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Riforme da completare e limiti da superare dopo il riconoscimento di “The Economist”

L’Italietta. Pizza, mafia e mandolino. Mangiaspaghetti. Cicale. Malati d’Europa. Gli stereotipi, per il momento, vanno nel cestino. L’Italia, infatti, è diventata “il Paese dell’anno” sulle pagine di “The Economist”, il settimanale britannico che non ci ha mai risparmiato critiche sferzanti e ironie taglienti, sino a definirci, proprio l’anno scorso, nel 2020, “un paese in declino, che vale nulla sulla scena mondiale, con un’economia che non cresce e una classe dirigente che spreca idee e risorse”. Una tradizione critica, confermata dalla dedica, negli anni precedenti, di copertine urticanti per Berlusconi “unfit to lead Italy”, ancora per Berlusconi in compagnia di Grillo con il titolo “Send in the clowns” (cioè “fate entrare i clown”) e per la precarietà complessiva del Paese, con un autobus tricolore in bilico sul precipizio e il titolo “The Italia job” come causa di “Europe’s next crisis”.

Adesso, si cambia registro. E si tributano all’Italia “Triumphal honours”. Perché “è quello che è migliorato di più nel 2021”. Tutto merito di Mario Draghi che, eletto dal Parlamento a Palazzo Chigi, “ha cambiato il Paese”. Con lui, infatti, l’Italia “ha acquisito un primo ministro competente e rispettato internazionalmente”. E, grazie a questa svolta, voluta e sostenuta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “un’ampia maggioranza dei politici italiani ha seppellito le proprie differenze per sostenere un programma di riforme complessive che dovrebbero permetterle di ottenere i fondi ai quali ha diritto in base al piano di Recovery europeo”.

Ecco il punto. Secondo “The Economist”, che riflette abitualmente i punti di vista più autorevoli e diffusi nella business community non solo inglese ma occidentale, siamo il paese che in quest’anno, tra pandemia e recessione, è cambiato di più e in meglio.

Vengono in mente anche i giudizi positivi dati dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, negli ultimi giorni del suo governo: fare come l’Italia contro il Covid19 e le sue varianti e prendere il nostro paese come esempio anche per rilanciare l’economia (guardando i dati sul Pil, stiamo “rimbalzando” meglio di Germania e Francia).

“The Economist” come un bel regalo di Natale? La soddisfazione, nei nostri ambienti politici e imprenditoriali, è evidente. Onore al merito, appunto. Si mettono da canto le tendenze purtroppo diffuse in ampi settori dell’opinione pubblica a parlare particolarmente male di noi stessi, a essere ipercritici, a esasperare le ampie zone d’ombra della politica e della società (tutto comunque reali). E si cerca di costruire una rappresentazione attendibile delle tante cose che vanno bene (le imprese innovative, la solidarietà sociale, le iniziative generose del “terzo settore”, le fondazioni bancarie che, come Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, per dirla con il presidente dell’Acri Francesco Profumo, “creano alleanze per fini di interesse collettivo”, le iniziative culturali di qualità, le testimonianze diffuse di un robusto “capitarle sociale positivo”).

L’Italia – sostengono da tempo studiosi e osservatori dell’economia e della società – merita un racconto migliore su se stessa. Il riconoscimento di “The Economist” aiuta. Così come i successi internazionali nello sport. O il premio Nobel per la Fisica a Giorgio Parisi. O, ancora, il riconoscimento a Luciano Floridi, professore a Oxford, come “filosofo più influente del mondo”.

Sono soddisfazioni. Su cui fare leva per continuare a migliorare. Ma cui, però, non abbandonarsi con eccessi d’orgoglio.

Sempre “The Economist”, infatti, ci ricorda che la stabilità italiana è comunque precaria, che la “week governance”, il sistema di governo debole, è un pericolo che si può ripresentare e che l’eventuale abbandono di Palazzo Chigi da parte di Draghi per andare al Quirinale potrebbe incrinare la ripresa in corso.

L’Italia mantiene, infatti, parecchi dei suoi storici elementi di fragilità, politica, economica e sociale. E ha ragione Sabino Cassese quando, sul “Corriere della Sera” (18 dicembre) parla di “Ripresa” ma “senza illusioni” per i “troppi punti deboli” che riguardano la qualità della politica, i limiti della pubblica amministrazione, il peso del debito pubblico, le crisi di produttività soprattutto nei servizi pubblici e in quelli che non vivono di mercato, le carenze della scuola (aggravate dalla bassa qualità degli insegnanti, per colpa di un reclutamento disattento a meriti e competenze), i guasti di ambiente e territorio e così via continuando in un elenco di riforme mancate nel corso degli anni, di mancati rinnovamenti, di pesi giganteschi di corporazioni e clientele, di diffuse presenze criminali (dalla massiccia evasione fiscale alla pervasività delle mafie).

Alcune riforme sono in corso, è vero. E il Recovery Plan Next Generation Ue, oltre che stanziare risorse finanziarie imponenti, ha costretto Governo e Parlamento a prendere atto della necessità e dell’urgenza delle riforme necessarie a spendere bene quei soldi. L’arrivo di Draghi a palazzo Chigi ha per fortuna accelerato un processo che altrimenti rischiava di impantanarsi.

Molto resta comunque da fare. E forse, proprio partendo da questa consapevolezza, la lettura di “The Economist”, oltre che essere un riconoscimento di cui essere un po’ fieri, può costituire un utile stimolo ad andare avanti, e uno sprone per il ceto politico e gli attori sociali a farsi carico seriamente della responsabilità di costruire un paese finalmente migliore.

