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Le priorità e i valori delle imprese per il nuovo governo: Europa, debito pubblico da ridurre e Pnrr da attuare

Parola d’impresa. Noi siamo Europa. Europei la nostra valuta e il nostro principale mercato di riferimento. Europee le regole istituzionali e le scelte politiche indispensabili per poter investire e crescere. Europei i valori (la democrazia liberale, la sostenibilità ambientale e sociale, la ricerca della competitività legata alla solidarietà, l’attenzione per le persone, l’impegno per la ricerca scientifica e la qualità) cui si ispirano i nostri impegni di attori sociali che costruiscono benessere e lavoro.

Le imprese italiane, nell’arco di un biennio drammatico, hanno affrontato la pandemia da Covid19 e un drastico rallentamento economico, la guerra in Ucraina e la crisi energetica, i “colli di bottiglia” di una globalizzazione tutta da ripensare, l’inflazione e, adesso, i rischi di recessione. Hanno vissuto con preoccupazione la sconsiderata crisi del governo Draghi per colpa di forze politiche miopi e irresponsabili. Temono le conseguenze di una recessione in arrivo in parecchie aree del mondo. E dunque, in un documento approvato nei giorni scorsi dal Consiglio generale di Confindustria, indicano in 18 punti una strategia di resistenza e ripresa che guarda agli interessi generali del Paese e insiste sugli interventi indispensabili per garantire sviluppo, redditi, occupazione. Una vera e propria “agenda di priorità” rivolta al Governo che si formerà dopo le prossime elezioni politiche e che “rappresenta una strategia d’azione per la prossima legislatura”.
Si comincia con un preambolo molto politico, appunto nella cornice dei valori e degli interessi della Ue, messa in discussione da ombre populiste e sovraniste che incombono sull’attuale politica italiana: “La visione di Confindustria resta saldamente ancorata alla scelta europea e a quella occidentale della NATO. Siamo convinti, oggi più che mai, che all’Italia serva una finanza pubblica che non torni a essere a rischio, una spedita attuazione del PNRR con una nuova stagione di riforme, incisive, per dare risposta al crescere della povertà e del disagio sociale”.
L’industria, infatti, va considerata “un asset strategico di sicurezza nazionale”: senza industria non c’è crescita, né coesione sociale. E’ una convinzione, confermata dai numeri e dai successi di questi anni (come dicono anche i dati ISTAT su una crescita acquisita del Pil del 3,4% nel ‘22, tra le migliori in Europa). E costituisce la premessa delle proposte avanzate: “Senza un’azione riformista non migliorerà la produttività e la qualità della spesa pubblica, non si attrarranno capitali, non si darà risposta ai 10 milioni di italiani a rischio povertà, non s’invertirà la curva demografica, non si difenderà la crescita dell’industria italiana nelle catene globali del valore”.

Il primo dei 18 punti, dunque, insiste sulla “ferma adesione ai principi e ai valori europei”: “La pandemia e la guerra hanno confermato che le soluzioni alle grandi sfide globali del nostro tempo sono europee e non nazionali. L’Europa e il mercato interno, di cui bisogna preservare il corretto e uniforme funzionamento, sono l’orizzonte imprescindibile per chi produce e la prospettiva entro cui rafforzare e incentivare la ricostituzione delle filiere strategiche, anche nazionali, nel contesto delle twin transition. I passi avanti verso un debito comune europeo a fini solidaristici e verso una comune politica energetica, la recente adozione da parte della BCE del TPI, la condivisione delle sanzioni adottate verso la Russia a seguito dell’invasione in Ucraina, costituiscono sviluppi essenziali in un percorso di necessario rafforzamento delle istituzioni europee in cui l’Italia deve considerarsi irrevocabilmente impegnata, senza alcuna concessione ai sovranismi”.
Il secondo punto conferma la scelta delle imprese nei confronti dei “valori atlantici”, con un riferimento esplicito alla Nato e all’Occidente, legando libertà democratiche con libertà di mercato, cultura dei diritti e dei doveri con la migliore cultura d’impresa di cui appunto le nostre manifatture e i nostri servizi sono esemplari nel mondo (la sostenibilità ne è rappresentazione emblematica).
“L’irresponsabile crisi politica che ha posto termine al Governo di solidarietà nazionale guidato dal Presidente Draghi ha aperto una crepa nella solidarietà occidentale, messa alla prova dall’invasione russa in Ucraina”, dice il documento. Dunque, “il Governo che nascerà dopo l’esito delle urne deve scongiurare ogni equivoco in proposito, e ribadire la linea di assoluta fermezza e condivisione delle misure politiche, militari ed economiche assunte in sede NATO e di concerto con gli USA”.

L’orizzonte è quello di un impegno in sede internazionale “per scongiurare il ritorno a un mondo diviso in due blocchi, che non corrisponde agli interessi di un paese trasformatore ed esportatore come l’Italia”. Infatti, “la piena libertà di accesso a energia, commodities e tecnologie deve rappresentare lo sforzo comune dei Paesi democratici nell’interesse mondiale a una globalizzazione i cui benefici investano tutti. In questo contesto, l’Italia deve valorizzare la propria centralità nel Mediterraneo e il ruolo di interlocuzione attiva con tutti gli attori internazionali”.
In una campagna elettorale che già s’annuncia carica di promesse costose e irrealizzabili (pensioni, contributi, vantaggi per una categoria o l’altra) e rischia di fare entrare in scena una sorta di partito trasversale del “forza debito”, Confindustria ricorda che “negli ultimi 10 anni governi di vario orientamento politico hanno accresciuto il debito pubblico italiano dal 120% al 150% del Pil. Molto più rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, e la pandemia non c’è stata solo in Italia. La spesa pubblica italiana è stata maggiore della media dell’area euro in ciascuno dei 10 anni considerati. E abbiamo aumentato il deficit nonostante una pressione fiscale maggiore della media. Il fatto che sulla scadenza a 2 anni lo Stato italiano paghi oggi un prestito il 25% in più della Grecia deve far riflettere”.

Il nuovo Governo, perciò, “dovrà considerarsi obbligato a perseguire l’equilibrio strutturale dei conti pubblici”.
Politiche di bilancio che non rispettino i vincoli “vengono vanificate dalle tensioni sul mercato dei titoli di Stato” (i mercati stanno indicando una tendenza a una maggiore affidabilità dei titoli della Grecia). Tutte le forze politiche, quindi, “devono avere ben presente che l’eventuale attivazione dello scudo anti-spread, recentemente introdotto dalla BCE, è condizionata al rispetto degli impegni assunti con l’UE in termini di aggiustamento dei conti pubblici e di attuazione delle riforme, comprese quelle del PNRR, oltre al risanamento degli squilibri macroeconomici strutturali”.

Sempre nella cornice Ue, “questo assetto dovrebbe impegnare il futuro governo alla necessaria revisione delle regole del Patto di Stabilità e Crescita, in cui vincoli più stringenti sui conti pubblici nazionali dovrebbero essere bilanciati dalla disponibilità di una capacità fiscale adeguata a livello europeo, da utilizzare per mitigare gli effetti di eventuali crisi e per accrescere gli investimenti pubblici”.
Le imprese di Confindustria si muovono in quello che Giovanni Orsina chiama “il perimetro della serietà” (La Stampa 25 luglio): lealtà atlantica, volontà di partecipare costruttivamente alla vita della Ue, determinazione a non destabilizzare l’euro. E dunque realizzazione del Pnrr, come strumento indispensabile per non sprecare un’occasione straordinaria per riformare e modernizzare l’Italia europea, approntando finalmente i nodi della bassa crescita strutturare e della palude della scarsa produttività.

Per quel che riguarda appunto il Pnrr, si insiste su un punto essenziale: un sistema di monitoraggio efficace per verificare lo stato di attuazione del Piano, tra provvedimenti, decreti di attuazione, gare, spesa dei fondi, sia a livello centrale che da parte delle Regioni e dei comuni. Un monitoraggio su cui Confindustria si impegna, come strumento di chiarezza e ricostruzione di efficienza e fiducia.
Le altre priorità riguardano il welfare “equo e sostenibile”, la scuola e l’università, le politiche attive del lavoro per sostenere la transizione verso l’economia digitale e i valori ambientali, i salari da fare crescere con gli strumenti della contrattazione collettiva e da legare dunque alla crescita della produttività, il fisco, la patrimonializzazione delle imprese, la ricerca scientifica e il trasferimento tecnologico, la sanità efficiente ed efficace, l’energia e l’ambiente, le infrastrutture, i trasporti e la logistica per “la mobilità sostenibile”, la finanza del lo sviluppo, le scelte di politica economica e sociale per “invertire la deriva demografica”.

Europa come orizzonte, dunque. Buon governo, come strumento, al di là del vocìo d’una demagogica campagna elettorale. E sviluppo sostenibile come obiettivo, guardando soprattutto alle nuove generazioni. Per le imprese, essere protagoniste del mercato aperto e ben regolato e delle tendenze a “Reinventing globalisation” (per dirla con la copertina di metà giugno di “The Economist”) vuol dire farsi carico di un grande senso di responsabilità generale. E pretenderne, a buon diritto altrettanta dal governo che verrà.

