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Rileggere Qohélet sul tempo responsabile e pensare riforme, non promesse elettorali

In stagioni difficili e controverse è quanto mai utile rileggere i classici. Il Qohélet, per esempio. A proposito del tempo. Per ricordare che “ha il suo tempo ogni cosa sotto il cielo/… il tempo di piantare e il tempo di estirpare/… il tempo delle pietre scagliate e il tempo delle pietre raccolte/… il tempo di strappare e il tempo di cucire/… il tempo della guerra e il tempo della pace”.

Oggi, nell’età dell’incertezza e della “società del rischio”, tra crisi ambientali e sociali e sconvolgimenti geopolitici, pandemie che ancora durano e recessioni che, minacciose, si annunciano, è il tempo di “raccogliere le pietre scagliate” e dunque del pensiero critico e delle consapevolezze storiche e, contemporaneamente, della costruzione di una buona politica che ci consenta di definire i criteri e le azioni per “ripensare la globalizzazione” e costruire nuove e migliori prospettive di sviluppo sostenibile.

“Il tempo di cucire” suggerito da Qohélet, insomma. Insistendo sulle caratteristiche di un’Europa fondata sulla democrazia liberale e l’economia di mercato, le culture dell’inclusione e del welfare, le virtù repubblicane delle sintesi tra diritti e doveri e l’attitudine al confronto e al dialogo.

Un’Europa che ha saputo affrontare la pandemia da Covid19 meglio che in Russia, in Cina e negli stessi Usa (e, qui in Italia, con particolari livelli di efficacia, nonostante ombre, disfunzioni, fratture, errori). Merito di sistemi sanitari che, pur tra tante diversità, hanno fatto leva sull’incrocio tra la forza inclusiva delle strutture pubbliche e l’efficienza delle strutture private e sulla collaborazione di qualità degli istituti di ricerca e delle imprese delle life sciences. Anche il gioco dell’opinione pubblica ha avuto, tutto sommato, un ruolo positivo, pur se inquinato da fake news, opportunismi politici populisti, distorsioni no vax e gran vociare schematico e spesso volgarmente aggressivo sui social media.

Alla fine, competenze scientifiche e intelligenza politica (determinante la nascita del governo Draghi) hanno avuto la meglio, consentendo la vaccinazione di massa e la definizione di efficaci protocolli sanitari di intervento. L’Europa come paradigma positivo. Come buon esempio internazionale. Non solo per l’emergenza sanitaria, ma anche per la capacità di affrontarne le conseguenze economiche e sociali, tra risposte d’emergenza e scelte di lungo periodo, con il Recovery Fund Next Generation.

Torniamo, così, alla riflessione sul tempo. E all’importanza di avere “il tempo di piantare”, il tempo lungo della costruzione di un nuovo e migliore panorama politico e sociale. Un tempo sapiente, riflessivo, capace di sguardi lunghi. Tutt’altro che un tempo effimero, labile, incapace dunque di memoria e di progetto.

Sul “Corriere della Sera” (domenica 4 settembre) Sabino Cassese ci mette giustamente in guardia, ancora una volta, sui guasti di una retorica politica condizionata dall’immediatezza dei sondaggi d’opinione e dalla rincorsa dei consensi, dei like su social media tutt’altro che inclini alla riflessione e all’approfondimento. Una cattiva politica dell’istante, delle promesse della propaganda populista incuranti delle conseguenze, del gioco corrivo di chi sollecita emozioni facili piuttosto che ragionamenti responsabili. Un circolo vizioso che rischia di deprimere l’Italia e le sue possibilità di reagire alla crisi e tornare a crescere. Le proposte di aumento del debito pubblico per fare fronte alla crisi energetica e alla recessione in arrivo ne sono inaccettabile esempio.

Vale la pena, proprio nel cuore di una campagna elettorale chiassosa, ricordare l’antica saggezza di Alcide De Gasperi (“Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”) e insistere sul fatto che le grandi questioni che proprio oggi abbiamo di fronte, dall’ambiente all’autonomia energetica, dalla sicurezza alla tutela nei nostri valori democratici vanno affrontati, contemporaneamente, con lo sguardo ravvicinato della risposta alle emergenze e con lo sguardo lungo delle strategie. Un’attitudine in cui l’Europa, forte della sua cultura e delle sue esperienze democratiche, deve saper dare il meglio di sé.

È una richiesta che viene, chiara e forte, anche dal mondo delle imprese, preoccupate per i costi dell’energia, l’inflazione, la recessione e i pericoli di fratture sociali. Guardando proprio alle UE come riferimento essenziale.

