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Meritocrazia, conoscenza e pari opportunità strumenti contro degrado e disagio sociale

Cosa fa crescere bene, nel lungo periodo, un paese? Nella stagione del primato dell’economia della conoscenza, soprattutto una formazione di qualità, aperta, in grado di fare emergere, in ogni persona, le proprie attitudini, nella vita sociale, nel lavoro, nella dimensione complessiva della cittadinanza. È la conoscenza, in altri termini, la molla per lo sviluppo economico e sociale e per il pieno dispiegamento della democrazia. L’istruzione, lo strumento per una migliore qualità della vita e del lavoro.

Proprio sulla diffusione della conoscenza si incardina un’altra leva essenziale per lo sviluppo equilibrato e sostenibile dell’Italia, soprattutto in questo particolare momento storico, tra crisi da pandemia e recessione e avvio di ripresa economica. La leva della meritocrazia, del premio economico e sociale a chi sa, si impegna, costruisce, mostra evidenti capacità di “fare, fare bene e fare del bene”. Ecco il punto politico fondamentale di un progetto di sviluppo: coniugare conoscenza e meritocrazia. Come peraltro indica anche il Recovery Plan Next Generation della Ue e dunque il \(Piano nazionale di resilienza e ripresa) preparato con sapienza dal governo Draghi e approvato da Bruxelles: ambiente ed economia digitale e dunque investimenti sulla scuola, la formazione ai nuovi lavori, la ricerca, l’innovazione.

Le parole, però, vanno non solo dette in impegnativi progetti politici e di governo, ma anche analizzate a fondo, per capire meglio significati e valori che le ispirano e dunque definirne conseguenze.

Conoscenza, dunque. “La conoscenza e i suoi nemici” ovvero “l’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia” era il brillante titolo di un libro di Tom Nichols, professore ad Harvard, pubblicato dalla Luiss nel 2017, che più e meglio di altre opere faceva efficacemente luce su quanto la demagogia populista contro scienziati, esperti, studiosi, esponenti delle élites intellettuali (in Italia, la retorica dell’ “uno vale uno” tanto amata dai “grillini”) mettesse in crisi economia di mercato, qualità della vita e istituzioni.

La pandemia da Covid19 e poi la conseguente crisi economica hanno ridotto nell’angolo gli elogi dell’incompetenza, rilanciando i valori della scienza e della competenza. Anche in politica ne vediamo le conseguenze: al governo c’è Mario Draghi, uomo di grande valore politico ed economico riconosciuto non solo in Italia ma anche in Europa.
Eppure il pericolo non è scomparso, come scrive Paolo Iacci, consulente aziendale sui temi delle risorse umane e docente all’Università Statale di Milano in “Sotto il segno dell’ignoranza”, Egea. Arricchito da un’interessante intervista al filosofo Umberto Galimberti, il libro spiega che “la competenza è l’unica vera arma che abbiamo per affrontare l’ambivalenza e la contraddittorietà del nostro tempo”. L’astio “verso i tecnici e gli esperti, oramai culturalmente dominante, impedisce spesso l’espressione libera e pacata del pensiero meritocratico”.

Si sono fatti strada, anche in politica e nel sistema della comunicazione – insiste Iacci – personaggi che si vantano della propria ignoranza, spacciata come “sincerità e vicinanza ai problemi della gente”. Ma così perde competitività la nostra economia, soprattutto nella “stagione del primato della conoscenza” di cui abbiamo appena scritto. E va in crisi l’intero sistema sociale.

La risposta? Studiare. Coltivare lo spirito critico. Sottoporre a severo giudizio negativo le carriere degli incompetenti. E insistere sul valore della scuola, della cultura scientifica, della conoscenza, appunto. Un premio al merito di chi sa, un incoraggiamento al valore culturale e morale delle nuove generazioni.

E i valori della scienza, ricerca e competenza rilanciasti dalla crisi sanitaria da Covid19? Iacci è pessimista: “Non illudiamoci, si è trattato solo di un rinascimento momentaneo”.
Di certo, non si può stare con le mani in mano a subire gli eventi.

Sappiamo bene quanto questa fase dell’economia che stiamo vivendo chieda un sempre più alto livello di scolarità. Ma l’Italia è in coda all’Europa per numerato di laureati (appena il 19,6% nella fascia d’età tra i 25 e i 64 anni, rispetto a una media Ue del 33,2%) e ha una quota elevatissima di persone con un bassissimo livello scolastico: 13 milioni di persone con appena la licenza media inferiore. Un limite gravissimo, non solo per le prospettive di crescita economica, ma anche e soprattutto per una maggiore diffusione di uno sviluppo socialmente equilibrato.

I dati Invalsi resi noti la scomparsa settimana aggravano il quadro, evidenziando l’ignoranza crescente dei nostri ragazzi: il 44% degli studenti delle superiori non raggiunge il livello minimo in Italiano, il 51% in Matematica. E i dati sono ancora più gravi nel Mezzogiorno e nelle famiglie economicamente disagiate. La Dad (la didattica a distanza in tempi di clausura anti pandemia) ha appesantito il quadro, emarginando ulteriormente dai processi di apprendimento scolastico le ragazze e i ragazzi più fragili e meno legati all’uso della comunicazione digitale (riecco il peso della marginalità economica).

Ma il fenomeno ha radici antiche, che affondano nelle disfunzioni di una scuola troppo a lungo lasciata in ombra rispetto all’attenzione politica e considerata, da parecchi governi, sia di centro destra che di centro sinistra, solo dal punto di vista degli interessi economici e sindacali del personale (professori e impiegati amministrativi) e mai da quello degli studenti e, più in generale, della qualità della formazione.
Adesso, è indispensabile una radicale inversione di scelte. Per fare ritornare la scuola al centro dell’attenzione, come canale fondamentale di conoscenza, partecipazione, opportunità di lavoro e di crescita personale e sociale, cittadinanza.
Eccoci dunque di fronte alla seconda parola chiave di queste considerazioni: meritocrazia.

La parola ha un’aria positiva, sa di vantaggio per i più bravi, di premio per la conoscenza, la responsabilità, l’impegno. Tutto vero. La parola ricorre anche nella nostra Costituzione che all’articolo 34 parla di “capaci e meritevoli” cui va garantito il “diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi anche se privi di mezzi”. Una buona indicazione democratica.

Ma se guardiamo un po’ meglio, ci troviamo di fronte a ombre con cui fare i conti. Come suggerisce Michael J. Sandel, filosofo ad Harvard, in “La tirannia del metodo – Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti”, Feltrinelli: “Dietro all’idea del merito si nasconde un inganno. Senza pari opportunità di partenza, vincerà sempre chi ha più mezzi. Chi perde, invece, potrà incolpare solo se stesso”.

Sandel osserva soprattutto la società americana, fortemente selettiva, con ascensori speciali sempre più lenti e inceppati (tutto il contrario del mitico “sogno americano” sulle possibilità di affermazione per chiunque) e con l’ossessione diffusa per la retorica del successo. Analizza la crisi della classe media che apre la strada al populismo di Trump (ma anche alla Brexit e alle destre in Europa) e critica severamente le élites che “in realtà hanno voltato le spalle a chi non ne fa parte”. E poi insiste sulla necessità di legare meritocrazia a pari opportunità e a diffusione reale della conoscenza, superando le asimmetrie sociali, culturali, di reddito e di relazione: molto spesso “i migliori”, i “premiati per merito” vengono da famiglie agiate, ricche di libri, relazioni, buone abitudini culturali e sociali.

La conclusione importante, in tempi di riforme, riequilibri, “economia giusta” e crescita sostenibile: senza riforme e pratiche sociali che mettano tutti, soprattutto i giovani dei ceti più disagiati, in grado di scegliere e fare apprezzare le proprie capacità (il vero premio al merito) ne risentiranno lo sviluppo equilibrato e la stessa democrazia.