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Milano e i motori della ripresa: industria e cultura, università e inclusione sociale 

C’è la “Milano in 15 minuti”, la riscoperta dei quartieri, il piacere delle relazioni di prossimità nei piccoli supermercati e nelle botteghe rivalutate e rimodernate, i dialoghi nelle piccole librerie e gli incontri negli spazi di comunità, nei dintorni di piazze tornate a vivere: la versione  ambrosiana, tanto cara al sindaco Beppe Sala, dell’affascinante idea lanciata per Parigi dalla fantasiosa sindaco Anne Hidalgo. Ma non può non esserci anche il rilancio della “Milano in un’ora”, con i movimenti di una metropoli di flussi e relazioni, un’ora di treno ad alta velocità con Torino, Bologna, Verona e, si spera presto, anche Genova, un’ora o poco più di aereo per tenere i rapporti con Francoforte e Monaco, Parigi, Londra e Barcellona. E, perché no?, un’ora al massimo di auto per il commuting con le piccole città, i paesi di provincia, i borghi in cui, nell’era post Covid19 che nonostante tutto si prepara, andranno a vivere giovani coppie con figli e young professionals, affascinati dalle possibilità e dalle libertà dello smart working, metà del tempo nella metropoli dinamica e creativa, l’altra metà tra il verde e le piazze antiche di una provincia bella, ricca e colta.

Mentre siamo ancora alle prese con l’alto numero dei contagi, con la paura dell’aggravarsi della malattia e della morte, con la penuria dei vaccini e la pesantezza di una crisi economica e sociale che morde con ferocia intere fasce popolari fragili e precarie, Milano ha ricominciato a interrogarsi sul disegno delle mappe geo-economiche e concettuali del suo futuro prossimo. Senza arroganze da primazia (che avevano antipaticamente segnato la città del post Expo, con il compiacimento pur largamente fondato di essere the place to be, secondo la fortunata definizione di “The New York Times”). Semmai, con la consapevolezza crescente di dovere insistere sulle nuove e migliori condizioni del vivere e del lavorare, rilanciando i valori della sostenibilità ambientale e sociale. Ritrovando e ammodernando, cioè, l’anima storica di uno spazio vivace e civile, competitivo e inclusivo, intraprendente e solidale: Milano molteplice e sensibile, non rampante né rapace.

Da dove ripartire? “Dalla cultura” sostiene l’87,9% degli intervistati, “tra paura e speranze”, in una ricerca del Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini (“Corriere della Sera”, 26 febbraio). Un’opinione così diffusa e radicata coglie bene un punto dell’identità metropolitana. La pandemia e il lungo lockdown hanno paralizzato le attività di teatri e musei, cinema e spazi musicali, circoli e centri culturali. Eppure, nonostante le chiusure e le pesanti conseguenze economiche, la Scala e l’Orchestra Verdi, il Piccolo Teatro e il Teatro Parenti, Brera e l’Ambrosiana e tutti gli altri luoghi in cui si produce cultura, compresi i musei d’impresa e gli archivi storici aziendali, hanno tenuto in piedi parte le loro attività, producendo e rappresentando contenuti nelle forme del “digitale”, sperimentando nuovi linguaggi, tenendo comunque vivo, nonostante tutto, il dialogo con il pubblico. Sono entità vive, anche se ferite. E dunque pronte a ripartire. E la cultura milanese, una cultura aperta e “politecnica”, ha sempre legato le sue sorti con quella delle imprese, sia nella loro dimensione solidale del mecenatismo di sostegno sia in quella, ancora più pertinente, di attori culturali diretti, se la cultura è anche scienza, tecnologia, innovazione, relazioni, ricerca. E racconto.

Ecco un altro motore: la scienza che, proprio qui, si lega ai processi della salute e si afferma come life sciences di valore internazionale, radicandosi nelle università e nei luoghi della ricerca, a cominciare da MIND (Milan Innovation District) centrato sullo Human Technopole, proprio là dove sorgeva l’Expo e dove sono da tempo al lavoro ricercatori e tecnici arrivati da mezzo mondo. Una sinergia forte tra scienza, formazione e impresa, con percorsi molto avanzati lungo le strade delle nuove frontiere dell’Artificial Intelligence.

Il terzo motore: la formazione. Milano resta una grande città universitaria, con 200mila studenti (il 10% internazionali) in una decina di atenei che nel tempo hanno scalato posizioni di prestigio nelle classifiche delle migliori università del mondo. La pandemia ha bloccato i movimenti di studenti e professori. La didattica si è fatta a distanza. Il dinamismo delle conoscenze s’è rallentato. Ma questo patrimonio di conoscenze e competenze è ancora forte, prestigioso, pronto a fare del proprio meglio. E il rapporto tra atenei e imprese, anche in tempi difficili, non è stato compromesso.

Il quarto motore: direttamente le imprese, a cominciare dalla manifattura che, anche in un durissimo 2020 di blocchi, recessione, crisi, non ha perso il proprio posto nelle grandi catene delle forniture internazionali (lo conferma l’aumento dell’export del 3% nell’anno appena trascorso, media nazionale che proprio in Lombardia ha valori particolarmente elevati). Hanno molto sofferto le imprese terziarie, il turismo e il sistema delle fiere, i servizi alle persone, le attività commerciali e creative. E il Pil milanese ne ha risentito (-11%, più del -8,9% della media nazionale). Ma i dati di Assolombarda parlano di un rimbalzo del 5,3% nel 2021 e individuano nel 2023 l’anno della ripresa, oltre i valori del 2019, pre-pandemia, per intravvedere, prudentemente, nel 2025, un robusto aumento di produzione e occupazione.

C’è, a Milano, consapevolezza del peso della crisi, di una forte frattura che ha colpito larga parte dei ceti già disagiati e marginalizzati da anni di crescita economica diseguale, squilibrata (sono aumentati i poveri e le famiglie in difficoltà). E soprattutto grazie agli interventi di sostegno e sussidiarietà del cosiddetto “terzo settore” è stato possibile alleviare difficoltà di vita, reddito, assistenza.

Ma c’è anche, forte, la volontà di ripresa. Assolombarda e Milano&Partners (un’organizzazione voluta dal Comune, con il sostegno della Camera di Commercio e di parecchie imprese pubbliche e private), la scorsa settimana, hanno riunito a convegno studiosi, imprenditori, attori sociali, mettendo in evidenza i punti di crisi ancora taglienti e le opportunità di ripartenza. Una notazione positiva tra le tante: i grandi investimenti immobiliari internazionali progettati e avviati sino alla vigilia della pandemia sono tutti riconfermati. Segno evidente di una diffusa fiducia degli investitori nella ripresa.

Il Recovery Plan che finalmente il governo Draghi sta mettendo a punto, dopo troppo tempo sprecato in discussioni e vaghe promesse dal governo precedente, incrocia bene le attitudini di Milano: ambiente e innovazione, sostenibilità sociale e progetti ambiziosi per il lavoro delle nuove generazioni, economia digitale e formazione di ampio respiro, riforme per la produttività e la competitività. E nuovi e migliori ammortizzatori sociali e scelte di welfare per affrontare la transizione ecologica e digitale, green e blue (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana), verso une economia di valore europeo più equilibrata, circolare, civile.

La sostenibilità, come asset di competitività e di migliore qualità della vita, è l’occasione giusta per Milano, non megalopoli squilibrata ma metropoli legata ai territori di riferimento, aperta e dialogante, contemporaneamente europea e mediterranea. Lo dice bene Aldo Bonomi, acuto studioso delle metamorfosi urbane e produttive (“Il Sole24Ore”, 26 gennaio): “Milano ha come destino non la competizione per risalire la classifica delle città globali, ma l’essere rete di sistemi territoriali per competere innervati da distretti, medie imprese e piattaforme: deve chiedersi se essere capitale della megalopoli padana oppure città che si relaziona in orizzontale con le città intermedie in una logica di servizio, capace di esercitare una funzione larga, mediando tra Europa e Mediterraneo”. Ed è proprio in questa ricostruzione che il valore della prossimità delle piazze e dei quartieri e la robusta vocazione internazionale possono costruire originali sintesi. Per crescere meglio.