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Produttività, ecco perché l’Italia resta in crisi. Investire su riforme, innovazione e industria hi tech

L’Italia deve fare di più per la produttività. Il monito arriva dall’Ocse, all’inizio di giugno, dopo un giudizio positivo sulla crescita economica e un apprezzamento per le riforme avviate dal governo Renzi. Adesso occorre andare avanti: “Il calo degli investimenti dovuto alla crisi ha aggravato il rallentamento, in corso da tempo, della produttività. Per aumentarla, bisognerà accelerare il processo di risoluzione dei crediti bancari in sofferenza, migliorare i meccanismi di selezione ed esecuzione dei progetti di investimento in infrastrutture pubbliche, aumentare l’efficienza dell’amministrazione”.

E’ importante, il monito dell’Ocse. Perché fissa un competente punto di riflessione su un tema, la crisi di produttività del sistema Italia, che è tornato di recente d’attualità e su cui intervengono attori politici e sociali, economisti, imprenditori.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, nella sua relazione d’insediamento al vertice dell’organizzazione, ha legato produttività e salari, insistendo sullo stretto rapporto da stabilire tra i due elementi, in vista del rinnovo dei contratti. Un modo vecchio di affrontare la questione, ha tagliato corto la leader della Cgil Susanna Camusso, mentre i responsabili degli altri due sindacati Cisl e Uil si sono mostrati più dialoganti sul tema. La questione è rilevante, naturalmente. E porta dritta alla rivalutazione dei contratti territoriali e aziendali, dove lo scambio produttività-salario è più chiaro e su cui si muove in sintonia anche il governo.

Nel corso della crisi, ci sono imprese che sono cresciute, hanno innovato, fatto ricerca, modificato processi produttivi e prodotti, esportato e fatto acquisizioni all’estero, raggiungendo buone posizioni importanti sui mercati internazionali: le multinazionali tascabili, le filiere produttive più innovative, le manifatture di qualità eccellenti nella meccanica e nella chimica, nella farmaceutica e nella gomma, dell’arredamento, nella moda e nell’agro-industria. Imprese produttive. Competitive.

Ma, accanto a loro, c’è la maggioranza delle imprese che hanno innovato poco, si sono fermate troppo sul mercato interno, non sono cresciute, si sono imballate nei limiti e nelle angustie del capitalismo familistico e provinciale. Poco produttive, poco competitive, “un corpaccione industriale composto in larga misura da imprese restie all’innovazione e avare di investimenti”, per dirla con le parole di Massimo Riva (L’Espresso, 2 giugno). Ed è proprio lì che bisogna lavorare. Con politiche che stimolino l’innovazione, la crescita, l’internazionalizzazione.

Produttività parola chiave”, dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Ha ragione. C’è una produttività di cui chieder conto alle imprese: maggiori investimenti, maggiori sforzi sull’innovazione di processo e prodotto, maggiore apertura ai mercati finanziari, all’export, ai legami di distretto e di filiera, ancora cari alle intelligenti analisi del Censis di Giuseppe De Rita (con la necessaria appendice del rapporto tra incremento della produttività e miglioramento dei salari, da stimolare con opportune scelte di fiscalità favorevole). Ma c’è anche una necessaria e migliore produttività di sistema da avviare. Una responsabilità politica.

Qui si ritorna, dunque, al monito dell’Ocse. Vediamo meglio. “Dal 2000 la produttività è cresciuta del’1% contro il 17% medio dei nostri partners europei. Nello stesso periodo il costo del lavoro per unità di prodotto è lievitato venti punti più di quello tedesco”, sostiene Ferruccio De Bortoli (Corriere della Sera, 31 maggio) sulla scorta dei dati del Def, il Documento di economia e finanza del governo. La risposta: più investimenti, più innovazione, più “digital”, accogliendo la sfida di Industry 4.0, “una rivoluzione di processi, tempi, modalità distributive”. Ci sono imprese italiane che si muovono già bene, in questa direzione. Il sistema Italia, nel suo complesso, è invece in ritardo.

Marcello Messori, economista acuto, ricorda un’altra indicazione dell’Ocse, secondo cui “le dinamiche medie della produttività dei fattori e della produttività del lavoro di un Paese non dipendono tanto dall’intensità delle sue innovazioni sulla frontiera quanto dalla loro rapida ed efficiente diffusione nel resto dell’economia. I ritardi dell’Italia hanno quindi due conseguenze. Primo: significativi tassi di incremento delle varie forme di produttività si addensano in parti specifiche dell’apparato produttivo nazionale e possono convivere a lungo con dinamiche medie deludenti. Secondo: per rimuovere un cruciale ostacolo alla crescita, occorre individuare le cause della negativa peculiarità italiana riguardo alla diffusione delle innovazioni e mirare alla loro rimozione anche mediante iniziative di policy” (Corriere della Sera, 28 maggio).

Ecco di nuovo il tema di fondo: le scelte micro, nel mondo aziendale; e le scelte macro, di sistema, di politica economica e di politica industriale.

Il lungo sonno della produttività”, denuncia Luca Ricolfi su Il Sole24Ore (29 maggio) ricordando che “a ristagnare non è solo la produttività del lavoro, ma è la produttività totale dei fattori produttivi (capitale e lavoro)” e che a condizionare la produttività italiana “è il complesso delle esternalità, delle condizioni collaterali e di contesto che rendono possibile una vita economica fluida e dinamica: una burocrazia efficiente e non pervasiva, una giustizia civile veloce, norme chiare e facili da applicare, adempimenti snelli e non troppo numerosi, poteri amministrativi ben delimitati, percorsi autorizzativi lineari, ragionevole stabilità delle leggi e dei regolamenti, tempi certi per aprire un’attività… Ma anche: investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, sostegno alla ricerca, valorizzazione della conoscenza”.

La produttività, documenta ancora Ricolfi, “è diminuita nella maggior parte dei servizi (scarsamente esposti alla concorrenza) ma in compenso è aumentata nel settore manifatturiero e in agricoltura”: i settori che si sono mossi sul mercato, secondo culture di mercato.

Le imprese migliori, a cominciare dalla manifattura del “quarto capitalismo”, delle “multinazionali tascabili” e delle filiere produttive più innovative, stanno facendo la loro parte. L’insieme del mondo industriale deve insistere su innovazione e trasformazioni. Ma è tutto il sistema Italia che, sulla produttività e la competitività, deve puntare più e meglio su riforme, investimenti pubblici, economia “digitale”, abbattimenti di vincoli burocratici, corruzione, disfunzioni d’una pessima “macchina pubblica”. Rileggendo, appunto, il monito Ocse sulla crisi d produttività da cui siamo partiti. Una vera e propria sfida politica. Di “policy” e di “politics”: di visione dello sviluppo e di scelte concrete