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L’Italia provinciale che parla male di sé e le imprese che innovano e investono

È una delle più grandi passioni degli italiani, parlar male dell’Italia. Ma anche offendersi con coloro che la criticano. Tifoserie. Chiacchiere da Bar Sport elevate a valori politici. Insistenza nel proclamare, alla Bartali, “tutto sbagliato, tutto da rifare” (ma senza la sua ruvida bonomia) . O prendersela con i “gufi” e “chi rema contro”. “Provincialismo“, sentenzia sul “Corriere della Sera” Angelo Panebianco, contestando giustamente “i lamenti dell’Italia immobile”.

Meglio, invece, guardare senza passioni partigiane dati e fatti. Costruire critiche consapevoli. Apprezzare il lavoro di quegli italiani che fanno e non maledicono. E applicare nella vita quotidiana (e nell’impegno politico, amministrativo, culturale) la lezione civile di Italo Calvino, nelle ultime pagine de “Le città invisibili“: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Vediamo meglio, allora, in quest’Italia ipercriticata ma anche, troppo spesso, ostile ai cambiamenti e alle riforme (ne abbiamo parlato più volte, nei nostri blog), cosa “non è inferno” e a cosa “dare spazio”.

Un dato, innanzitutto: la ripresa degli investimenti delle imprese industriali in nuovi macchinari. Segno positivo di attivismo, intraprendenza, volontà non rassegnata al declino.

Dopo anni di stasi, gli ordini di macchine utensili sono saliti del 22% nel primo trimestre ’17 (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) sul mercato interno e di quasi l’1% sui mercati internazionali (dati Ucimu, l’associazione confindustriale del settore). Cosa vuol dire questa ripresa? Che l’industria italiana ha finalmente preso atto d’avere in casa macchinari vecchi (13 anni, l’età media degli impianti) e ha deciso che era oramai tempo di giocare la carta dell’innovazione. Carta obbligata, per fare fronte alla competitività internazionale. E positivamente stimolata dagli incentivi fiscali per il “Piano Industria 4.0” del governo: i super-ammortamenti al 120% e gli iper-ammortamenti al 140%.

C’è insomma una combinazione virtuosa tra iniziativa privata e politica industriale (positive, le scelte dei governi Renzi e poi Gentiloni e l’impegno del ministro Calenda). E cresce la consapevolezza della parte più dinamica della manifattura italiana di dover cogliere l’opportunità della svolta “digital” dell’industria: produzione hi tech e di qualità, servizi, utilizzo dei big data, tutto l’universo innovativo di “Industria 4.0“, appunto. Su cui l’impresa italiana sta giocando una robusta capacità competitiva. Quanta parte dell’industria? Un quinto o, al massimo, un quarto, dice chi conosce la forza di imprese, filiere e reti produttive, distretti, medie imprese d’eccellenza della meccatronica e della gomma, della farmaceutica e della chimica, dei nuovi materiali e dell’agro-alimentare più sofisticato. E il resto dell’industria? Cambiamenti selettivi in corso. Un mondo, comunque, in movimento. Il 20% delle imprese fa l’80% dell’export e del suo valore aggiunto. Il resto arranca, anche se a diversi livelli di velocità. La sfida (di cultura d’impresa e di politica industriale) è fare crescere quel 20%. Insistere insomma su innovazione e competitività.

C’è un altro dato sul “non inferno” su cui vale la pena riflettere. Ed è quello della fiducia delle imprese, finalmente migliorata. L’indice di fiducia mensile rilevato dall’Istat ha segnato ad aprile un valore di 107,4 punti, rispetto a 100,8 del dicembre 2016: è il più alto dall’ottobre 2007, vigilia della Grande Crisi (durante la quale l’industria italiana ha perso il 25% della sua capacità produttiva, ha sofferto in termini di attività e posti di lavoro, ha cominciato a riprendersi investendo, innovando, trovando nuovi spazi sui mercati internazionali: protagonismo da apprezzare e a cui “dare spazio”). Fiducia, dunque. Che stimola anche quegli investimenti di lungo periodo, in impianti e macchinari, di cui abbiamo detto.

Le imprese migliori sono insomma in movimento. Il loro dato di fiducia va letto accanto a un altro dato, quello della caduta della fiducia dei consumatori. In arretramento. “Italia bipolare. Aziende e famiglie, le strade si dividono”, commenta Paolo Bricco su “IlSole24Ore” (28 aprile). L’Istat parla di 7,2 milioni di italiani che “vivono in gravi condizioni economiche”. I consumi non crescono se non marginalmente. Il mercato interno è fermo. Le imprese che operano soprattutto su questo mercato soffrono (l’edilizia è in caduta per il decimo anno, qualcosa si muove solo nelle grandi città del Nord, a cominciare da Milano).

In un clima del genere, sfide politiche, economiche e sociali si incrociano. Il futuro dello sviluppo sta nelle imprese più dinamiche, nella capacità di traino da parte della manifattura hi tech e medium tech delle aree settentrionali, le più “europee”. Ma non c’è settore né area geo-economica che possa fare da locomotiva, se tutto il sistema Paese non entra nell’ordine di idee di una forte e decisa scelta di riforme di lungo periodo. Proprio quello che sinora ha rifiutato di fare. Eccola dunque la “sfida del non inferno”. Senza parlare male di noi stessi. Senza stolido ottimismo. Ma facendo crescere quel che sappiamo “fare, e fare bene”. Meritiamo di meglio che non chiacchiere al vento.

