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Le imprese sono comunità di persone, ecco il vero valore della competitività

In tempi così difficili e controversi, vale la pena di ricominciare a ragionare sul valore delle parole, sul loro significato profondo, sulla loro stessa etimologia. E cercare di salvare il discorso pubblico dalle facilonerie retoriche, dagli eccessi della propaganda, dai veleni delle fake news. Le tante chiacchiere sul “merito”, se rivendicarlo a partire dalla scuola sia “di destra” o “di sinistra” e su come e quanto metterlo in stretta relazione con “l’eguaglianza”, rivelano, tra l’altro, un corto circuito di idee e valori che non aiuta a capire cosa fare per rimettere in movimento le ruote dello sviluppo economico e sociale di un Paese incerto e smarrito e ricostruire spirito repubblicano, valori civili e senso di comunità.

Le parole, dunque. Prendendone una delle più discusse: competitività. Nomina sunt consequentia rerum, ammonivano i sapienti latini. E così, per capire, è utile, appunto, andare alla radice delle parole. E prendere atto che competitività viene da cum e da petere.
Cum e cioè insieme, come indicano pure “comune”, “comunione”, “comunità” (cum e munus, il dono) ma anche “costituzione” (cum e statuere, stabilire insieme, scrivere insieme le regole della “convivenza”).
Petere e cioè andare, chiedere, reclamare, desiderare.
In sintesi: muoversi insieme verso un obiettivo comune.
Nell’accezione più frequente del linguaggio economico contemporaneo, la competitività è selettiva, indica vincitori e vinti, è escludente. Nella natura profonda, data la sua etimologia, è inclusiva, densa di valori che hanno sapore di collettività. Per sanare lo iato tra origine e uso corrente (“collaborazione” versus “competizione”), qualcuno ha coniato, in letteratura economica, l’espressione “collaborazione competitiva”. Meglio che niente.

Il ragionamento sulla competitività e sulle “competenze” come cum e petere sta anche nelle sapide e sapienti pagine di un libro appena pubblicato da Garzanti, “Si vince solo insieme”, una conversazione di Claudia Parzani con Sandro Catani, con un sottotitolo molto stimolante: “Undici parole per scoprire il valore della diversità e immaginare il futuro”.
Avvocata d’affari lei, senior partner dello studio legale internazionale Linklaters e presidente della Borsa e di Allianz Italia. Advisor di grandi aziende lui, con una lunga esperienza di gestione delle risorse umane. Impegnati, in questa lucida e ironica conversazione, a parlare di sviluppo sostenibile ambientale e sociale, limiti e opportunità delle nuove tecnologie digitali, economia ispirata da valori degli stakeholders e non solo dal valore aziendale (profitti e corsi di Borsa), sfide geopolitiche in un mondo squilibrato ma comunque globale e interconnesso, smart working e conciliazione tra lavoro e vita privata, diritti e doveri della cittadinanza, potere e responsabilità, fragilità e ricerca della felicità. Ragionamenti sull’impresa, dove la presenza femminile è un valore straordinario, grazie alla capacità di ascolto, all’intelligenza emotiva, alle sintesi originali d’innovazione sociale. E discussioni sulla comunità, sull’Italia, sulle riforme e sulle scelte politiche, sociali e culturali necessarie per rimettere in moto l’ascensore sociale da troppo tempo bloccato e ricostruire una crescita economica più giusta, più equilibrata.

Leggendo le pagine di Parzani e Catani, viene in mente anche una lezione essenziale di Papa Francesco: “L’economia europea è nata da uno spirito più grande dello spirito delle merci, e se perde questo spirito eccedente rischia seriamente di spegnersi”.
Andare oltre lo schematico spirito delle merci, dunque oltre l’economia vissuta come “scienza triste”. E parlare di persone, non solo di carriere, ruoli, denaro.
Ecco il punto: è necessario insistere su un’idea di “economia giusta”, civile, inclusiva, in cui competitività e solidarietà, produttività e inclusione sociale camminano insieme, grazie anche al senso di responsabilità di una “impresa riformista” che si muove come attore sociale responsabile, capace di produrre ricchezza, benessere diffuso, innovazione, futuro più equo per le nuove generazioni.

L’impresa italiana – raccontano e documentano Parzani e Catani – ne offre indicazioni esemplari.
La conversazione, così, assume la forma di un vero e proprio viaggio. Un viaggio di scoperta in cui, alla Proust, occorrono “occhi nuovi per vedere”. Un viaggio di apprendimento. Con tre convinzioni comuni: “La prima: che l’ascolto degli altri sia un presupposto necessario per affrontare qualsiasi sfida futura. La seconda: che il destino influisce sul futuro di ciascuno, ma la passione e la determinazione accrescono le probabilità di raggiungere la meta desiderata. Infine, la terza: che le aziende sono comunità di persone unite da emozioni e destini comuni, e non soltanto macchine finalizzate a produrre”.

C’è, in fondo, la consapevolezza di una responsabilità, guardando alle ragazze e ai ragazzi che si preparano a entrare nel mondo del lavoro e a imparare i linguaggi della competizione e della collaborazione: “Avere la possibilità e la responsabilità di accendere una scintilla, di mostrare che è possibile diventare chi vogliamo essere, che i limiti sono solo nei nostri occhi e nei nostri pensieri, e che se non proviamo a correre non vinceremo mai”. Insieme, naturalmente.

