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Nell’Italia della crisi e dell’“inverno demografico” bisogna spendere di più e meglio per la scuola

“Se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della magistratura e della Corte Costituzionale”. Sono parole di Piero Calamandrei, uno dei più importanti padri costituenti della Repubblica. E vale la pena ricordarle ancora oggi, dopo una campagna elettorale in cui di scuola si è parlato pochissimo, nonostante il Pnrr – un vero e proprio vincolo politico-amministrativo della nuova legislatura – destini risorse quanto mai rilevanti ai temi dell’istruzione, cercando di costruire le condizioni migliori per la Next Generation cui è indirizzato il Recovery Fund della Ue per provare a uscire dalla crisi post pandemia da Covid19 e dalla recessione conseguente.
Scuola come luogo essenziale di studio e apprendimento, di costruzione della conoscenza, di radicamento nella coscienza degli studenti, fin dalle prime classi delle elementari, dei valori e delle regole della cittadinanza responsabile e del senso di appartenenza attiva a una comunità, locale e nazionale e, alzando lo sguardo i all’orizzonte, anche europea.
Scuola, appunto, da vivere essa stessa, nel microcosmo dello spazio di formazione, come comunità animata da soggetti diversi, con un’attenzione speciale per le ragazze e i ragazzi che studiano e certo non come luogo di prevalenza di interessi di corporazioni molto sindacalizzate (i docenti, il personale amministrativo).

Scuola, ancora, come territorio didattico in cui “imparare a imparare”, proprio nella stagione della cosiddetta “economia della conoscenza” in rapida e radicale mutazione e in cui i saperi umanistici e scientifici sono valori e strumenti necessari per rafforzare le basi della convivenza civile e dello sviluppo sostenibile, ambientale e sociale.
Ma come sta la scuola italiana? Uno studio recente della Fondazione Agnelli (“Il Sole24Ore”, 22 settembre) documenta come si spendano male le risorse pubbliche, soprattutto all’università e quanto dunque ci sia da lavorare per essere all’altezza delle sfide che vengono dagli altri paesi della Ue e, più in generale, dell’Ocse.
Per ogni singolo studente, dai 6 ai 15 anni, l’Italia investe circa 75mila euro, collocandosi, a parità di potere d’acquisto, sopra la media Ue. Spendiamo troppo poco, invece, per l’università, lo 0,3% del Pil. Il che, dal punto di vista statistico, porta al dato secondo cui, per la formazione, in termini aggregati (dalle elementari all’università) l’Italia impieghi il 4,3% del Pil di fronte a una media europea del 4,9%. Pochi investimenti, pochi laureati, in sintesi.
Guardando meglio i dati pubblicati dalla Fondazione Agnelli, vediamo che in Italia, calcolando il calo demografico, si perdono il 12,8% di alunni in dieci anni (dal 2020 al 2030), mentre il personale della scuola è già aumentato del 20% nell’ultimo decennio (il che spiega l’elevato livello di spesa). Per guardare un altro dato: quest’anno sono appena tornati in classe 7,272 milioni di ragazze e ragazzi. Erano 7,5 milioni nel ‘20/‘21: “In due anni persi 230mila studenti”, titola “IlSole24Ore” (12 settembre).

I dati, nel tempo, peggiorano. In questo ‘22 i nuovi nati, secondo l’Istat, saranno 385mila, il 14,5% in meno rispetto al ‘21. Camminiamo spediti, insomma, verso un vero e proprio “inverno demografico”, con un’Italia che invecchia e con un crescente squilibrio generazionale che incide su Pil, assistenza, previdenza, quantità e qualità della spesa pubblica per investimenti (“Nel 2050 crolla al 50% la quota degli italiani in età lavorativa”, calcola l’Istat). Con una ipoteca sulla sostenibilità economica e sociale del futuro.
Un quadro complesso, insomma. Che incide sull’attualità e il destino della scuola. Con una buona notizia: il rapporto tra studenti e docenti migliora (dal 10,9% dell’anno scolastico 2014/15 all’8,6% del ‘21/‘22) con effetti potenzialmente positivi sulla qualità dell’insegnamento, visto anche che il rapporto alunni per classe è passato dal 20,4 del ‘20/‘21 al 19,9 di quest’anno.
Ma anche con una cattiva notizia: tra i professori diminuiscono i docenti di ruolo e aumentano quelli a tempo determinato. E restano comunque bassi gli stipendi: le differenziazioni per merito restano in buona parte bloccate per pressioni sindacali egualitarie.

