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Rileggere l’articolo 9 della Costituzione su cultura, scienza e ambiente per fare dell’Italia il centro d’un nuovo Bauhaus

Rileggere l’articolo 9 della Costituzione, per ragionare sulle strategie e sulla qualità dello sviluppo economico e sociale del nostro Paese. E riflettere sull’attualità dell’impegno formale e solenne secondo cui “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Un impegno aggiornato, di recente, nel febbraio di quest’anno, aggiungendo che “la Repubblica tutela l’ambiente e l’ecosistema, protegge le biodiversità e gli animali, promuove lo sviluppo sostenibile, anche nell’interesse delle future generazioni”.

Delle valenze tradizionali e rinnovate dell’articolo 9 si è sentita chiara l’eco durante la presentazione del Rapporto “Io sono cultura 2022 – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, curato da Symbola e Unioncamere e discusso al MAXXI di Roma, ragionando sul valore economico del sistema produttivo culturale e creativo (88,6 miliardi, con capacità di attivazione di 252 miliardi e con 1,5 milioni di occupati) e sull’importanza dei processi e dei prodotti culturali per la competitività e la crescita delle imprese italiane sui mercati internazionali. Stimolando anche la crescita della qualità e dell’efficienza delle imprese culturali e creative.

La strategia di fondo è impegnativa: fare dell’Italia, come sostiene Ermete Realacci, presidente di Symbola, “la protagonista della nuovo Bauhaus fortemente voluto dalla Commissione Ue, per rinsaldare i legami tra il mondo della cultura e della creatività e i mondi della produzione, della scienza e della tecnologia, orientandoli alla transizione ecologica indicata dal Next Generation Ue”

Ecco l’importanza della rilettura dell’articolo 9 della Costituzione. Perché? Per capire meglio, vale la pena fare un passo indietro nella storia.

Quell’articolo sta tra i dodici “Principi fondamentali”. Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, nel 1946- ‘47, vi avevano dedicato profonda e competente attenzione Concetto Marchesi, uno dei maggiori latinisti del Novecento, comunista e Costantino Mortati, costituzionalista di grande competenza (sui suoi libri si sono formate generazioni di giuristi sino alla fine degli anni Sessanta), democristiano e il giovane, brillantissimo Aldo Moro. E al termine di un lungo e travagliato dibattito, si era arrivati a una formulazione originale, che non si ritrova in altre costituzioni novecentesche ma fa rivivere comunque i temi culturali, estetici ed etici della carta della Repubblica di Weimar (per cercare di saperne e capirne di più si può riprendere in mano il libro pubblicato nel 2018 da Carocci e curato da Tomaso Montanari nell’interessante collana dedicata appunto ai “Principi fondamentali” costituzionali).

È una formulazione che tiene insieme cultura umanistica e scienza, bellezza e tecnologia, patrimonio storico e artistico e, appunto, paesaggio: una vera e propria “cultura politecnica”. E apre la strada per una serie di augurabili scelte politiche in chiave di sviluppo sostenibile e di attuazione dei principi ESG (enviromental, social e governance), secondo le indicazioni dell’Accordo di Parigi del 2015 per affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

L’articolo 9, appunto per queste caratteristiche, nel corso del tempo ha acquisito una crescente attualità (nonostante la drammatica incuria dell’ambiente e del paesaggio, di cui continuiamo a subire le drammatiche conseguenze). E proprio oggi, con la nuova formulazione e nel contesto di una maggiore sensibilità internazionale, rilancia la sua forza normativa e programmatica, adatto com’è alla nuova stagione della “economia della conoscenza”, della sostenibilità ambientale e sociali, della doppia transizione green e digital su cui rilanciare la collaborazione tra istituzioni pubbliche, imprese private e strutture del “terzo settore”.

Le imprese italiane sono strette tra fratture e incertezze vecchie (la stagnante produttività di sistema solo in parte compensata dalla produttività della manifattura di qualità, le crescenti carenze politiche e amministrative, l’“inverno demografico” che incide negativamente sul PIL, la bassa scolarità generale sino al numero dei laureati nettamente al di sotto delle necessità del paese e dei confronti con gli altri paesi UE) e nuove (la crisi energetica, l’inflazione, le ombre di recessione legate alla guerra in Ucraina e alle tensioni geopolitiche). Esprimono grandi preoccupazioni per il futuro. Eppure, come in tutte le crisi precedenti (dalla Grande Crisi finanziaria del 2008 alla pandemia da Covid19), sanno di poter contare sulla straordinaria capacità adattativa della propria intraprendenza, su una flessibilità innovativa che investe processi e prodotti, su una resilienza che non è ripiegamento assistenziale e protezionistico ma forza di rapido ed efficace adattamento alle mutate condizioni di mercato.