È una delle più grandi passioni degli italiani, parlar male dell’Italia. Ma anche offendersi con coloro che la criticano. Tifoserie. Chiacchiere da Bar Sport elevate a valori politici. Insistenza nel proclamare, alla Bartali, “tutto sbagliato, tutto da rifare” (ma senza la sua ruvida bonomia) . O prendersela con i “gufi” e “chi rema contro”. “Provincialismo“, sentenzia sul “Corriere della Sera” Angelo Panebianco, contestando giustamente “i lamenti dell’Italia immobile”.

Meglio, invece, guardare senza passioni partigiane dati e fatti. Costruire critiche consapevoli. Apprezzare il lavoro di quegli italiani che fanno e non maledicono. E applicare nella vita quotidiana (e nell’impegno politico, amministrativo, culturale) la lezione civile di Italo Calvino, nelle ultime pagine de “Le città invisibili“: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Vediamo meglio, allora, in quest’Italia ipercriticata ma anche, troppo spesso, ostile ai cambiamenti e alle riforme (ne abbiamo parlato più volte, nei nostri blog), cosa “non è inferno” e a cosa “dare spazio”.

Un dato, innanzitutto: la ripresa degli investimenti delle imprese industriali in nuovi macchinari. Segno positivo di attivismo, intraprendenza, volontà non rassegnata al declino.

Dopo anni di stasi, gli ordini di macchine utensili sono saliti del 22% nel primo trimestre ’17 (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) sul mercato interno e di quasi l’1% sui mercati internazionali (dati Ucimu, l’associazione confindustriale del settore). Cosa vuol dire questa ripresa? Che l’industria italiana ha finalmente preso atto d’avere in casa macchinari vecchi (13 anni, l’età media degli impianti) e ha deciso che era oramai tempo di giocare la carta dell’innovazione. Carta obbligata, per fare fronte alla competitività internazionale. E positivamente stimolata dagli incentivi fiscali per il “Piano Industria 4.0” del governo: i super-ammortamenti al 120% e gli iper-ammortamenti al 140%.

C’è insomma una combinazione virtuosa tra iniziativa privata e politica industriale (positive, le scelte dei governi Renzi e poi Gentiloni e l’impegno del ministro Calenda). E cresce la consapevolezza della parte più dinamica della manifattura italiana di dover cogliere l’opportunità della svolta “digital” dell’industria: produzione hi tech e di qualità, servizi, utilizzo dei big data, tutto l’universo innovativo di “Industria 4.0“, appunto. Su cui l’impresa italiana sta giocando una robusta capacità competitiva. Quanta parte dell’industria? Un quinto o, al massimo, un quarto, dice chi conosce la forza di imprese, filiere e reti produttive, distretti, medie imprese d’eccellenza della meccatronica e della gomma, della farmaceutica e della chimica, dei nuovi materiali e dell’agro-alimentare più sofisticato. E il resto dell’industria? Cambiamenti selettivi in corso. Un mondo, comunque, in movimento. Il 20% delle imprese fa l’80% dell’export e del suo valore aggiunto. Il resto arranca, anche se a diversi livelli di velocità. La sfida (di cultura d’impresa e di politica industriale) è fare crescere quel 20%. Insistere insomma su innovazione e competitività.

C’è un altro dato sul “non inferno” su cui vale la pena riflettere. Ed è quello della fiducia delle imprese, finalmente migliorata. L’indice di fiducia mensile rilevato dall’Istat ha segnato ad aprile un valore di 107,4 punti, rispetto a 100,8 del dicembre 2016: è il più alto dall’ottobre 2007, vigilia della Grande Crisi (durante la quale l’industria italiana ha perso il 25% della sua capacità produttiva, ha sofferto in termini di attività e posti di lavoro, ha cominciato a riprendersi investendo, innovando, trovando nuovi spazi sui mercati internazionali: protagonismo da apprezzare e a cui “dare spazio”). Fiducia, dunque. Che stimola anche quegli investimenti di lungo periodo, in impianti e macchinari, di cui abbiamo detto.

Le imprese migliori sono insomma in movimento. Il loro dato di fiducia va letto accanto a un altro dato, quello della caduta della fiducia dei consumatori. In arretramento. “Italia bipolare. Aziende e famiglie, le strade si dividono”, commenta Paolo Bricco su “IlSole24Ore” (28 aprile). L’Istat parla di 7,2 milioni di italiani che “vivono in gravi condizioni economiche”. I consumi non crescono se non marginalmente. Il mercato interno è fermo. Le imprese che operano soprattutto su questo mercato soffrono (l’edilizia è in caduta per il decimo anno, qualcosa si muove solo nelle grandi città del Nord, a cominciare da Milano).

In un clima del genere, sfide politiche, economiche e sociali si incrociano. Il futuro dello sviluppo sta nelle imprese più dinamiche, nella capacità di traino da parte della manifattura hi tech e medium tech delle aree settentrionali, le più “europee”. Ma non c’è settore né area geo-economica che possa fare da locomotiva, se tutto il sistema Paese non entra nell’ordine di idee di una forte e decisa scelta di riforme di lungo periodo. Proprio quello che sinora ha rifiutato di fare. Eccola dunque la “sfida del non inferno”. Senza parlare male di noi stessi. Senza stolido ottimismo. Ma facendo crescere quel che sappiamo “fare, e fare bene”. Meritiamo di meglio che non chiacchiere al vento.