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Le buone scelte di cultura d’impresa se ad Harvard si studia Gramsci e Cucinelli ama citare Kant in Bocconi

La filosofia? Non insegna a fare qualcosa né a risolvere un problema. Insegna a pensare. A essere. L’Aula Maggiore dell’Università Bocconi è piena di ragazzi (oltre quattrocento), in un pomeriggio di metà ottobre. Tutti lì, riuniti dal BLab, per discutere di cultura d’impresa, sostenibilità, “fabbrica bella” (ne parlano Francesco Perrini, professore bocconiano e chi scrive). E soprattutto per ascoltare la testimonianza d’un imprenditore che di questi temi ha fatto una leva fondamentale d’identità e sviluppo. Per ascoltare, cioè, Brunello Cucinelli, gran nome dell’abbigliamento italiano di respiro internazionale (cachemire d’alta qualità), una straordinaria storia d’impresa a Solomeo, borgo medioevale umbro, dove ai processi di lavoro s’intrecciano discussioni e attività d’arte, teatro, filosofia: non mecenatismo dal sapore antico, ma una vera e propria scelta culturale che fa da cardine dell’identità dell’impresa.

La bellezza salverà il mondo”, è il titolo dell’incontro, partendo da una visionaria frase de “L’idiota” di Dostoevskij. Ed è immediato il rinvio all’idea greca del “kalos kai agathos”, al legame molto stretto che intercorre tra estetica ed etica. Buona filosofia, appunto. Come conferma uno dei libri di maggior successo degli ultimi anni, “L’utilità dell’inutile” di Nuccio Ordine, edito da Bompiani: un letterato che usa con intelligenza sofisticata e linguaggio popolare (cioè comprensibile a tutti) temi e categorie della filosofia.

Alla filosofia s’appassiona molto, Cucinelli (ne ha avuto una laurea “honoris causa” all’università di Perugia). Dice ai ragazzi di pensare soprattutto ai valori, alla bellezza dello stare insieme, al tempo delle relazioni positive e non, come primo punto, a far soldi, alla produttività. Esce dai binari consueti dell’utilitarismo (necessari ma non sufficienti, per un buon imprenditore proprio in tempi di crisi e di radicali cambi di paradigmi economici, quali quelli in cui ci ritroviamo a vivere, cercando “un’economia giusta”). E invita i ragazzi a rileggere Kant e il suo monito ad avere come riferimento essenziale “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

Kant come guida anche per fare una buona impresa? Filosofia indispensabile per cercare di capire come affrontare i nodi dell’attuale complessità (i temi interconnessi dell’ambiente, delle disuguaglianze, del rispetto della persona e dello sviluppo economico più equilibrato e sostenibile). E come elaborare nuove chiavi interpretative per cercare di costruire un migliore futuro. Viene in mente “Il mondo come volontà e rappresentazione” di Schopenhauer. Ci si ricorda che Adam Smith, il “padre dell’economia” liberale, era innanzitutto un filosofo morale. E che alla filosofia s’appassiona per anni John Maynard Keynes, prima di diventare uno dei maggiori economisti del Novecento, le cui idee, per fortuna, a lungo neglette o mal declinate, hanno proprio di recente avuto riletture e rilancio.

Aristotele come filosofo d’impresa? E perché no? Il pensiero greco era quello della filosofia e della scienza, dell’arte drammatica e della poesia, dell’astronomia e della democrazia come comunità di uguali. Un pensiero da rileggere, d’estrema attualità. Proprio rivalutando quel “kalos kai agathos” cui abbiamo fatto cenno. Lo conferma, tra i tanti, anche uno degli stilisti di maggior successo, Tomas Maier, il direttore di “Bottega Veneta”, uno dei marchi “italiani” più noti al mondo (anche se le azioni sono nel portafoglio dei francesi di Kering): “Cos’è il brutto? L’esibizione della ricchezza” (“Corriere della Sera”, 29 ottobre). Un’idea che sta, appunto, tra scelte di stile e morale.

C’è tutto un mondo in movimento, tra filosofia e impresa. Filosofia, s’insegna da tempo nelle “grandes écoles” tecniche di Parigi, dove si formano gli ingegneri destinati a essere cardine della classe dirigente (e teatro, e scrittura…). Filosofia, è materia dei programmi dei due Politecnici d’eccellenza italiani, a Milano e a Torino. Filosofi, cercano le imprese migliori, per avere intelligenze dedicate a ragionare su metodi interpretativi dei radicali cambiamenti in corso. E anche la prossima “Settimana della cultura d’impresa” organizzata da Confindustria e MuseImpresa (10-24 novembre) ha un titolo che rinvia a parecchi concetti filosofici: “La fabbrica bella: cultura, creatività, sostenibilità” (la Fondazione Pirelli ne è, come sempre, tra i protagonisti).

Siamo di fronte a “domande di senso”, anche nel cuore del mondo economico. E probabilmente ha ragione il “Financial Times” quando, di fronte a una filosofia che si ripresenta in molti aspetti della vita quotidiana, sostiene che “la filosofia, per rimanere in vita, ha bisogno dolorosamente della cultura pop”.

Rivalutare, dunque, la cultura umanistica. E lavorare per sanare le fratture (tipicamente italiane, tutte novecentesche, ex crociane) con la cultura scientifica. Riflettendo sulle indicazioni di Steve Jobs sulla necessità di “ingegneri rinascimentali”. Insistendo sulla “cultura politecnica” (una definizione cara alla Fondazione Pirelli e oramai usuale, da anni, in questi blog). Rileggendo, per esempio, i documenti di fondazione del Cnr (il Consiglio nazionale delle ricerche, nato nel 1923) e pensato da uno scienziato come Vito Volterra, attentissimo alla “interdisciplinarità” e fautore di sinergie virtuose tra università, ricerca pubblica e industria (prima di venire emarginato dalle funeste scelte del fascismo). E ristudiando Antonio Gramsci (vedi il blog del 30 agosto) che all’utilità del latino e del greco come strumenti di formazione ha dedicato alcune delle pagine più belle e attuali dei “Quaderni del carcere”.

Ristudiare Gramsci e le sue analisi sulla cultura popolare (là dove non s’avverte il senso della frattura tra umanesimo e scienza, come non la avvertivano i greci, né poi gli umanisti del Rinascimento, gli illuministi e parte ampia del pensiero del Novecento in Europa) è impegno diffuso anche in Gran Bretagna. E alla Harvard University a Boston. Per ragionare di cultura popolare, umanesimo declinato di fronte alle nuove sfide culturali della stagione dei “millennials”, relazioni tra cultura e sviluppo economico e sociale. Gramsci d’attualità. Non il politico. Ma il filosofo della politica e della cultura. Che quel Kant della “legge morale dentro di me” conosceva benissimo.