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Max Weber, il “cigno nero” e il “Keep calm” di Churchill: come affrontare coronavirus e recessione senza cedere al panico ma costruendo il futuro

“La politica come professione”, ha scritto Max Weber, giusto un secolo fa. Una professione alta, ambiziosa, costruita sul “lavoro intellettuale”, con tutto il carico delle conoscenze, delle competenze e del senso di responsabilità, oltre che della passione civile necessari. Il libro di Weber torna d’attualità proprio in questi nostri tempi difficili e controversi. E al di là della domanda ovvia su quanti dei politici attuali siano, negando la lezione di Weber, incompetenti e irresponsabili (non solo in Italia, naturalmente), vale la pena riprendere in mano quelle pagine di fronte ai fenomeni che stanno sconvolgendo la nostra vita quotidiana e i progetti per un migliore futuro: le epidemie (compresa l’ultima, da “coronavirus”) e le catastrofi ambientali. Ma anche le migrazioni (con le nuove, drammatiche tensioni ai confini tra Turchia e Grecia, con migliaia di profughi che premono per entrare in Europa), le gigantesche questioni demografiche, i segni di crisi economiche che, oltre la temuta e assai probabile recessione, svelano quanto sia indispensabile un vero e proprio “cambio di paradigma” per cercare di abbattere le distorsioni della globalizzazione e indirizzare la crescita verso uno sviluppo sostenibile, ambientale e sociale. Sfide politiche, appunto. Che chiedono classi dirigenti capaci, competenti, responsabili.

Cosa vediamo, invece? La sintesi sta in un’altra citazione a effetto, dalle pagine d’uno dei maggiori filosofi europei, Søren Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e l’altoparlante del comandante trasmette non la rotta ma ciò che mangeremo domani”. In quelle parole, c’era il disagio verso una modernità affrontata senza gli strumenti di una nuova filosofia, d’un pensiero in grado di controbilanciare “il declino dell’Occidente”, ma c’è anche lo sgomento di fronte alle straordinarie aperture determinate dai progressi della scienza e dell’economia (ancora Kierkegaard: “Non c’è nulla che spaventi di più l’uomo che prendere coscienza dell’immensità di cosa è capace di fare e diventare”).

Oggi, rileggendo quelle pagine, al di là del fastidio per gli incongrui demagoghi che si sono sostituiti al competente comandante della nave, ci tocca vivere la dolorosa ma anche entusiasmante presa d’atto delle indicazioni possibili della nostra crisi, ricordando proprio l’ambivalenza semantica della parola: crisi come pericolo e come opportunità.

Siamo davanti a un “cigno nero”, dicono parecchi commentatori, a un evento imprevisto che sconvolge gli assetti economici e sociali. Un “cigno nero” che ha la forma del “coronavirus”. Ma anche quella dei 50mila profughi siriani, afghani o e iracheni al confine tra Turchia e Grecia, che il leader turco Erdogan vuole riversare, attraverso la Grecia, su tutta Europa, giocando una spregiudicata partita politica per ottenere altri 3 miliardi di fondi Ue (oltre ai 6 già avuti negli ultimi quattro anni) e comunque rafforzare la sua presenza anti-europea sul Mediterraneo.

Ma sono “cigni neri” davvero? O non piuttosto questioni che la politica, innanzitutto quella della Ue e dei maggiori paesi europei, non ha saputo affrontare? “Due crisi, stesso fallimento”, sentenzia Andrea Bonanni (“la Repubblica”, 2 marzo) parlando di “Europa tra virus e migranti”. Sono stati carenti, infatti, le scelte politiche per il governo delle migrazioni e, parzialmente legate, quelle in risposta alle alterazioni climatiche europea ma anche i presidi sanitari da disporre tempestivamente di fronte alle pandemie annunciate e il coordinamento delle scelte, nazionali ed europee.

Un “cigno bianco”, semmai, lo definisce Nuriel Roubini, l’economista che aveva, solitario, previsto la Grande Crisi del 2007-2008: un rischio prevedibile ma sottostimato (“Il Sole24Ore”, 27 febbraio).

Quanto ampie siano le dimensioni della crisi sanitaria nessuno è oggi in grado di stimarlo, né di prevederne responsabilmente la durata.

Ciò che oggi, invece, possiamo verificare sono le dimensioni del primo impatto economico: le Borse internazionali, dal 20 febbraio, quando s’è preso atto delle conseguenze della diffusione del virus sulle economie mondiali, sono clamorosamente scese, “bruciando” 6mila miliardi. E, nella scorsa settimana, sono andate tutte giù di ben oltre il 10%, dal -11,2% del FTSE 100 di Londra al -12,84% del Dax di Francoforte. La peggiore flessione dall’autunno del 2008, apice della Grande Crisi.

Il nervosismo dei mercati finanziari riflette bene la fragilità e le difficoltà delle supply chain internazionali, data la parziale paralisi industriale della Cina, la “fabbrica del mondo”, con conseguenze su parecchi settori manifatturieri, negli Usa e in Europa, oltre che nel Far East, a cominciare dal Giappone. “E’ la crisi della globalizzazione, la Cina perde la sua centralità”, prevede Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia e presidente dell’Aspen Institute Italia (“Corriere della Sera”, 2 aprile). Ma è anche le crisi nel mondo dei trasporti, dai viaggi aerei internazionali ai noli marittimi e all’autotrasporto. Soffrono il turismo e il commercio, le strutture dell’ospitalità e della ristorazione e le imprese della cultura e dello spettacolo.

Quanto a lungo? Non si sa. Le preoccupazioni sono diffuse. “Una crisi mondiale”, teme Moody’s, con una crescita del pianeta più bassa dello 0,4% (“La Stampa”, 27 febbraio). E l’Ocse, nell’Economic Outlook 2019, rileva che il coronavirus è “il più grande pericolo” dai tempi della crisi finanziaria ed espone l’economia mondiale “a una minaccia senza precedenti”.

E in Italia? La nostra economia, già in condizione di stagnazione, per la forte caduta della produzione industriale, adesso è alle soglie della recessione, la quarta in dieci anni (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana). Dei timori peggiori si fa interprete il centro di ricerche Red, stimando una perdita del Pil 2020 da -1 a -3%, da 9 a 27 miliardi. Goldman Sachs, più prudente, si ferma a una caduta del Pil di -0,8%. L’Ocse prevede “crescita zero”. Una condizione comunque gravissima.

Il governo prepara un piano: “Aiuti per 3,6 miliardi”, annuncia il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (“la Repubblica”, 1 marzo) con attenzione per le imprese non solo nelle “zone rosse” del contagio più diffuso in Lombardia e in Veneto ma in tutte le aree e i settori messi in ginocchio dalle conseguenze dell’epidemia (commercio, turismo, trasporti, tempo libero). E, in prospettiva, scelte europee condivise, se la crisi dovesse durare e la recessione colpisse con durezza gli altri paesi Ue, come peraltro è abbastanza probabile: sempre Goldman Sachs prevede una crescita Ue nel 2020 dello 0,3%, rispetto a un 1% prima dell’esplosione del virus.

Misure per l’emergenza a parte, vale la pena ragionare non solo sui singoli provvedimenti italiani ma sulla necessità di una vera e propria strategia della Ue sul rilancio e la ripresa industriale ed economica, uno sforzo straordinario per impostare nel lungo periodo progetti di sviluppo, ricostruendo fiducia per chi investe, produce, consuma. Il Green New Deal della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen è una scelta importante, purché sostenuta da robuste risorse europee, da una concreta politica di investimenti e di provvedimenti finanziari e fiscali di Bruxelles e dei singoli paesi Ue.

Più in generale, il tema è quello di una cultura e uno stile di governo, attento, competente, responsabile. Un riavvio dell’economia dando finalmente spazio al “cambio di paradigma” per la sostenibilità e i nuovi equilibri sulla qualità dello sviluppo.

Nell’emergenza, e proprio per andare oltre l’emergenza, torna d’attualità il motto d’un leader che della politica conosceva ambizioni e regole, anche in tempi drammatici, Winston Churchill: “Keep Calm and Carry on”, mantieni la calma e vai avanti. Tutto il contrario della frenesia e del disordine mostrato in queste settimane in Italia e altrove, in ambienti politici e di governo, nazionale e locale, tra enfasi d’allarme, proclami e “grida” che hanno agevolato le scivolate popolari nel panico. E, sul versante dei media, vale la pena insistere sulla necessità di una buona informazione, senza allarmismi (“Corriere della Sera”, 2 marzo).

Ci tocca infatti, affrontare con consapevolezza “le nostre incertezze”, in un mondo globalizzato e molto fragile (Maurizio Ferrera sul “Corriere della Sera”, 1 marzo). E sapere che la crisi che abbiamo di fronte durerà a lungo. Si troverà presto, probabilmente, un vaccino contro il “coronavirus”. Ma un vaccino efficace per l’incertezza non esiste e non esisterà mai. Né chiusure locali, ricerche di capri espiatori, costruzione dei “nemici” da odiare e mettere al bando saranno soluzioni, qualunque sia il livello della propaganda dei retori della paura.

Meglio lavorare su scienza, conoscenza, valori della comunità, senso di responsabilità. Si torna, così, a Weber. E si capisce quanto sia indispensabile affidarsi non al cuoco di bordo ma a un capitano e a un equipaggio capaci di condurre in porto la nostra nave.

Nell’immagine: copertina della rivista “The Economist” 29 febbraio 2020