Il radicamento in territori ricchi di conoscenze legate al “fare, e fare bene”, la “cultura politecnica” del design e della qualità, la vocazione internazionale, la capacità di coinvolgimento produttivo delle persone legate all’idea dell’impresa come comunità responsabile sono valori forti, proprio in tempi di transizione e di nuove sfide. E le capacità di concepire l’ambiente e la cultura come risorse, la bellezza come indicazione di qualità, la storia come riferimento di futuro sono connotazioni su cui fare affidamento.

Le politiche industriali nazionali ed europee per Industria 4.0 hanno agevolato questo processo di innovazione e competitività. E si spera che adesso il governo che verrà continui su questa strada, nell’interesse italiano nel contesto UE.

La sostenibilità ambientale e sociale è vissuta dalle imprese non come vincolo, ma come asset di competitività, con primati di livello europeo. La ricerca scientifica applicata rafforza la produttività di distretti, reti, filiere produttive, supply chain. L’impegno delle fondazioni che innervano i territori stimola, con l’apertura degli ITS (Istituti tecnici superiori), i processi formativi in linea con le esigenze delle imprese.

Questo quadro di riferimento – si è detto durante il dibattito su “Io sono cultura” – stimola le imprese a investire sulle attività culturali, non tanto in termini di mecenatismo (sempre comunque benvenuto) quanto soprattutto nella considerazione della cultura come strumento produttivo, elemento distintivo di prodotti e servizi, insistendo su una vera e propria “cultura politecnica del made in Italy” fondata su bellezza e qualità, design, scienza, tecnologia e funzionalità. Una cultura che connota meccanica e meccatronica, automotive e chimica, aerospazio e cantieristica navale, oltre che i settori tradizionali (arredamento, agroindustria, abbigliamento).

Il saper fare è essenziale. Ma non basta. Serve una svolta anche nel saper raccontare. Produrre. E rappresentare. Costruire un nuovo racconto dell’Italia manifatturiera e produttiva. E stimolare, proprio riprendendo in mano le indicazioni strategiche dell’articolo 9 della Costituzione, una nuova e profonda valorizzazione delle qualità del sistema Paese. Ricordando che “l’Italia deve fare bene l’Italia”, come ama dire Symbola. E dando corpo a quella straordinaria idea del “patriottismo dolce” che aveva connotato la presidenza della Repubblica sotto la guida di Carlo Azeglio Ciampi, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Rileggere l’articolo 9 della Costituzione, per ragionare sulle strategie e sulla qualità dello sviluppo economico e sociale del nostro Paese. E riflettere sull’attualità dell’impegno formale e solenne secondo cui “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Un impegno aggiornato, di recente, nel febbraio di quest’anno, aggiungendo che “la Repubblica tutela l’ambiente e l’ecosistema, protegge le biodiversità e gli animali, promuove lo sviluppo sostenibile, anche nell’interesse delle future generazioni”.

Delle valenze tradizionali e rinnovate dell’articolo 9 si è sentita chiara l’eco durante la presentazione del Rapporto “Io sono cultura 2022 – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, curato da Symbola e Unioncamere e discusso al MAXXI di Roma, ragionando sul valore economico del sistema produttivo culturale e creativo (88,6 miliardi, con capacità di attivazione di 252 miliardi e con 1,5 milioni di occupati) e sull’importanza dei processi e dei prodotti culturali per la competitività e la crescita delle imprese italiane sui mercati internazionali. Stimolando anche la crescita della qualità e dell’efficienza delle imprese culturali e creative.

La strategia di fondo è impegnativa: fare dell’Italia, come sostiene Ermete Realacci, presidente di Symbola, “la protagonista della nuovo Bauhaus fortemente voluto dalla Commissione Ue, per rinsaldare i legami tra il mondo della cultura e della creatività e i mondi della produzione, della scienza e della tecnologia, orientandoli alla transizione ecologica indicata dal Next Generation Ue”

Ecco l’importanza della rilettura dell’articolo 9 della Costituzione. Perché? Per capire meglio, vale la pena fare un passo indietro nella storia.

Quell’articolo sta tra i dodici “Principi fondamentali”. Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, nel 1946- ‘47, vi avevano dedicato profonda e competente attenzione Concetto Marchesi, uno dei maggiori latinisti del Novecento, comunista e Costantino Mortati, costituzionalista di grande competenza (sui suoi libri si sono formate generazioni di giuristi sino alla fine degli anni Sessanta), democristiano e il giovane, brillantissimo Aldo Moro. E al termine di un lungo e travagliato dibattito, si era arrivati a una formulazione originale, che non si ritrova in altre costituzioni novecentesche ma fa rivivere comunque i temi culturali, estetici ed etici della carta della Repubblica di Weimar (per cercare di saperne e capirne di più si può riprendere in mano il libro pubblicato nel 2018 da Carocci e curato da Tomaso Montanari nell’interessante collana dedicata appunto ai “Principi fondamentali” costituzionali).

