costi del credito, che penalizzerebbero soprattutto le piccole e medie imprese. Potrebbe pur esserci, insomma, un vantaggio teorico della svalutazione, sulle imprese che esportano, in termini di prezzo, ma sarebbe rapidamente controbilanciato, annullato, capovolto dal drammatico aumento dei costi di cui abbiamo parlato.

La questione di fondo sta proprio qui: l’industria italiana compete, sui mercati globali, non sul prezzo, ma sulla qualità. Dopo l’arrivo dell’euro, ha imparato a superare le distorsioni provocate dalla cattiva abitudine alle svalutazioni competitive e ha trovato spazi di livello nel “medium hi tech” (celebrato dal presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca come cardine dell’eccellenza manifatturiera italiana). Le “multinazionali tascabili” e gran parte delle 4600 imprese medie e medio-grandi censite da Mediobanca e che rappresentano la forza dell’”orgoglio industriale” italiano si sono affermate, nel tempo, grazie a innovazione e qualità. Ed è questa la forza che va difesa.

Per la competitività, dunque, non servono le chiacchiere demagogiche sulla fine dell’euro e il ritorno alla lira. Ma buone scelte di politica industriale, in Italia e ai vertici della Ue. Tutto il resto, è pericolo di declino.