Commenta Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: “In Italia, per la scuola, forse, più che spendere poco, si è speso male, alla luce dei risultati insoddisfacenti nelle scuole secondarie, nettamente inferiori alle medie europee e con enormi divari territoriali e sociali. E’ un campanello d’allarme per chi governa, A partire dall’efficacia e dall’efficienza con le quali si sapranno gestire le risorse del Pnrr”.
Ci sono ancora altri dati, su cui riflettere. Nel ‘21 il 41% della popolazione Ue tra i 24 e i 34 anni aveva almeno una laurea. Il 57%, guardando alla media Ocse. In Italia, appena il 28% (per non parlare dell’ancora più allarmante carenza di lauree Stem, in materie scientifiche, cioè).
Rilevante anche la “povertà educativa”: 13 milioni di persone fra i 25 e i 64 anni, il 39% della popolazione in quella fascia d’età, ha appena la licenza media inferiore.

Le conseguenze sia sul mercato del lavoro che sullo sviluppo, ma anche sulla consapevolezza generale della portata dei problemi politici e sociali e dunque sull’esercizio dei diritti o e dei doveri di cittadinanza attiva e responsabile sono evidente, note, drammaticamente crescenti.
Chiede dunque attenzione, la scuola. Da ripensare, riformare, ricostruire e rilanciare come funzione essenziale di sviluppo e di convivenza civile, di miglioramento della qualità della democrazia. Perché sviluppo e libertà democratiche, virtù repubblicane dei diritti e dei doveri, benessere e partecipazione si tengono insieme.

Torniamo a Calamandrei: “Trasformare i sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può fare”.

“Se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della magistratura e della Corte Costituzionale”. Sono parole di Piero Calamandrei, uno dei più importanti padri costituenti della Repubblica. E vale la pena ricordarle ancora oggi, dopo una campagna elettorale in cui di scuola si è parlato pochissimo, nonostante il Pnrr – un vero e proprio vincolo politico-amministrativo della nuova legislatura – destini risorse quanto mai rilevanti ai temi dell’istruzione, cercando di costruire le condizioni migliori per la Next Generation cui è indirizzato il Recovery Fund della Ue per provare a uscire dalla crisi post pandemia da Covid19 e dalla recessione conseguente.
Scuola come luogo essenziale di studio e apprendimento, di costruzione della conoscenza, di radicamento nella coscienza degli studenti, fin dalle prime classi delle elementari, dei valori e delle regole della cittadinanza responsabile e del senso di appartenenza attiva a una comunità, locale e nazionale e, alzando lo sguardo i all’orizzonte, anche europea.
Scuola, appunto, da vivere essa stessa, nel microcosmo dello spazio di formazione, come comunità animata da soggetti diversi, con un’attenzione speciale per le ragazze e i ragazzi che studiano e certo non come luogo di prevalenza di interessi di corporazioni molto sindacalizzate (i docenti, il personale amministrativo).

