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Le parole irresponsabili che intaccano la fiducia nell’Italia e fanno crescere il costo del denaro per famiglie e imprese

Parole. Sono “pietre”, pesanti, capaci di colpire e fare danni. Esprimono sentimenti e “fanno vivere” quando sono pertinenti, sincere (ce l’ha insegnato Paul Eluard, uno dei maggiori poeti del Novecento). Raccontano il mondo e contribuiscono a determinarne la storia. Vanno dette con rispetto e senso di responsabilità. Mario Draghi è una persona di solidi studi e buone letture (è stato tra gli allievi prediletti di Federico Caffè, economista di straordinaria competenza e alto senso morale, all’università di Roma) e vanta un’esperienza rara come uomo delle principali istituzioni economiche internazionali. Negli anni, non ha mai parlato a vanvera, per demagogia o per vanto. E così le sue parole, pronunciate venerdì scorso a Francoforte, durante un incontro della Bce, di cui è autorevole e stimato presidente, vanno ascoltate e prese molto sul serio.

Ha detto Draghi, parlando del governo italiano e delle dichiarazioni di esponenti di primo piano: “Negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la discussione parlamentare”. Poi aggiunge: “Purtroppo abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese”. Analogo il monito che arriva da Mario Centeno, ministro delle finanze di Lisbona (paese europeo un tempo in difficoltà, tutt’altro che un seguace dell’ortodossia dell’austerità cara ai tedeschi) e dal 2017 presidente dell’Eurogruppo: “Troppa incertezza fa male, le regole Ue si rispettano” (“Corriere della Sera”, 14 settembre).

Ecco il punto. Tante chiacchiere di esponenti del governo su flat tax (con due o tre livelli, dunque tutt’altro che “flat”), pensioni, reddito di cittadinanza, condono fiscale (anche se lo si chiama “pace fiscale” la sostanza non cambia: una misura “una tantum” che non incide strutturalmente sui saldi di bilancio, a parte ogni altra considerazione sulla sua equità, ai danni di chi le tasse le ha sempre pagate), sforamento del 3% e di altri impegni secondo i parametri di Maastricht, tante polemiche contro la Ue e l’euro (sino alla minaccia di non versare i contributi italiani al bilancio dell’Unione europea), tante dichiarazioni su ipotesi di nazionalizzazione, cancellazione di concessioni, penalizzazioni per gli investitori internazionali, critiche contro le Autorità indipendenti, minacce contro la libertà d’informazione (che dei mercati è strumento essenziale) hanno reso poco credibile l’Italia. “Il grande bluff di una manovra propagandistica”, ha polemizzato “Il Foglio”.

Chi ha investito in Italia, comprando titoli del debito pubblico o programmando attività imprenditoriali, ha bisogno invece di un solido e stabile quadro di riferimento. Altrimenti, mette da canto questo Paese: a fine giugno nei portafogli degli investitori internazionali c’erano 58 miliardi di titoli pubblici italiani in meno rispetto ai due mesi precedenti. “Fuga dai Btp, in calo le richieste dall’estero”, titolavano appunto i giornali del fine settimana.

Il risultato di tante chiacchiere senza senso di responsabilità è stato grave: spread aumentato, titoli del debito pubblico guardati con preoccupazione e accantonati nelle scelte d’investimento,  tassi in crescita per cercare di compensare l’incremento del “rischio Italia” (un punto in più, sui tassi decennali, da maggio a oggi). E Borsa in caduta. Per le famiglie, mutui più cari, per le imprese costo del denaro in aumento. Per le casse pubbliche (dunque per le tasche di tutti noi), maggior costo del debito, minori soldi per riforme e servizi migliori. Tutto si paga, insomma, e non a parole.

