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L’industria è sconosciuta per i giovani, serve un nuovo racconto dell’impresa

I giovani italiani conoscono ben poco dell’industria. E comunque non la ritengono un posto in cui andare volentieri a lavorare. Il dato, inquietante se si pensa che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa subito dopo la Germania, emerge da un’indagine promossa da Federmeccanica, realizzata dal “Monitor sul lavoro” guidato da Daniele Marini, autorevole sociologo del lavoro, con Community Research Analysis. Dei 1.200 intervistati (un campione rappresentativo della popolazione italiana dai 18 anni in su), alla domanda di aggiungere un aggettivo alla parola “industria” la maggioranza (218 risposte, il 18,2%) ha detto “non so”: non è in grado cioè di esprimere un qualsiasi parere. Al secondo posto, ecco l’aggettivo “obsoleta” (61 risposte). Al terzo posto, “produttiva” (56 risposte) e al quarto, ecco il termine “sfruttamento” (38 risposte). Commenta Marini: “La narrazione di cosa rappresenti davvero la manifattura, nell’Italia di oggi, è uscita dallo schema cognitivo dei giovani”. “L’industria? Una sconosciuta”, sintetizza Dario Di Vico, che ha analizzato i dati sul “Corriere della Sera” (20 febbraio).

Da dove nascono questi giudizi? La maggioranza degli intervistati (45,4%) dichiara di avere maturato una valutazione sulla base della propria esperienza diretta di lavoratore o di discussioni con colleghi di lavoro. Il 54% si affida a informazioni avute innanzitutto dai mezzi di informazione tradizionali (Tv, quotidiani, radio per il 20%) e poi da social media e internet (soprattutto tra le giovani generazioni) e dalle “discussioni con familiari e amici”.

Un dato più confortante, in questo panorama di scarsa consapevolezza del peso reale dei soggetti economici, sta comunque nella fatto che la maggioranza degli intervistati (55,2%) auspichi sostegni per le imprese “perché contribuiscono alla crescita del paese e delle persone”. Un parere forte, apparentemente in contrasto con i tanti “non so” di cui abbiamo detto e che risulta ancora più netto tra i laureati (63,8%), gli studenti (67,8%) e chi fa un lavoro manuale (56,4%). Una quota di popolazione da valorizzare, approfondendone i giudizi.

La ricerca contiene altre interessanti considerazioni sul valore assegnato alla qualità del lavoro, all’importanza dell’equilibrio con la vita privata e alla “buona reputazione dell’impresa”, all’inclinazione a cambiare lavoro per questioni legate alla retribuzione e alla soddisfazione professionale e all’idea che “influencer e bloggher valgano più di artigiani, commercianti e insegnanti”.

Un mondo in evoluzione, dunque, soprattutto dopo le fratture sociali e le rivelazioni delle fragilità personali nella stagione del Covid. E a cui continuare a dare la massima attenzione, considerando soprattutto le inclinazioni delle generazioni più giovani.

Che l’industria non goda di un diffuso favore sociale non è, naturalmente, una novità. Era emerso con evidenza, per esempio, da una indagine Ipsos del 2009 sulle nuove generazioni e la manifattura in occasione della pubblicazione del libro “Orgoglio industriale” edito da Mondadori (“Preferisco dire che lavoro in un call center o in una boutique di moda che non in fabbrica”, era la sintesi). Gli orientamenti negativi erano stati confermati, l’anno successivo, da un analogo sondaggio sempre di Ipsos per Assolombarda. Poi, gli effetti della Grande Crisi finanziaria del 2009-2011, rivalutando l’economia reale, avevano cambiato parzialmente in positivo la percezione.

Adesso l’indagine promossa da Federmeccanica, proprio quando l’industria manifatturiera ha fatto da locomotiva della sorprendente crescita dell’economia italiana nel ‘21-‘22 costringe innanzitutto il mondo dell’impresa ma anche altri attori sociali e politici a riflettere sulle immagini prevalenti nel mondo del lavoro e nelle aspettative di ragazze e ragazzi, per rafforzare gli asset fondamentali dello sviluppo sostenibile.

Per quel che riguarda la cultura d’impresa e le rappresentanze industriali, insomma, è necessario insistere nella costruzione di un nuovo e migliore racconto dell’impresa stessa, a cominciare dall’intensificazione del rapporto con scuole e università (come fa per esempio da anni l’Aspen Institute Italia con l’iniziativa “Una bella impresa” fondata su incontri tra imprenditori e studenti degli istituti superiori in tutta Italia). Da un intervento su salari, stipendi e condizioni professionali. E da un rafforzamento della rappresentazione dei valori positivi dell’intraprendenza, dell’innovazione, della ricerca scientifica, delle opportunità di miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita offerte dalle nuove tecnologie nella twin transition ambientale e digitale. Insistendo sulla “fabbrica bella”, produttiva e sostenibile, come orizzonte di possibilità di crescita e di affermazione personale, sociale, culturale. Una sfida che proprio l’industria Italiana di qualità è in grado di giocare bene.

(foto Getty Images)

I giovani italiani conoscono ben poco dell’industria. E comunque non la ritengono un posto in cui andare volentieri a lavorare. Il dato, inquietante se si pensa che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa subito dopo la Germania, emerge da un’indagine promossa da Federmeccanica, realizzata dal “Monitor sul lavoro” guidato da Daniele Marini, autorevole sociologo del lavoro, con Community Research Analysis. Dei 1.200 intervistati (un campione rappresentativo della popolazione italiana dai 18 anni in su), alla domanda di aggiungere un aggettivo alla parola “industria” la maggioranza (218 risposte, il 18,2%) ha detto “non so”: non è in grado cioè di esprimere un qualsiasi parere. Al secondo posto, ecco l’aggettivo “obsoleta” (61 risposte). Al terzo posto, “produttiva” (56 risposte) e al quarto, ecco il termine “sfruttamento” (38 risposte). Commenta Marini: “La narrazione di cosa rappresenti davvero la manifattura, nell’Italia di oggi, è uscita dallo schema cognitivo dei giovani”. “L’industria? Una sconosciuta”, sintetizza Dario Di Vico, che ha analizzato i dati sul “Corriere della Sera” (20 febbraio).

Da dove nascono questi giudizi? La maggioranza degli intervistati (45,4%) dichiara di avere maturato una valutazione sulla base della propria esperienza diretta di lavoratore o di discussioni con colleghi di lavoro. Il 54% si affida a informazioni avute innanzitutto dai mezzi di informazione tradizionali (Tv, quotidiani, radio per il 20%) e poi da social media e internet (soprattutto tra le giovani generazioni) e dalle “discussioni con familiari e amici”.

Un dato più confortante, in questo panorama di scarsa consapevolezza del peso reale dei soggetti economici, sta comunque nella fatto che la maggioranza degli intervistati (55,2%) auspichi sostegni per le imprese “perché contribuiscono alla crescita del paese e delle persone”. Un parere forte, apparentemente in contrasto con i tanti “non so” di cui abbiamo detto e che risulta ancora più netto tra i laureati (63,8%), gli studenti (67,8%) e chi fa un lavoro manuale (56,4%). Una quota di popolazione da valorizzare, approfondendone i giudizi.

La ricerca contiene altre interessanti considerazioni sul valore assegnato alla qualità del lavoro, all’importanza dell’equilibrio con la vita privata e alla “buona reputazione dell’impresa”, all’inclinazione a cambiare lavoro per questioni legate alla retribuzione e alla soddisfazione professionale e all’idea che “influencer e bloggher valgano più di artigiani, commercianti e insegnanti”.

Un mondo in evoluzione, dunque, soprattutto dopo le fratture sociali e le rivelazioni delle fragilità personali nella stagione del Covid. E a cui continuare a dare la massima attenzione, considerando soprattutto le inclinazioni delle generazioni più giovani.

Che l’industria non goda di un diffuso favore sociale non è, naturalmente, una novità. Era emerso con evidenza, per esempio, da una indagine Ipsos del 2009 sulle nuove generazioni e la manifattura in occasione della pubblicazione del libro “Orgoglio industriale” edito da Mondadori (“Preferisco dire che lavoro in un call center o in una boutique di moda che non in fabbrica”, era la sintesi). Gli orientamenti negativi erano stati confermati, l’anno successivo, da un analogo sondaggio sempre di Ipsos per Assolombarda. Poi, gli effetti della Grande Crisi finanziaria del 2009-2011, rivalutando l’economia reale, avevano cambiato parzialmente in positivo la percezione.

Adesso l’indagine promossa da Federmeccanica, proprio quando l’industria manifatturiera ha fatto da locomotiva della sorprendente crescita dell’economia italiana nel ‘21-‘22 costringe innanzitutto il mondo dell’impresa ma anche altri attori sociali e politici a riflettere sulle immagini prevalenti nel mondo del lavoro e nelle aspettative di ragazze e ragazzi, per rafforzare gli asset fondamentali dello sviluppo sostenibile.

Per quel che riguarda la cultura d’impresa e le rappresentanze industriali, insomma, è necessario insistere nella costruzione di un nuovo e migliore racconto dell’impresa stessa, a cominciare dall’intensificazione del rapporto con scuole e università (come fa per esempio da anni l’Aspen Institute Italia con l’iniziativa “Una bella impresa” fondata su incontri tra imprenditori e studenti degli istituti superiori in tutta Italia). Da un intervento su salari, stipendi e condizioni professionali. E da un rafforzamento della rappresentazione dei valori positivi dell’intraprendenza, dell’innovazione, della ricerca scientifica, delle opportunità di miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita offerte dalle nuove tecnologie nella twin transition ambientale e digitale. Insistendo sulla “fabbrica bella”, produttiva e sostenibile, come orizzonte di possibilità di crescita e di affermazione personale, sociale, culturale. Una sfida che proprio l’industria Italiana di qualità è in grado di giocare bene.

(foto Getty Images)

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