Scuola, ancora, come territorio didattico in cui “imparare a imparare”, proprio nella stagione della cosiddetta “economia della conoscenza” in rapida e radicale mutazione e in cui i saperi umanistici e scientifici sono valori e strumenti necessari per rafforzare le basi della convivenza civile e dello sviluppo sostenibile, ambientale e sociale.
Ma come sta la scuola italiana? Uno studio recente della Fondazione Agnelli (“Il Sole24Ore”, 22 settembre) documenta come si spendano male le risorse pubbliche, soprattutto all’università e quanto dunque ci sia da lavorare per essere all’altezza delle sfide che vengono dagli altri paesi della Ue e, più in generale, dell’Ocse.
Per ogni singolo studente, dai 6 ai 15 anni, l’Italia investe circa 75mila euro, collocandosi, a parità di potere d’acquisto, sopra la media Ue. Spendiamo troppo poco, invece, per l’università, lo 0,3% del Pil. Il che, dal punto di vista statistico, porta al dato secondo cui, per la formazione, in termini aggregati (dalle elementari all’università) l’Italia impieghi il 4,3% del Pil di fronte a una media europea del 4,9%. Pochi investimenti, pochi laureati, in sintesi.
Guardando meglio i dati pubblicati dalla Fondazione Agnelli, vediamo che in Italia, calcolando il calo demografico, si perdono il 12,8% di alunni in dieci anni (dal 2020 al 2030), mentre il personale della scuola è già aumentato del 20% nell’ultimo decennio (il che spiega l’elevato livello di spesa). Per guardare un altro dato: quest’anno sono appena tornati in classe 7,272 milioni di ragazze e ragazzi. Erano 7,5 milioni nel ‘20/‘21: “In due anni persi 230mila studenti”, titola “IlSole24Ore” (12 settembre).

I dati, nel tempo, peggiorano. In questo ‘22 i nuovi nati, secondo l’Istat, saranno 385mila, il 14,5% in meno rispetto al ‘21. Camminiamo spediti, insomma, verso un vero e proprio “inverno demografico”, con un’Italia che invecchia e con un crescente squilibrio generazionale che incide su Pil, assistenza, previdenza, quantità e qualità della spesa pubblica per investimenti (“Nel 2050 crolla al 50% la quota degli italiani in età lavorativa”, calcola l’Istat). Con una ipoteca sulla sostenibilità economica e sociale del futuro.
Un quadro complesso, insomma. Che incide sull’attualità e il destino della scuola. Con una buona notizia: il rapporto tra studenti e docenti migliora (dal 10,9% dell’anno scolastico 2014/15 all’8,6% del ‘21/‘22) con effetti potenzialmente positivi sulla qualità dell’insegnamento, visto anche che il rapporto alunni per classe è passato dal 20,4 del ‘20/‘21 al 19,9 di quest’anno.
Ma anche con una cattiva notizia: tra i professori diminuiscono i docenti di ruolo e aumentano quelli a tempo determinato. E restano comunque bassi gli stipendi: le differenziazioni per merito restano in buona parte bloccate per pressioni sindacali egualitarie.

Commenta Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: “In Italia, per la scuola, forse, più che spendere poco, si è speso male, alla luce dei risultati insoddisfacenti nelle scuole secondarie, nettamente inferiori alle medie europee e con enormi divari territoriali e sociali. E’ un campanello d’allarme per chi governa, A partire dall’efficacia e dall’efficienza con le quali si sapranno gestire le risorse del Pnrr”.
Ci sono ancora altri dati, su cui riflettere. Nel ‘21 il 41% della popolazione Ue tra i 24 e i 34 anni aveva almeno una laurea. Il 57%, guardando alla media Ocse. In Italia, appena il 28% (per non parlare dell’ancora più allarmante carenza di lauree Stem, in materie scientifiche, cioè).
Rilevante anche la “povertà educativa”: 13 milioni di persone fra i 25 e i 64 anni, il 39% della popolazione in quella fascia d’età, ha appena la licenza media inferiore.

Le conseguenze sia sul mercato del lavoro che sullo sviluppo, ma anche sulla consapevolezza generale della portata dei problemi politici e sociali e dunque sull’esercizio dei diritti o e dei doveri di cittadinanza attiva e responsabile sono evidente, note, drammaticamente crescenti.
Chiede dunque attenzione, la scuola. Da ripensare, riformare, ricostruire e rilanciare come funzione essenziale di sviluppo e di convivenza civile, di miglioramento della qualità della democrazia. Perché sviluppo e libertà democratiche, virtù repubblicane dei diritti e dei doveri, benessere e partecipazione si tengono insieme.

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