L’Italietta. Pizza, mafia e mandolino. Mangiaspaghetti. Cicale. Malati d’Europa. Gli stereotipi, per il momento, vanno nel cestino. L’Italia, infatti, è diventata “il Paese dell’anno” sulle pagine di “The Economist”, il settimanale britannico che non ci ha mai risparmiato critiche sferzanti e ironie taglienti, sino a definirci, proprio l’anno scorso, nel 2020, “un paese in declino, che vale nulla sulla scena mondiale, con un’economia che non cresce e una classe dirigente che spreca idee e risorse”. Una tradizione critica, confermata dalla dedica, negli anni precedenti, di copertine urticanti per Berlusconi “unfit to lead Italy”, ancora per Berlusconi in compagnia di Grillo con il titolo “Send in the clowns” (cioè “fate entrare i clown”) e per la precarietà complessiva del Paese, con un autobus tricolore in bilico sul precipizio e il titolo “The Italia job” come causa di “Europe’s next crisis”.

Adesso, si cambia registro. E si tributano all’Italia “Triumphal honours”. Perché “è quello che è migliorato di più nel 2021”. Tutto merito di Mario Draghi che, eletto dal Parlamento a Palazzo Chigi, “ha cambiato il Paese”. Con lui, infatti, l’Italia “ha acquisito un primo ministro competente e rispettato internazionalmente”. E, grazie a questa svolta, voluta e sostenuta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “un’ampia maggioranza dei politici italiani ha seppellito le proprie differenze per sostenere un programma di riforme complessive che dovrebbero permetterle di ottenere i fondi ai quali ha diritto in base al piano di Recovery europeo”.

Ecco il punto. Secondo “The Economist”, che riflette abitualmente i punti di vista più autorevoli e diffusi nella business community non solo inglese ma occidentale, siamo il paese che in quest’anno, tra pandemia e recessione, è cambiato di più e in meglio.

Vengono in mente anche i giudizi positivi dati dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, negli ultimi giorni del suo governo: fare come l’Italia contro il Covid19 e le sue varianti e prendere il nostro paese come esempio anche per rilanciare l’economia (guardando i dati sul Pil, stiamo “rimbalzando” meglio di Germania e Francia).

“The Economist” come un bel regalo di Natale? La soddisfazione, nei nostri ambienti politici e imprenditoriali, è evidente. Onore al merito, appunto. Si mettono da canto le tendenze purtroppo diffuse in ampi settori dell’opinione pubblica a parlare particolarmente male di noi stessi, a essere ipercritici, a esasperare le ampie zone d’ombra della politica e della società (tutto comunque reali). E si cerca di costruire una rappresentazione attendibile delle tante cose che vanno bene (le imprese innovative, la solidarietà sociale, le iniziative generose del “terzo settore”, le fondazioni bancarie che, come Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, per dirla con il presidente dell’Acri Francesco Profumo, “creano alleanze per fini di interesse collettivo”, le iniziative culturali di qualità, le testimonianze diffuse di un robusto “capitarle sociale positivo”).

L’Italia – sostengono da tempo studiosi e osservatori dell’economia e della società – merita un racconto migliore su se stessa. Il riconoscimento di “The Economist” aiuta. Così come i successi internazionali nello sport. O il premio Nobel per la Fisica a Giorgio Parisi. O, ancora, il riconoscimento a Luciano Floridi, professore a Oxford, come “filosofo più influente del mondo”.

Sono soddisfazioni. Su cui fare leva per continuare a migliorare. Ma cui, però, non abbandonarsi con eccessi d’orgoglio.

Sempre “The Economist”, infatti, ci ricorda che la stabilità italiana è comunque precaria, che la “week governance”, il sistema di governo debole, è un pericolo che si può ripresentare e che l’eventuale abbandono di Palazzo Chigi da parte di Draghi per andare al Quirinale potrebbe incrinare la ripresa in corso.

L’Italia mantiene, infatti, parecchi dei suoi storici elementi di fragilità, politica, economica e sociale. E ha ragione Sabino Cassese quando, sul “Corriere della Sera” (18 dicembre) parla di “Ripresa” ma “senza illusioni” per i “troppi punti deboli” che riguardano la qualità della politica, i limiti della pubblica amministrazione, il peso del debito pubblico, le crisi di produttività soprattutto nei servizi pubblici e in quelli che non vivono di mercato, le carenze della scuola (aggravate dalla bassa qualità degli insegnanti, per colpa di un reclutamento disattento a meriti e competenze), i guasti di ambiente e territorio e così via continuando in un elenco di riforme mancate nel corso degli anni, di mancati rinnovamenti, di pesi giganteschi di corporazioni e clientele, di diffuse presenze criminali (dalla massiccia evasione fiscale alla pervasività delle mafie).

Alcune riforme sono in corso, è vero. E il Recovery Plan Next Generation Ue, oltre che stanziare risorse finanziarie imponenti, ha costretto Governo e Parlamento a prendere atto della necessità e dell’urgenza delle riforme necessarie a spendere bene quei soldi. L’arrivo di Draghi a palazzo Chigi ha per fortuna accelerato un processo che altrimenti rischiava di impantanarsi.

Molto resta comunque da fare. E forse, proprio partendo da questa consapevolezza, la lettura di “The Economist”, oltre che essere un riconoscimento di cui essere un po’ fieri, può costituire un utile stimolo ad andare avanti, e uno sprone per il ceto politico e gli attori sociali a farsi carico seriamente della responsabilità di costruire un paese finalmente migliore.

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