In tempi così difficili e controversi, vale la pena di ricominciare a ragionare sul valore delle parole, sul loro significato profondo, sulla loro stessa etimologia. E cercare di salvare il discorso pubblico dalle facilonerie retoriche, dagli eccessi della propaganda, dai veleni delle fake news. Le tante chiacchiere sul “merito”, se rivendicarlo a partire dalla scuola sia “di destra” o “di sinistra” e su come e quanto metterlo in stretta relazione con “l’eguaglianza”, rivelano, tra l’altro, un corto circuito di idee e valori che non aiuta a capire cosa fare per rimettere in movimento le ruote dello sviluppo economico e sociale di un Paese incerto e smarrito e ricostruire spirito repubblicano, valori civili e senso di comunità.

Le parole, dunque. Prendendone una delle più discusse: competitività. Nomina sunt consequentia rerum, ammonivano i sapienti latini. E così, per capire, è utile, appunto, andare alla radice delle parole. E prendere atto che competitività viene da cum e da petere.
Cum e cioè insieme, come indicano pure “comune”, “comunione”, “comunità” (cum e munus, il dono) ma anche “costituzione” (cum e statuere, stabilire insieme, scrivere insieme le regole della “convivenza”).
Petere e cioè andare, chiedere, reclamare, desiderare.
In sintesi: muoversi insieme verso un obiettivo comune.
Nell’accezione più frequente del linguaggio economico contemporaneo, la competitività è selettiva, indica vincitori e vinti, è escludente. Nella natura profonda, data la sua etimologia, è inclusiva, densa di valori che hanno sapore di collettività. Per sanare lo iato tra origine e uso corrente (“collaborazione” versus “competizione”), qualcuno ha coniato, in letteratura economica, l’espressione “collaborazione competitiva”. Meglio che niente.

Il ragionamento sulla competitività e sulle “competenze” come cum e petere sta anche nelle sapide e sapienti pagine di un libro appena pubblicato da Garzanti, “Si vince solo insieme”, una conversazione di Claudia Parzani con Sandro Catani, con un sottotitolo molto stimolante: “Undici parole per scoprire il valore della diversità e immaginare il futuro”.
Avvocata d’affari lei, senior partner dello studio legale internazionale Linklaters e presidente della Borsa e di Allianz Italia. Advisor di grandi aziende lui, con una lunga esperienza di gestione delle risorse umane. Impegnati, in questa lucida e ironica conversazione, a parlare di sviluppo sostenibile ambientale e sociale, limiti e opportunità delle nuove tecnologie digitali, economia ispirata da valori degli stakeholders e non solo dal valore aziendale (profitti e corsi di Borsa), sfide geopolitiche in un mondo squilibrato ma comunque globale e interconnesso, smart working e conciliazione tra lavoro e vita privata, diritti e doveri della cittadinanza, potere e responsabilità, fragilità e ricerca della felicità. Ragionamenti sull’impresa, dove la presenza femminile è un valore straordinario, grazie alla capacità di ascolto, all’intelligenza emotiva, alle sintesi originali d’innovazione sociale. E discussioni sulla comunità, sull’Italia, sulle riforme e sulle scelte politiche, sociali e culturali necessarie per rimettere in moto l’ascensore sociale da troppo tempo bloccato e ricostruire una crescita economica più giusta, più equilibrata.

Leggendo le pagine di Parzani e Catani, viene in mente anche una lezione essenziale di Papa Francesco: “L’economia europea è nata da uno spirito più grande dello spirito delle merci, e se perde questo spirito eccedente rischia seriamente di spegnersi”.
Andare oltre lo schematico spirito delle merci, dunque oltre l’economia vissuta come “scienza triste”. E parlare di persone, non solo di carriere, ruoli, denaro.
Ecco il punto: è necessario insistere su un’idea di “economia giusta”, civile, inclusiva, in cui competitività e solidarietà, produttività e inclusione sociale camminano insieme, grazie anche al senso di responsabilità di una “impresa riformista” che si muove come attore sociale responsabile, capace di produrre ricchezza, benessere diffuso, innovazione, futuro più equo per le nuove generazioni.

L’impresa italiana – raccontano e documentano Parzani e Catani – ne offre indicazioni esemplari.
La conversazione, così, assume la forma di un vero e proprio viaggio. Un viaggio di scoperta in cui, alla Proust, occorrono “occhi nuovi per vedere”. Un viaggio di apprendimento. Con tre convinzioni comuni: “La prima: che l’ascolto degli altri sia un presupposto necessario per affrontare qualsiasi sfida futura. La seconda: che il destino influisce sul futuro di ciascuno, ma la passione e la determinazione accrescono le probabilità di raggiungere la meta desiderata. Infine, la terza: che le aziende sono comunità di persone unite da emozioni e destini comuni, e non soltanto macchine finalizzate a produrre”.

C’è, in fondo, la consapevolezza di una responsabilità, guardando alle ragazze e ai ragazzi che si preparano a entrare nel mondo del lavoro e a imparare i linguaggi della competizione e della collaborazione: “Avere la possibilità e la responsabilità di accendere una scintilla, di mostrare che è possibile diventare chi vogliamo essere, che i limiti sono solo nei nostri occhi e nei nostri pensieri, e che se non proviamo a correre non vinceremo mai”. Insieme, naturalmente.