(foto Getty images)

Parola d’impresa. Noi siamo Europa. Europei la nostra valuta e il nostro principale mercato di riferimento. Europee le regole istituzionali e le scelte politiche indispensabili per poter investire e crescere. Europei i valori (la democrazia liberale, la sostenibilità ambientale e sociale, la ricerca della competitività legata alla solidarietà, l’attenzione per le persone, l’impegno per la ricerca scientifica e la qualità) cui si ispirano i nostri impegni di attori sociali che costruiscono benessere e lavoro.

Le imprese italiane, nell’arco di un biennio drammatico, hanno affrontato la pandemia da Covid19 e un drastico rallentamento economico, la guerra in Ucraina e la crisi energetica, i “colli di bottiglia” di una globalizzazione tutta da ripensare, l’inflazione e, adesso, i rischi di recessione. Hanno vissuto con preoccupazione la sconsiderata crisi del governo Draghi per colpa di forze politiche miopi e irresponsabili. Temono le conseguenze di una recessione in arrivo in parecchie aree del mondo. E dunque, in un documento approvato nei giorni scorsi dal Consiglio generale di Confindustria, indicano in 18 punti una strategia di resistenza e ripresa che guarda agli interessi generali del Paese e insiste sugli interventi indispensabili per garantire sviluppo, redditi, occupazione. Una vera e propria “agenda di priorità” rivolta al Governo che si formerà dopo le prossime elezioni politiche e che “rappresenta una strategia d’azione per la prossima legislatura”.
Si comincia con un preambolo molto politico, appunto nella cornice dei valori e degli interessi della Ue, messa in discussione da ombre populiste e sovraniste che incombono sull’attuale politica italiana: “La visione di Confindustria resta saldamente ancorata alla scelta europea e a quella occidentale della NATO. Siamo convinti, oggi più che mai, che all’Italia serva una finanza pubblica che non torni a essere a rischio, una spedita attuazione del PNRR con una nuova stagione di riforme, incisive, per dare risposta al crescere della povertà e del disagio sociale”.
L’industria, infatti, va considerata “un asset strategico di sicurezza nazionale”: senza industria non c’è crescita, né coesione sociale. E’ una convinzione, confermata dai numeri e dai successi di questi anni (come dicono anche i dati ISTAT su una crescita acquisita del Pil del 3,4% nel ‘22, tra le migliori in Europa). E costituisce la premessa delle proposte avanzate: “Senza un’azione riformista non migliorerà la produttività e la qualità della spesa pubblica, non si attrarranno capitali, non si darà risposta ai 10 milioni di italiani a rischio povertà, non s’invertirà la curva demografica, non si difenderà la crescita dell’industria italiana nelle catene globali del valore”.

Il primo dei 18 punti, dunque, insiste sulla “ferma adesione ai principi e ai valori europei”: “La pandemia e la guerra hanno confermato che le soluzioni alle grandi sfide globali del nostro tempo sono europee e non nazionali. L’Europa e il mercato interno, di cui bisogna preservare il corretto e uniforme funzionamento, sono l’orizzonte imprescindibile per chi produce e la prospettiva entro cui rafforzare e incentivare la ricostituzione delle filiere strategiche, anche nazionali, nel contesto delle twin transition. I passi avanti verso un debito comune europeo a fini solidaristici e verso una comune politica energetica, la recente adozione da parte della BCE del TPI, la condivisione delle sanzioni adottate verso la Russia a seguito dell’invasione in Ucraina, costituiscono sviluppi essenziali in un percorso di necessario rafforzamento delle istituzioni europee in cui l’Italia deve considerarsi irrevocabilmente impegnata, senza alcuna concessione ai sovranismi”.
Il secondo punto conferma la scelta delle imprese nei confronti dei “valori atlantici”, con un riferimento esplicito alla Nato e all’Occidente, legando libertà democratiche con libertà di mercato, cultura dei diritti e dei doveri con la migliore cultura d’impresa di cui appunto le nostre manifatture e i nostri servizi sono esemplari nel mondo (la sostenibilità ne è rappresentazione emblematica).
“L’irresponsabile crisi politica che ha posto termine al Governo di solidarietà nazionale guidato dal Presidente Draghi ha aperto una crepa nella solidarietà occidentale, messa alla prova dall’invasione russa in Ucraina”, dice il documento. Dunque, “il Governo che nascerà dopo l’esito delle urne deve scongiurare ogni equivoco in proposito, e ribadire la linea di assoluta fermezza e condivisione delle misure politiche, militari ed economiche assunte in sede NATO e di concerto con gli USA”.

