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Rilanciare la scuola dei buoni maestri, il “capitale cognitivo” per lo sviluppo

Ripartire dalla scuola”, sostiene il premier Matteo Renzi, tra le priorità del suo programma di governo. Un’urgenza, dopo una lunga stagione in cui la scuola è stata via via messa ai margini delle scelte politiche e colpita da duri tagli di spesa pubblica. Ma anche una scelta strategica di lungo periodo, se si vuole dare all’Italia una solida prospettiva di sviluppo, in quantità (con una maggiore crescita del Pil) e soprattutto in qualità (il “benessere equo e sostenibile” che l’Istat ha cominciato a misurare). Fortunata coincidenza: pochi giorni fa Rai1 ha mandato in onda la fiction dedicata ad Alberto Manzi, il maestro di “Non è mai troppo tardi”, la fortunata trasmissione Tv che nei primi anni Sessanta insegnò a leggere e a scrivere a milioni di italiani sino ad allora analfabeti. Scelta culturale e civile di un’Italia in cerca di dignità e libertà, quella trasmissione. Ottima iniziativa, la sua riproposizione attuale, con successo di critica e di pubblico. E opportuno suggerimento, proprio nella stagione del trionfo della “economia della conoscenza”: senza una buona scuola, non c’è competizione che tenga, per tutto il sistema Paese. E, più ancora: senza una formazione di qualità alla conoscenza e al pensiero critico, non c’è democrazia che regga. Il maestro Manzi, dell’intreccio positivo tra istruzione, cittadinanza (con il sistema di correlazione tra diritti e doveri) e dinamica crescita economica, giusto cinquant’anni fa, è stato un buon testimone, meglio ancora un intelligente interprete. E oggi?

E’ un paese ignorante, purtroppo, l’Italia, con il 5% di cittadini bloccati dall’analfabetismo  strumentale (non sanno cioè né leggere né scrivere) e, peggio ancora, con il 33% di cittadini in condizione di analfabetismo funzionale, non in grado cioè di comprendere un articolo di giornale, un discorso pubblico, un foglio di istruzioni (un italiano su tre, insomma, è tagliato fuori da una vita civile e professionale in cui la parola abbia un peso). Anche tra le nuove generazioni, le cose non vanno meglio: le indagini Pisa dicono che un quindicenne su cinque non capisce l’italiano (è in difficoltà di fronte a parole come “esimere”, “desumere”, “facezie”, “propedeutico”) e nel Sud, peggio ancora, più di un terzo dei ragazzi  non comprende le istruzioni del foglietto del vaccino contro l’influenza).

Italia in coda ai paesi Ocse per numero di laureati (il 15% appena). Italia che vede ridursi di 90mila unità il numero degli immatricolati all’università, negli ultimi dieci anni. Ma anche Italia afflitta dalle impressionati dimensioni dei “neet”: 2 milioni e 200mila giovani, tra i 15 e i 34 anni, che non studiano e non lavorano.

E’ colpa di un mediocre sistema educativo, che le classifiche del World Economic Forum pongono al 70° posto, tra i 148 paesi censiti. Ma è soprattutto responsabilità dell’intero paese e delle sue classi dirigenti, che hanno svalutato la scuola, la cultura, il ruolo degli insegnanti (basso stipendio, scarsa responsabilità, caduta del prestigio professionale e sociale) e la funzione stessa della formazione, riducendola spesso a banale strumento di esigenze economicistiche (la scuola delle “tre I: inglese, informatica, impresa” per mano d’opera di rapida collocazione nel mondo del lavoro), ma impedendo così il rafforzamento di un circolo virtuoso tra conoscenze e competenze, tra cultura scolastica e cultura d’impresa, il cardine vero di un’economia competitiva e sostenibile.

“Ripartire dalla scuola” significa allora scegliere massicci investimenti, sugli edifici (aule cadenti, laboratori inadeguati, palestre inagibili), sulle attrezzature (libri, computer, “banda larga”, supporti informatici, strutture e strumenti di ricerca), sugli insegnanti (formazione di qualità, sia tecnica che pedagogica: un bravo professore non è solo un conoscitore della sua materia, ma una persona che la passione per insegnare, come appunto la storia del maestro Manzi e di tanti altri insegnanti anche oggi attivi, testimonia bene; e dunque selezione di qualità, riconoscimento del merito, stipendi adeguati), sui programmi, sui rapporti tra scuola e mondo del lavoro.

E’ una scelta di lungo respiro. Da avviare subito. “Non mangia datteri chi semina datteri”, dice un proverbio arabo citato da Alessandro D’Avenia, ottimo uomo di scuola (su “La Stampa” del 26 febbraio). Serve cioè decidere adesso su quel che sarà il nostro Paese nell’arco delle due prossime generazioni, avviando un meccanismo virtuoso di formazione e di sviluppo. Altrimenti, senza scuola di qualità, non avremo alcuno sviluppo economico e civile.

C’è un’occasione propizia. L’Italia ha il corpo docente più anziano d’Europa, con il 53% degli insegnanti che hanno più di 50 anni e dunque nell’arco di dieci o quindici anni andranno in pensione. Va dunque colta l’opportunità, in questo periodo, di fare entrare nella scuola circa 400mila nuovi insegnanti. Da formare bene, per dare una vera e propria svolta alla qualità dell’insegnamento per le nuove generazioni di italiani (tutto il contrario delle “sanatorie dei precari” effettuate finora, con risultati poco brillanti sull’istruzione, come appunto i dati Pisa dimostrano). Serve “la scintilla dei buoni maestri”, come ha scritto Franco Lorenzoni (“Il Sole24Ore”, 16 febbraio) a proposito del dialogo tra un grande pedagogo, Lorenzo Altieri e il sedicenne nipote Leonardo Menon, che alla scuola chiede idee e conoscenze per un buon futuro.

Investire sul capitale cognitivo: ci farà ricchi”, suggerisce Gilberto Corbellini (“La Stampa”, 26 febbraio) parlando di istruzione, università, ricerca, di un programma cioè di riforme e investimenti che esaltino le stesse qualità italiane, la nostra cultura, le radici, le capacità di sintesi tra umanesimo e scienze di cui la nostra storia è ricchissima. Andare a scuola. E rifare e rilanciare la scuola. E’ la scommessa sul “capitale umano” e sullo “sviluppo umano”. Scommessa di crescita. E di civiltà.