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O lo sviluppo o il declino:
ecco come usare bene i fondi Ue del Recovery Plan

O lo sviluppo o il declino. Non ci sono altre strade per l’Italia, davanti alla pandemia del Covid19 che rialza la testa e alla recessione che morde ancora, travolgendo imprese, lavoro, benessere, opportunità di futuro per le nuove generazioni.

Le speranze di sviluppo stanno nell’uso accorto degli oltre 200 miliardi del Recovery Fund stanziati dalla Ue per i due grandi obiettivi della green economy e della digital economy (81 di grants, soldi a fondo perduto e 128 di prestiti: vedremo meglio tra poco di cosa esattamente si parla), con riforme e investimenti mirati alla crescita sostenibile, in una cornice europea. I rischi di declino, invece, sono legati a una profonda distorsione del dibattito pubblico italiano (anche in ambienti politici e di governo, che dovrebbero essere ben informati e responsabili) proprio in queste settimane cruciali: si discute come se si sia di fronte a una generosissima pioggia di fondi europei da impiegare come meglio ci pare.

Un fatto, invece, dev’essere chiaro: i fondi del Recovery Plan arriveranno solo i base a progetti chiari, efficaci, passati al vaglio di una task force di Bruxelles e poi approvati sia dalla Commissione Ue sia dal Consiglio Europeo. Altrimenti, niente stanziamenti. E così ci si ritroverebbe di fronte all’assenza di risorse per fare ripartire la crescita e dunque schiacciati da un gigantesco debito pubblico, già adesso al 160% del Pil, per fare fronte all’emergenza sanitaria ma comunque abnorme ancora prima della pandemia per finanziare allegramente scelte di governo disastrose come il reddito di cittadinanza (che non ha portato alla creazione significativa di posti di lavoro) e “quota 100” per le pensioni anticipate.

E’ necessario, perciò, puntare con chiarezza e decisione sui progetti per la crescita economica, secondo le indicazioni del Recovery Plan, una strategia di sviluppo chiara fin dal nome, Next Generation. Come? Evitando, innanzitutto, quello che abbiamo visto nelle prime battute della risposta del governo italiano e delle pubbliche amministrazioni alle sollecitazioni di Bruxelles: la presentazione di oltre 500 progetti diversi, tirati fuori svuotando i cassetti di ministeri, regioni e comuni e in cui c’è di tutto, dall’ennesima ricomparsa del Ponte sullo Stretto di Messina a un’infinità di piani per “digitalizzare” giustizia e pubblica amministrazione, scuole e fisco, privi di alcuno schema di fattibilità e con l’etichetta “digitale” usata come furbo passepartout. “Troppe parole e pochi numeri nel piano del governo per la ripresa”, ha sintetizzato, con critica efficace, Carlo Cottarelli (“la Repubblica”, 20 settembre).

Come muoversi, lo indicano bene le linee guida rese pubbliche, il 17 settembre, dalla Ue, accompagnate da un calendario di impegni: dal 15 ottobre la notifica a Bruxelles dei piani nazionali, che saranno esaminati da una task force per ogni paese, d’intesa con la Direzione Affari Economici della Ue, poi la trasmissione dei piani all’inizio del ’21, con le approvazioni e i primi stanziamenti (il 10% dell’ammontare dedicato a ogni Paese: per l’Italia 20 miliardi) e via via continuando con gli altri finanziamenti in corso d’opera di investimenti e realizzazioni. Un meccanismo chiaro, dunque. Tutto il contrario dell’assistenzialismo dei “soldi a pioggia”.

Investimenti su cosa? Le indicazioni di Bruxelles, nel documento del 17 settembre, sono nette, su sostenibilità ambientale, produttività, equità e stabilità macro-economica, cioè su innovazione e qualità dello sviluppo, con attenzione per i giovani (formazione, ricerca, scuola). Dunque, tecnologia pulita ed energia rinnovabile (con attenzione per l’idrogeno), trasporti sostenibili, banda larga e connessioni facili, digitalizzazione della pubblica amministrazione e stimolo per la diffusione delle competenze digitali, formazione.

Riforme da fare, finalmente, come già prima della crisi Covid la Ue ci aveva indicato, sui temi della giustizia, del fisco, delle pensioni, del lavoro (contro il lavoro sommerso e con un taglio del cuneo fiscale) e della sanità (su cui ci sono anche, per l’Italia, i 36 miliardi del Mes, in aggiunta al Recovery Fund). E un metodo di lavoro: progetti ben finalizzati, chiari, rendicontabili e sottoposti a un severo meccanismo di verifica dei risultati.

La Ue dice a tutti i paesi membri: abbiamo avviato una vera e propria svolta nelle scelte di politica industriale e fiscale, indicato la strada dello sviluppo sostenibile, deciso di raccogliere fondi sul mercato proprio come Europa e non come garante dei singoli Stati (ecco un’altra novità di grande importanza politica) e cominciato a definire un processo comune di crescita equilibrata. Ai paesi tocca essere in linea con questa strategia, senza naturalmente dimenticare le regole dello Stato di diritto (democrazie, diritti umani). O si converge. O si è ai margini della stessa Ue.

E’ una sfida di grande spessore. Per l’Italia è indispensabile raccoglierla presto e bene, chiamando a raccolta le energie migliori del Paese, le competenze indispensabili per le riforme e il cambiamento. Una collaborazione tra poteri pubblici e imprese private (già molto impegnate sul fronte dell’innovazione). Un coinvolgimento degli attori sociali e delle istituzioni locali. “Il Sole24Ore” ha avviato da oggi un dibattito sul tema, insistendo sullo slogan “sviluppo o declino” e coinvolgendo personalità dell’economia e della cultura (si comincia con Francesco Profumo, presidente della Compagnia di San Paolo, ex ministro dell’Istituzione ed ex rettore del Politecnico di Torino). Altre voci seguiranno. “La necessità è che per l’impiego dei fondi Ue vengano stabilite priorità e linee di intervento. Poi sarà il momento di articolarle passando dalle parole ai fatti”, sostiene Fabio Tamburini, direttore de “Il Sole24Ore”. Il mondo dell’economia e delle imprese, insomma, è quanto mai attento a non sprecare le opportunità di riforme e sviluppo. Alla politica e al governo si chiede di essere lungimirante e responsabile, come mai prima d’ora, proprio in tempi così controversi e difficili e, contemporaneamente, ricchi di opportunità.

E’ una sfida politica ed economica. Ma anche una grande sfida culturale: pensare alla ripresa sostenibile e allo sviluppo di lunga durata. Riscrivendo un nuovo e migliore patto sociale e generazionale. Next Generation Ue, appunto: il futuro dei nostri giovani, nel contesto di un’Europa più forte e socialmente responsabile. E se non ora, quando?