È una formulazione che tiene insieme cultura umanistica e scienza, bellezza e tecnologia, patrimonio storico e artistico e, appunto, paesaggio: una vera e propria “cultura politecnica”. E apre la strada per una serie di augurabili scelte politiche in chiave di sviluppo sostenibile e di attuazione dei principi ESG (enviromental, social e governance), secondo le indicazioni dell’Accordo di Parigi del 2015 per affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

L’articolo 9, appunto per queste caratteristiche, nel corso del tempo ha acquisito una crescente attualità (nonostante la drammatica incuria dell’ambiente e del paesaggio, di cui continuiamo a subire le drammatiche conseguenze). E proprio oggi, con la nuova formulazione e nel contesto di una maggiore sensibilità internazionale, rilancia la sua forza normativa e programmatica, adatto com’è alla nuova stagione della “economia della conoscenza”, della sostenibilità ambientale e sociali, della doppia transizione green e digital su cui rilanciare la collaborazione tra istituzioni pubbliche, imprese private e strutture del “terzo settore”.

Le imprese italiane sono strette tra fratture e incertezze vecchie (la stagnante produttività di sistema solo in parte compensata dalla produttività della manifattura di qualità, le crescenti carenze politiche e amministrative, l’“inverno demografico” che incide negativamente sul PIL, la bassa scolarità generale sino al numero dei laureati nettamente al di sotto delle necessità del paese e dei confronti con gli altri paesi UE) e nuove (la crisi energetica, l’inflazione, le ombre di recessione legate alla guerra in Ucraina e alle tensioni geopolitiche). Esprimono grandi preoccupazioni per il futuro. Eppure, come in tutte le crisi precedenti (dalla Grande Crisi finanziaria del 2008 alla pandemia da Covid19), sanno di poter contare sulla straordinaria capacità adattativa della propria intraprendenza, su una flessibilità innovativa che investe processi e prodotti, su una resilienza che non è ripiegamento assistenziale e protezionistico ma forza di rapido ed efficace adattamento alle mutate condizioni di mercato.

Il radicamento in territori ricchi di conoscenze legate al “fare, e fare bene”, la “cultura politecnica” del design e della qualità, la vocazione internazionale, la capacità di coinvolgimento produttivo delle persone legate all’idea dell’impresa come comunità responsabile sono valori forti, proprio in tempi di transizione e di nuove sfide. E le capacità di concepire l’ambiente e la cultura come risorse, la bellezza come indicazione di qualità, la storia come riferimento di futuro sono connotazioni su cui fare affidamento.

Le politiche industriali nazionali ed europee per Industria 4.0 hanno agevolato questo processo di innovazione e competitività. E si spera che adesso il governo che verrà continui su questa strada, nell’interesse italiano nel contesto UE.

La sostenibilità ambientale e sociale è vissuta dalle imprese non come vincolo, ma come asset di competitività, con primati di livello europeo. La ricerca scientifica applicata rafforza la produttività di distretti, reti, filiere produttive, supply chain. L’impegno delle fondazioni che innervano i territori stimola, con l’apertura degli ITS (Istituti tecnici superiori), i processi formativi in linea con le esigenze delle imprese.

Questo quadro di riferimento – si è detto durante il dibattito su “Io sono cultura” – stimola le imprese a investire sulle attività culturali, non tanto in termini di mecenatismo (sempre comunque benvenuto) quanto soprattutto nella considerazione della cultura come strumento produttivo, elemento distintivo di prodotti e servizi, insistendo su una vera e propria “cultura politecnica del made in Italy” fondata su bellezza e qualità, design, scienza, tecnologia e funzionalità. Una cultura che connota meccanica e meccatronica, automotive e chimica, aerospazio e cantieristica navale, oltre che i settori tradizionali (arredamento, agroindustria, abbigliamento).

Il saper fare è essenziale. Ma non basta. Serve una svolta anche nel saper raccontare. Produrre. E rappresentare. Costruire un nuovo racconto dell’Italia manifatturiera e produttiva. E stimolare, proprio riprendendo in mano le indicazioni strategiche dell’articolo 9 della Costituzione, una nuova e profonda valorizzazione delle qualità del sistema Paese. Ricordando che “l’Italia deve fare bene l’Italia”, come ama dire Symbola. E dando corpo a quella straordinaria idea del “patriottismo dolce” che aveva connotato la presidenza della Repubblica sotto la guida di Carlo Azeglio Ciampi, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia.