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Mettiamo Kant nel cda delle imprese e impariamo a filosofare

Metti Kant nel cda”, titola brillantemente “La Stampa” (10 gennaio) per un’intervista di Claudio Gallo al filosofo e romanziere Alain De Botton, che spiega: “Un uomo d’affari pensa soltanto a produrre soldi. Il filosofo cerca di produrre felicità: per questo le due attività vanno unite”. De Botton è un pensatore originale: si occupa un po’ di tutto, dall’architettura alla comunicazione di massa, dalla religione al sesso, dalle logiche dell’impresa ai valori di fondo dei sistemi economici e sociali. Un intellettuale rinascimentale, dicono i suoi fans. Un eclettico, insomma. “Un po’ troppo eclettico”, sibilano i critici, contestandogli genericità e perfino banalità buone per i salotti d’intrattenimento in Tv. Di certo, segna il dibattito culturale contemporaneo. E proprio ai primi di gennaio ha scritto sul “Financial Times” che nei consigli d’amministrazione delle imprese non dovrebbero mancare proprio i filosofi.

Non è una boutade. Ma il risultato di un ragionamento che, ribadito a “La Stampa”, si può sintetizzare così: “La nostra sventura non è che abbiamo troppo capitalismo, troppa competizione, troppi profitti, troppo consumismo. Piuttosto, soffriamo perché abbiamo una versione rozza e sottosviluppata di un sistema economico che potrebbe darci molto di più. Ammiriamo la potenza organizzativa delle corporation, la loro capacità di indirizzare sforzi enormemente complessi…” ma tutto questo lo usiamo poco e male: “I fondi pensionistici dei lavoratori pubblici di Ankara fanno sì che una nave portacontainer nello stretto di Singapore trasporti il manganese che servirà a fare tappi di bottiglie che saranno stappate in un bar di Dublino”. Troppo, insomma, per così poco: “Con le bottiglie e i tappi siamo grandi. Il resto è ancora tutto da costruire. La sporca verità non è l’inefficienza del capitalismo, ma che le sue ambizioni siano così modeste”.

Ecco, insomma, a che servono i filosofi nei cda delle imprese. A pensare in grande. A guardare verso obiettivi in cui la potenza produttiva dell’industria, la ricchezza della finanza, la sofisticatezza delle nuove tecnologie possano avere ruoli determinanti, costruire una nuova, diversa e migliore qualità dello sviluppo economico e sociale, una più compiuta sostenibilità della crescita.

Adam Smith, d’altronde, padre dell’economia moderna, era un filosofo morale. E proprio da filosofo aveva indagato le relazioni tra gli interessi individuali e la “simpatia” (in senso etimologico) tra gli individui in grado di tessere la struttura di sostegno di una comunità.

Nella Grande Crisi i cui effetti ancora si sentono in tutto il mondo (modifica degli equilibri commerciali e di potere, nuovi attori sui mercati della produzione e del consumi, aggravarsi di alcune differenze sociali ma anche emergere di centinaia di milioni di persone dalla povertà alla sfera dei consumi e dei diritti, drastico cambiamento della distribuzione e dei contenuti del lavoro, etc.) è in corso una profonda ricerca di senso che investe le ragioni di fondo del produrre, del commerciare, del consumare. Si pongono domande sull’etica dell’economia e sul sistema dei diritti e dei doveri legati all’ambiente. Si mettono radicalmente in discussione le categorie intellettuali e le regole ermeneutiche che hanno guidato il progresso economico e sociale nei secoli (sino a contestare l’idea stessa del valore positivo del progresso e azzardare teorie sulla “decrescita felice”). Temi filosofici, appunto. Che toccano il cuore stesso dell’economia e dell’impresa.

Sta qui, la sfida culturale che abbiamo di fronte. Da persone di pensiero e d’impresa. Da sostenitori dell’importanza della “cultura politecnica”. Per affrontarla, servono filosofi che sappiano maneggiare gli strumenti analitici e interpretativi dell’economia e della scienza (le intersezioni tra le due dimensioni sono sempre più frequenti, come tutto l’universi del bio tech testimonia). E imprenditori e manager che siano in grado di muoversi oltre l’orizzonte essenziale ma comunque limitato della contabilità aziendale, del conto economico, del “valore per gli azionisti”.

Non si parte da zero, nemmeno in Italia. Si studia bene filosofia nei Politecnici di Milano e Torino, soprattutto nei corsi di ingegneria gestionale. Si rilegge la lezione di Adriano Olivetti sulla buona, complessa cultura d’impresa (insieme alle esperienze culturali più sofisticate diffuse in altre aziende, come la Pirelli). E anche sui media trova spazio il fatto che Sergio Marchionne, uomo di punta della rinascita Fiat, dopo essersi laureato in legge e avere preso un master in business administration in Canada, abbia completato gli studi di filosofia all’Università di Toronto. O che Franco Tatò, uno dei top manager italiani più brillanti e internazionali, si sia laureato con una tesi di filosofia teoretica su Max Weber. O ancora che Brunello Cucinelli, star del made in Italy dell’abbigliamento di qualità, organizzi per i suoi dipendenti corsi di formazione che partono da Platone.

Si può dunque ribaltare, per la buona economica, il vecchio luogo comune, attribuito a Thomas Hobbes, del “primum vivere, deinde philosophari”: per vivere meglio, insomma, adesso filosofare è indispensabile.