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Le passerelle mediatiche e i piani di sviluppo. Manca una parola chiave: execution. Le scelte concrete e le responsabilità di chi deve fare le cose

L’obiettivo, naturalmente, è condivisibile: un’Italia “più forte, resiliente, equa”. E lo sono anche le tre indicazioni strategiche per favorire “digitalizzazione e innovazione”, “rivoluzione verde”, “parità di genere e inclusione”. Il robusto documento consegnato dalla task force di esperti guidata da Vittorio Colao al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con le 102 proposte operative per fare ripartire l’Italia e portarla fuori dalla crisi da Covid19 e recessione è il risultato di una intensa e competente analisi sui tanti limiti che frenano da tempo lo sviluppo del paese e di una conseguente indicazione di scelte, sia per fronteggiare l’urgenza (la drammatica caduta dei redditi di milioni di famiglie e lavoratori, la paralisi di moltissime imprese) sia per avviare finalmente un percorso virtuoso di sviluppo, in cui le imprese e il lavoro hanno una grande centralità. E le scelte di intervento (innovazione digitale, infrastrutture, formazione e ricerca, modernizzazione e snellimento della pubblica amministrazione, sostenibilità ambientale e sociale, cultura) sono in linea con quanto da tempo sostengono gli attori economici e sociali più sensibili e attenti, ma anche le forze politiche più responsabili.

Difficile non essere d’accordo, dunque. Ed è ovvio che un documento così competente e ben informato susciti le critiche di parti del mondo politico che continuano a nutrire polemiche contro l’Europa, propongono flat tax e porti chiusi da miope nazionalismo economico, inseguono velleità da assistenzialismo e sognano lo “Stato padrone” come fosse una panacea.

“Un libro dei sogni”, dicono i critici del piano Colao. Un catalogo di buone intenzioni. L’ennesimo documento che finirà per infrangersi contro la volontà di conservazione di ambienti politici poco disposti al cambiamento. Una indicazione seria di cose da fare, invece. Una ricognizione del tanto che purtroppo non è stato fatto e che adesso sarà indispensabile fare. Un piano da cui fare discendere scelte concrete, d’urgenza e di prospettiva: responsabilità di governo e Parlamento.

Adesso, si aspettano gli Stati Generali voluti per il fine settimana dal presidente del Consiglio Conte, per discutere su cosa fare per rilanciare lo sviluppo. Una passerella di intelligenze e competenze, anche di altissimo livello nazionale ed europeo. Una rassegna di proposte ben maturate da parte di Confindustria e sindacati, da organizzazioni sociali e culturali.

Serviranno? La politica ha i suoi riti, i suoi cerimoniali. La democrazia liberale vive di acquisizione trasparente del consenso. Una certa dose di retorica e di propaganda è ineliminabile.

Poi, però, si tratta di decidere davvero cosa fare concretamente e come, in che tempi, con un orizzonte chiaro di risultati da raggiungere.

Sinora, abbiamo avuto molti annunci, da parte del governo. Ma risultati scadenti, per quel che riguarda i soldi della cassa integrazione ai lavoratori e il credito d’emergenza alle imprese (tutt’altro che “pigre”, checché ne chiacchieri il presidente dell’Inps Tridico). Abbiamo ascoltato, da Palazzo Chigi e da parecchi ministri, promesse di interventi. Poco efficaci, però, se disagio sociale e difficoltà di ripresa crescono.

Così, annunci a parte, governo e forze politiche, dopo aver ascoltato gli attori sociali e letto piani, documenti e progetti da task force, dovrebbero rapidamente dire cosa intendono fare, con quali risorse, con che obiettivi e con quale agenda di tempi e risultati.

Nel linguaggio della cultura d’impresa c’è una parola chiave: execution. Vi si confronta ogni imprenditore, ogni buon manager. Le scelte, gli obiettivi, la realizzazione, la misurazione dei risultati. E dunque anche le responsabilità. Chi fa cosa e come ne risponde.

Ecco, l’execution è profondamente sconosciuta nelle stanze di chi governa e di chi aspira a governare. Si fanno leggi (spesso peraltro confuse, contraddittorie, mal scritte), nella convinzione che basti una norma a migliorare la realtà. Ma nessuno sa bene come applicarle, in che tempi e con che effetti. Nessuno che ne risponda, nella foresta oscura di regolamenti di attuazione, inciampi burocratici, formalismi, controlli estenuanti, sanzioni giudiziarie tardive.

Adesso abbiamo a disposizione una enorme dotazione finanziaria, tra fondi Ue (quelli che non siamo riusciti a spendere e sono ritornati nella nostra disponibilità), risorse liberate dalla sospensione del Patto di Stabilità, risorse del Mes (circa 36 miliardi, a condizioni particolarmente vantaggiose, da spendere per la sanità) e del Sure (per finanziare la cassa integrazione) e disponibilità della Bce per rafforzare il credito a famiglie e imprese. E all’orizzonte si intravvedono i fondi pluriennali del Recovery Fund “Next Generation”. Mai così tanti soldi, per rilanciare lo sviluppo italiano, nel contesto europeo.

Spenderli bene sarà la vera sfida politica. La Ue ci dà le indicazioni generali: green deal e economia digitale, cioè sostenibilità ambientale e sociale e innovazione tecnologica. Sono indicazioni già seguite dalle imprese italiane più innovative e analoghe a quelle del Documento Colao, delle posizioni di Confindustria e di alcune delle migliori elaborazioni della letteratura economica italiana e internazionale. Nulla che già non si sappia, anche nel dettaglio delle scelte da fare (infrastrutture da realizzare secondo le norme Ue, come per il Pontedi Genova o l’Expo 2015, per esempio; leva fiscale per gli investimenti hi tech i Industria4.0; risorse per usare bene digitale, Intelligenza Artificiale, big data e robotica dall’industria alla formazione, dalla salute ai servizi smart).

Adesso, dunque, si tratta di fare. E presto. nella consapevolezza che, o si rimette in moto la macchina dell’economia (in un paese con una produttività ferma da vent’anni, nonostante l’impegno delle imprese migliori a innovare e investire) o il debito pubblico ci schiaccerà.

Governo, dunque. Scelte. Riforme. Investimenti. Realizzazioni. Al di là delle luci della ribalta delle passerelle, delle retoriche, degli Stati più o meno Generali.