L’orizzonte è quello di un impegno in sede internazionale “per scongiurare il ritorno a un mondo diviso in due blocchi, che non corrisponde agli interessi di un paese trasformatore ed esportatore come l’Italia”. Infatti, “la piena libertà di accesso a energia, commodities e tecnologie deve rappresentare lo sforzo comune dei Paesi democratici nell’interesse mondiale a una globalizzazione i cui benefici investano tutti. In questo contesto, l’Italia deve valorizzare la propria centralità nel Mediterraneo e il ruolo di interlocuzione attiva con tutti gli attori internazionali”.
In una campagna elettorale che già s’annuncia carica di promesse costose e irrealizzabili (pensioni, contributi, vantaggi per una categoria o l’altra) e rischia di fare entrare in scena una sorta di partito trasversale del “forza debito”, Confindustria ricorda che “negli ultimi 10 anni governi di vario orientamento politico hanno accresciuto il debito pubblico italiano dal 120% al 150% del Pil. Molto più rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, e la pandemia non c’è stata solo in Italia. La spesa pubblica italiana è stata maggiore della media dell’area euro in ciascuno dei 10 anni considerati. E abbiamo aumentato il deficit nonostante una pressione fiscale maggiore della media. Il fatto che sulla scadenza a 2 anni lo Stato italiano paghi oggi un prestito il 25% in più della Grecia deve far riflettere”.

Il nuovo Governo, perciò, “dovrà considerarsi obbligato a perseguire l’equilibrio strutturale dei conti pubblici”.
Politiche di bilancio che non rispettino i vincoli “vengono vanificate dalle tensioni sul mercato dei titoli di Stato” (i mercati stanno indicando una tendenza a una maggiore affidabilità dei titoli della Grecia). Tutte le forze politiche, quindi, “devono avere ben presente che l’eventuale attivazione dello scudo anti-spread, recentemente introdotto dalla BCE, è condizionata al rispetto degli impegni assunti con l’UE in termini di aggiustamento dei conti pubblici e di attuazione delle riforme, comprese quelle del PNRR, oltre al risanamento degli squilibri macroeconomici strutturali”.

Sempre nella cornice Ue, “questo assetto dovrebbe impegnare il futuro governo alla necessaria revisione delle regole del Patto di Stabilità e Crescita, in cui vincoli più stringenti sui conti pubblici nazionali dovrebbero essere bilanciati dalla disponibilità di una capacità fiscale adeguata a livello europeo, da utilizzare per mitigare gli effetti di eventuali crisi e per accrescere gli investimenti pubblici”.
Le imprese di Confindustria si muovono in quello che Giovanni Orsina chiama “il perimetro della serietà” (La Stampa 25 luglio): lealtà atlantica, volontà di partecipare costruttivamente alla vita della Ue, determinazione a non destabilizzare l’euro. E dunque realizzazione del Pnrr, come strumento indispensabile per non sprecare un’occasione straordinaria per riformare e modernizzare l’Italia europea, approntando finalmente i nodi della bassa crescita strutturare e della palude della scarsa produttività.

Per quel che riguarda appunto il Pnrr, si insiste su un punto essenziale: un sistema di monitoraggio efficace per verificare lo stato di attuazione del Piano, tra provvedimenti, decreti di attuazione, gare, spesa dei fondi, sia a livello centrale che da parte delle Regioni e dei comuni. Un monitoraggio su cui Confindustria si impegna, come strumento di chiarezza e ricostruzione di efficienza e fiducia.
Le altre priorità riguardano il welfare “equo e sostenibile”, la scuola e l’università, le politiche attive del lavoro per sostenere la transizione verso l’economia digitale e i valori ambientali, i salari da fare crescere con gli strumenti della contrattazione collettiva e da legare dunque alla crescita della produttività, il fisco, la patrimonializzazione delle imprese, la ricerca scientifica e il trasferimento tecnologico, la sanità efficiente ed efficace, l’energia e l’ambiente, le infrastrutture, i trasporti e la logistica per “la mobilità sostenibile”, la finanza del lo sviluppo, le scelte di politica economica e sociale per “invertire la deriva demografica”.

Europa come orizzonte, dunque. Buon governo, come strumento, al di là del vocìo d’una demagogica campagna elettorale. E sviluppo sostenibile come obiettivo, guardando soprattutto alle nuove generazioni. Per le imprese, essere protagoniste del mercato aperto e ben regolato e delle tendenze a “Reinventing globalisation” (per dirla con la copertina di metà giugno di “The Economist”) vuol dire farsi carico di un grande senso di responsabilità generale. E pretenderne, a buon diritto altrettanta dal governo che verrà.

(foto Getty images)

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