Facile, sempre a chiacchiere, prendersela con “il signor Spread”, come se lo spread fosse un maligno protagonista della “finanza cattiva” e non invece un semplice termometro della credibilità dell’Italia. Facile, fare polemiche contro “i complotti dei mercati”. La realtà è quella seccamente raccontata da Draghi: se chi governa un’Italia fragile e carica di debito pubblico, in un’economia molto legata alle relazioni internazionali, non riscuote fiducia, tutto il Paese ne soffre. E quei legami internazionali – va aggiunto – sono una componente essenziale della nostra ricchezza e del nostro benessere, data la forza dell’export delle nostre imprese. Vanno approfonditi, non incrinati da nazionalismo buono solo per l’approssimativa propaganda.

In un’Europa che, al di là dei miti fondativi, ha bisogno di riflettere profondamente sulla sua crisi e su un funzionamento di regole e istituzioni che incontra crescenti critiche in larghi settori dell’opinione pubblica, la responsabilità di chi siede al vertice di governi e istituzioni dev’essere quella di saper costruire un discorso pubblico serio, competente, forte d’un credibile progetto di riforma e non alimentato da demagogie e animosità polemiche. L’Europa ha bisogno di critiche e riforme, non di picconatori, per il bene d’una “casa comune” che ha garantito settant’anni di pace, libertà, benessere cresciuto. L’Italia, di quest’Europa, è stata fondatrice e poi, nel tempo, partner di primo piano. Un ruolo che va riconfermato e difeso, proprio in una stagione in cui l’Europa e l’integrazione devono fare passi importanti di cambiamento e miglioramento, costruendo “un’immagine di Arcipelago: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante. Realtà capaci di distinguere ambiti diversi di responsabilità e di competenza, cioè di sovranità”, per dirla con le efficaci parole di Massimo Cacciari (L’Espresso”,16 settembre) .

Non chiacchiere e polemiche, dunque. Ma atti di buon governo, a cominciare appunto dalla legge di bilancio. Fatti e scelte che ci facciano apprezzare da chi investe su di noi. Ben sapendo che di quegli investimenti internazionali abbiamo un grande bisogno, per fare impresa, creare lavoro, migliorare la qualità delle infrastrutture e della vita di tutti.

Parole. Sono “pietre”, pesanti, capaci di colpire e fare danni. Esprimono sentimenti e “fanno vivere” quando sono pertinenti, sincere (ce l’ha insegnato Paul Eluard, uno dei maggiori poeti del Novecento). Raccontano il mondo e contribuiscono a determinarne la storia. Vanno dette con rispetto e senso di responsabilità. Mario Draghi è una persona di solidi studi e buone letture (è stato tra gli allievi prediletti di Federico Caffè, economista di straordinaria competenza e alto senso morale, all’università di Roma) e vanta un’esperienza rara come uomo delle principali istituzioni economiche internazionali. Negli anni, non ha mai parlato a vanvera, per demagogia o per vanto. E così le sue parole, pronunciate venerdì scorso a Francoforte, durante un incontro della Bce, di cui è autorevole e stimato presidente, vanno ascoltate e prese molto sul serio.

Ha detto Draghi, parlando del governo italiano e delle dichiarazioni di esponenti di primo piano: “Negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la discussione parlamentare”. Poi aggiunge: “Purtroppo abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese”. Analogo il monito che arriva da Mario Centeno, ministro delle finanze di Lisbona (paese europeo un tempo in difficoltà, tutt’altro che un seguace dell’ortodossia dell’austerità cara ai tedeschi) e dal 2017 presidente dell’Eurogruppo: “Troppa incertezza fa male, le regole Ue si rispettano” (“Corriere della Sera”, 14 settembre).

Ecco il punto. Tante chiacchiere di esponenti del governo su flat tax (con due o tre livelli, dunque tutt’altro che “flat”), pensioni, reddito di cittadinanza, condono fiscale (anche se lo si chiama “pace fiscale” la sostanza non cambia: una misura “una tantum” che non incide strutturalmente sui saldi di bilancio, a parte ogni altra considerazione sulla sua equità, ai danni di chi le tasse le ha sempre pagate), sforamento del 3% e di altri impegni secondo i parametri di Maastricht, tante polemiche contro la Ue e l’euro (sino alla minaccia di non versare i contributi italiani al bilancio dell’Unione europea), tante dichiarazioni su ipotesi di nazionalizzazione, cancellazione di concessioni, penalizzazioni per gli investitori internazionali, critiche contro le Autorità indipendenti, minacce contro la libertà d’informazione (che dei mercati è strumento essenziale) hanno reso poco credibile l’Italia. “Il grande bluff di una manovra propagandistica”, ha polemizzato “Il Foglio”.

Chi ha investito in Italia, comprando titoli del debito pubblico o programmando attività imprenditoriali, ha bisogno invece di un solido e stabile quadro di riferimento. Altrimenti, mette da canto questo Paese: a fine giugno nei portafogli degli investitori internazionali c’erano 58 miliardi di titoli pubblici italiani in meno rispetto ai due mesi precedenti. “Fuga dai Btp, in calo le richieste dall’estero”, titolavano appunto i giornali del fine settimana.

Il risultato di tante chiacchiere senza senso di responsabilità è stato grave: spread aumentato, titoli del debito pubblico guardati con preoccupazione e accantonati nelle scelte d’investimento,  tassi in crescita per cercare di compensare l’incremento del “rischio Italia” (un punto in più, sui tassi decennali, da maggio a oggi). E Borsa in caduta. Per le famiglie, mutui più cari, per le imprese costo del denaro in aumento. Per le casse pubbliche (dunque per le tasche di tutti noi), maggior costo del debito, minori soldi per riforme e servizi migliori. Tutto si paga, insomma, e non a parole.

Facile, sempre a chiacchiere, prendersela con “il signor Spread”, come se lo spread fosse un maligno protagonista della “finanza cattiva” e non invece un semplice termometro della credibilità dell’Italia. Facile, fare polemiche contro “i complotti dei mercati”. La realtà è quella seccamente raccontata da Draghi: se chi governa un’Italia fragile e carica di debito pubblico, in un’economia molto legata alle relazioni internazionali, non riscuote fiducia, tutto il Paese ne soffre. E quei legami internazionali – va aggiunto – sono una componente essenziale della nostra ricchezza e del nostro benessere, data la forza dell’export delle nostre imprese. Vanno approfonditi, non incrinati da nazionalismo buono solo per l’approssimativa propaganda.

In un’Europa che, al di là dei miti fondativi, ha bisogno di riflettere profondamente sulla sua crisi e su un funzionamento di regole e istituzioni che incontra crescenti critiche in larghi settori dell’opinione pubblica, la responsabilità di chi siede al vertice di governi e istituzioni dev’essere quella di saper costruire un discorso pubblico serio, competente, forte d’un credibile progetto di riforma e non alimentato da demagogie e animosità polemiche. L’Europa ha bisogno di critiche e riforme, non di picconatori, per il bene d’una “casa comune” che ha garantito settant’anni di pace, libertà, benessere cresciuto. L’Italia, di quest’Europa, è stata fondatrice e poi, nel tempo, partner di primo piano. Un ruolo che va riconfermato e difeso, proprio in una stagione in cui l’Europa e l’integrazione devono fare passi importanti di cambiamento e miglioramento, costruendo “un’immagine di Arcipelago: uno spazio composto da realtà ben distinte, da tempi distinti e tuttavia in navigazione gli uni verso gli altri, senza alcuna velleità egemonica o omologante. Realtà capaci di distinguere ambiti diversi di responsabilità e di competenza, cioè di sovranità”, per dirla con le efficaci parole di Massimo Cacciari (L’Espresso”,16 settembre) .

Non chiacchiere e polemiche, dunque. Ma atti di buon governo, a cominciare appunto dalla legge di bilancio. Fatti e scelte che ci facciano apprezzare da chi investe su di noi. Ben sapendo che di quegli investimenti internazionali abbiamo un grande bisogno, per fare impresa, creare lavoro, migliorare la qualità delle infrastrutture e della vita di tutti.