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Nuove imprese dalla crisi

Una ricerca delinea con efficacia le caratteristiche delle organizzazioni della produzione che prendono forma dai periodi di difficoltà

Dalla crisi possono nascere nuovi modelli di organizzazione della produzione. L’assunto non è nuovo, ma deve essere verificato ogni volta: troppe, infatti, possono essere le variabili in gioco a cambiare il percorso. Vale però anche il tentativo di dare una sistemazione teorica al cambiamento dei sistemi dei produttivi sottoposti alle sollecitazioni delle grandi crisi. È quanto ha provato a fare Patrizia Cappelletti, ricercatrice presso l’ARC, il Centro di ricerca sui cambiamenti della contemporaneità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con la ricerca “Organizzazioni generative e nuove filiere del valore”. L’intervento di Cappelletti (che è nato all’interno del progetto nazionale “GeniusLoci. L’Archivio della generatività italiana”) parte dalla considerazione che la crisi del 2008 potrebbe costituire un vero punto di volta nella relazione tra economia e società. Il tema di fondo, per Cappelletti, è che quella crisi ha reso “manifesta l’insostenibilità di un modello socio-economico fondato su un’idea di crescita quale quello dell’espansione senza limiti, la crisi pare aver avviato una lunga transizione all’interno della quale è possibile emerga una riconnessione tra obiettivi economici e sociali”. È da qui che la ricercatrice inizia a ragionare guardando soprattutto agli aspetti organizzativi e manageriali. “Se è indubbio che la difficile congiuntura socioeconomica costringe molte organizzazioni a ragionare in termini di pura sopravvivenza, l’ipotesi – scrive Cappelletti -, è che da questo scenario possano emergere nuovi e più adattivi modelli”. Quanto emerge è un modello di organizzazione della produzione nuovo che Cappelletti spiega come orientato “alla produzione di valore contestuale e multi-stakeholder”. Un modello che metta al centro nuovamente il “produrre” (seppure in modi nuovi, ovvero nella dimensione del “generare”), invece del solo “consumare”. Di fatto le “organizzazioni generative” cercano di legare nuovamente insieme economia e società, individuo e gruppo, “azione e struttura, funzioni e significati”. È, evidentemente, una nuova cultura d’impresa (più matura e consapevole) quella che Cappelletti delinea spiegando prima che cosa si deve intendere per “generatività” e, poi, illustrando il metodo di indagine adottato su circa 80 organizzazioni della produzione per, infine, arrivare a trarre alcuni punti fermi: la generazione di valore economico e sociale, l’attenzione alla qualità e alla bellezza, la strategia inclusiva, la natura locale e globale dell’azione, l’idea di crescita e l’attenzione alla persona. Per far comprendere meglio l’impostazione teorica che deriva dalla ricerca sul campo, cappelletti pone gli esempi del Gruppo Zambon, leader nel settore dell’industria chimica e farmaceutica, e della Berbrand, impresa bresciana produttrice di bottoni in madreperla. Scrive la ricercatrice nelle sue conclusioni: “È probabile che l’attenzione collettiva sarà sempre più rivolta all’impresa quale soggetto garante della qualità, eticità e sostenibilità del valore prodotto, in una significativa riconnessione tra funzioni e senso, efficacia e sostenibilità, custodia e innovazione. Si tratta dunque di ripensare le filiere produttive, ma anche il sistema delle relazioni interne ed esterne, la vision, i riferimenti culturali e la narrazione dell’impresa, dentro a una prospettiva ampia, intergenerazionale e glocale”.

 

Organizzazioni generative e nuove filiere del valore
Patrizia Cappelletti
Sviluppo & Organizzazione

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