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L’industria italiana s’è rimessa in moto, tira una nuova aria di fiducia e ripresa

L’Italia s’è rimessa in moto, mentre i dati sulla pandemia da Covid19 continuano a documentare ricoveri e morti, comunque in costante diminuzione. La crisi sanitaria e sociale non è affatto finita. Ma soffia un vento leggero che parla di minori rischi sanitari e di ripartenza economica. La campagna per vaccinare gli italiani va avanti bene, grazie all’intelligente e competente coordinamento del generale Figliuolo. E l’attenzione dell’opinione pubblica si va spostando su due parole chiave: fiducia e ripresa.

La fiducia, innanzitutto, componente essenziale per qualunque ipotesi di crescita degli investimenti e dei consumi. L’Istat giovedì ha dichiarato che l’indice di fiducia dei consumatori, a maggio, è salito a quota 110,6, ai massimi dal gennaio 2020 (prima dell’era Covid, cioè) mentre quello delle imprese, in crescita oramai per il sesto mese consecutivo, è passato da 97,9 a 106,7 (bisogna tornare al 2017, per trovare un valore simile). “La pancia del paese regge il colpo”, commenta Dario Di Vico sul “Corriere della Sera” (28 maggio), notando che “la società civile, dall’istituzione-famiglia al terzo settore, passando per le fabbriche, ha tenuto e ha saputo metabolizzare una parte consistente del disagio causato dalla pandemia”. La società, insomma, ha fatto da ammortizzatore della crisi, ha sofferto ma non si è né piegata né spezzata, ha modificato con cautela e suoi comportamenti, ha usato i risparmi accumulati e adesso è nella condizione psicologica positiva per ricominciare.

Il buon lavoro che sta facendo il governo Draghi, tra i progetti del Pnrr (il Piano di ripresa e resilienza) e le riforme incardinate o quasi pronte a partire (semplificazioni, pubblica amministrazione, giustizia) è carburante per la fiducia. Così come gioca positivamente anche il credito crescente di cui Draghi gode come leader di dimensione europea. L’aumento del gradimento nei suoi confronti (66 punti, +8 da aprile a maggio), certificato dall’ultimo sondaggio Ipsos (Nando Pagnoncelli sul “Corriere della Sera”, 29 maggio) ne è chiara conferma.

Queste considerazioni, naturalmente, non mettono in ombra la pesantezza della crisi sanitaria e sociale ancora attuale, né il dolore per i morti, né i gravi disagi personali, economici e sociali, né le preoccupazioni diffuse sul futuro. Ma non c’è alcuna “rivolta sociale” all’orizzonte, nonostante l’attivismo dei tribuni populisti soprattutto sui social media. Semmai, è sempre più evidente l’attitudine italiana alla “resilienza” (peccato che questa parola, troppo usata e abusata dalle retoriche politiche, si stia usurando).

La seconda parola chiave è: ripresa. Anche da questo punto di vista, parlano dati e previsioni. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco nelle Considerazioni Finali ha precisato ieri che “l’attività produttiva si sta rafforzando” e che nella media dell’anno l’espansione del PIL potrebbe superare il 4 per cento.  Il Centro Studi Confindustria indica “un sentiero stretto ma in risalita”, con un ruolo forte di spinta da parte dell’industria. Carlo Cottarelli, presidente dell’Osservatorio sui conti pubblici, parlando domenica a “Mezz’ora in più”, prevede che “il Pil possa andare anche al 5%”, più di quanto non dicano il Fondo Monetario Internazionale e il governo. E Renato Brunetta, ministro della Pubblica Amministrazione, sostiene che “il rimbalzo, come tasso di crescita del Pil, sarà più vicino al 5% che al 4% previsto. E forse qualcosa più del 5%”. Insomma, “ho la sensazione che siamo alla vigilia di un nuovo boom economico”. “L’estate della ripresa”, titola ottimista “la Repubblica” (30 maggio).

Buone notizie arrivano proprio dai territori che tradizionalmente fanno da locomotiva della ripresa. “La Lombardia si è rialzata e le imprese assumeranno”, annuncia Alessandro Spada, presidente di Assolombarda (“Il Sole24Ore” 28 maggio e “la Repubblica”, 29 maggio), parlando di un +8,7% della produzione manifatturiera, di dinamismo nelle aree di riferimento dell’associazione (Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia), di esportazioni in crescita grazie alla ripresa in Germania ma anche negli Usa e in Cina, di un momento brillante anche per i consumi sul mercato interno.

Tutto a posto, dunque? Naturalmente no. Ci sono ancora aree economiche (i servizi, il turismo, il commercio) in difficoltà. Le carenze delle infrastrutture si fanno sentire (“Due cantieri su tre sono fermi o lavorano a singhiozzo”, denuncia l’Oti Nord, l’Osservatorio infrastrutturale che riguarda le Confindustrie di Torino, Genova, Milano, Nord Est ed Emilia, 2,2 milioni di imprese, il 56% del Pil e il 70,4% dell’export nazionale). E si teme molto che il forte rincaro delle materie prima possa mettere in difficoltà la produzione industriale.

Il clima che si respira, tutto sommato, è comunque positivo. E proprio a Milano, città cardine di attrattività, al centro di flussi di persone e risorse tra l’Europa e il Mediterraneo, nessuno dei grandi investimenti immobiliari internazionali decisi prima della pandemia è stato disdetto né rinviato, il mercato immobiliare mostra valori e volumi in crescita, le università continuano ad essere predilette da 200mila studenti (parecchi, dall’estero) e ripartono le tradizionali attività di successo (il Salone del Mobile è l’esempio più evidente). “Milano ha gli anticorpi per ripartire”, conferma Spada. E, quanto alle tensioni sull’occupazione e alla fine del blocco dei licenziamenti, aggiunge: “Non ho alcuna indicazione dell’annuncio di licenziamenti di massa o di crisi a raffica. Anzi, ciò che accade è che le aziende, la cui attività è in crescita, faticano a trovare i profili professionali più adatti. Un problema peraltro non estemporaneo ma cronico in molti settori”.

Ci sono imprese che, sotto gli effetti di una crisi che ha accelerato le trasformazioni in atto, devono ristrutturarsi. E soprattutto nel mondo delle aziende piccole e medie si temono chiusure, ridimensionamenti, perdite di posti di lavoro.

Ma il quadro dell’occupazione va visto nel suo insieme, senza congelare la situazione attuale e rinviare la ristrutturazione, ma accelerando la riforma degli ammortizzatori sociali, dal sostegno a chi perde provvisoriamente il lavoro alla formazione per la riqualificazione professionale e alle politiche attive per il ricollocamento.

“L’industria meccanica è a caccia di competenze, la ripresa è in atto”, sostiene Federico Visentin, presidente designato di Federmeccanica, dichiarando che “non si trovano progettisti e programmatori di robot e altre figure dotate di esperienze e conoscenze tecniche, green e digitali”. Aggiungono gli esperti di Orientagiovani di Confindustria: “All’industria mancano 110mila profili professionali Stem (l’acronimo di science, technology, engineering e mathematics)” ma anche dotati di conoscenze umanistiche, per poter fare fronte ai bisogni dell’impresa digitale e alle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale ai processi di produzione, distribuzione e consumo.

Una situazione in movimento, insomma. Densa di segnali contrastanti. Ma oramai orientata verso l’uscita dalla stagione peggiore della crisi e verso la ripartenza. Il Recovery Plan della Ue e il Piano italiano del governo Draghi, con investimenti pubblici e riforme, darà un impulso determinante.