L’Europa, infatti, per le migliori imprese italiane, è il mercato di partenza per l’espansione internazionale, lungo le più profittevoli catene del valore tra manifattura di qualità e servizi high tech. L’euro è la valuta di riferimento. Le istituzioni UE, dagli organismi di Bruxelles alla Bce, i cardini su cui orientare le politiche di investimento e di crescita. E i valori europei, dalla democrazia liberale cui abbiamo già fatto riferimento alla cultura del mercato aperto, competitivo e ben regolato, sono la cornice di ideali e interessi in cui iscrivere le proprie scelte di espansione. Ecco la sintesi: le imprese vivono l’Europa come identità e opportunità e come vincolo per ricostruire, dopo gli anni di pandemia e di crisi, una nuova stagione di fiducia e di sviluppo sostenibile, ambientale e sociale, un percorso di competitività che si afferma, partendo appunto dall’Europa, solo se strettamente connessa con la solidarietà e l’inclusione sociale.

Nel “nuovo paradigma” del passaggio dal capitalismo dominato dallo shareholders value (profitti e corsi di Borsa) a quello caratterizzato dagli stakeholders values (l’attenzione per dipendenti, consumatori, fornitori, comunità su cui le imprese insistono) le imprese italiane hanno posizioni di eccellenza, costruite con lungimiranza e responsabilità nel corso del tempo, legando innovazione tecnologica e innovazione sociale, produttività e cura per la comunità. E adesso non hanno alcuna voglia che una crisi politica in tempi di recessione e un crollo dei valori determinato dalle miopie di sovranismi e populismi metta in discussione il loro ruolo e la qualità della loro presenza sui mercati globali.

Sono questi, appunto, i giudizi che raccoglie chi conosce bene punti di forza e fragilità del mondo industriale italiano, sia nella grande regione produttiva “A1-A4” (per indicare, con le sigle delle autostrade trafficatissime da persone e merci, quell’area centrale della manifattura tra Lombardia, Piemonte, Emilia e Nord Est) sia negli altri territori in cui l’impresa ha rivelato, anche in tempi di crisi, una straordinaria vivacità (dalla Marche ai tanti territori produttivi che cominciano a connotare pure il Sud di Campania, Puglia e Sicilia). Un mondo sorpreso negativamente dalla sconsiderata crisi in cui è stato fatto precipitare, nel luglio scorso, il governo guidato da Mario Draghi, la personalità di maggior prestigio internazionale che il nostro Paese possa vantare, insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un mondo, adesso, quanto mai attento alle prospettive di tutela di valori e interessi di sviluppo e preoccupato di eventuali fratture politiche tra l’Italia, Bruxelles, l’Occidente.

Il punto di riferimento, come indicazione per il futuro governo, evitando appunto populismi e sovranismi, continua a essere il documento in 18 punti discusso dal Consiglio Generale di Confindustria nel luglio scorso. Mercati aperti. Dialogo. Centralità del Mediterraneo. Attenzione a produttività e competitività. Equilibrio dei conti pubblici. Investimenti sulle infrastrutture, materiali e immateriali (scuola, cultura, formazione di lungo periodo, etc.). Il “tempo delle pietre raccolte”, per tornare al Qohélet. Il tempo dello sviluppo sostenibile, guardando alle opportunità per le nuove generazioni. In altre parole. Il tempo della responsabilità.

(foto Getty images)

In stagioni difficili e controverse è quanto mai utile rileggere i classici. Il Qohélet, per esempio. A proposito del tempo. Per ricordare che “ha il suo tempo ogni cosa sotto il cielo/… il tempo di piantare e il tempo di estirpare/… il tempo delle pietre scagliate e il tempo delle pietre raccolte/… il tempo di strappare e il tempo di cucire/… il tempo della guerra e il tempo della pace”.

Oggi, nell’età dell’incertezza e della “società del rischio”, tra crisi ambientali e sociali e sconvolgimenti geopolitici, pandemie che ancora durano e recessioni che, minacciose, si annunciano, è il tempo di “raccogliere le pietre scagliate” e dunque del pensiero critico e delle consapevolezze storiche e, contemporaneamente, della costruzione di una buona politica che ci consenta di definire i criteri e le azioni per “ripensare la globalizzazione” e costruire nuove e migliori prospettive di sviluppo sostenibile.

“Il tempo di cucire” suggerito da Qohélet, insomma. Insistendo sulle caratteristiche di un’Europa fondata sulla democrazia liberale e l’economia di mercato, le culture dell’inclusione e del welfare, le virtù repubblicane delle sintesi tra diritti e doveri e l’attitudine al confronto e al dialogo.

Un’Europa che ha saputo affrontare la pandemia da Covid19 meglio che in Russia, in Cina e negli stessi Usa (e, qui in Italia, con particolari livelli di efficacia, nonostante ombre, disfunzioni, fratture, errori). Merito di sistemi sanitari che, pur tra tante diversità, hanno fatto leva sull’incrocio tra la forza inclusiva delle strutture pubbliche e l’efficienza delle strutture private e sulla collaborazione di qualità degli istituti di ricerca e delle imprese delle life sciences. Anche il gioco dell’opinione pubblica ha avuto, tutto sommato, un ruolo positivo, pur se inquinato da fake news, opportunismi politici populisti, distorsioni no vax e gran vociare schematico e spesso volgarmente aggressivo sui social media.

Alla fine, competenze scientifiche e intelligenza politica (determinante la nascita del governo Draghi) hanno avuto la meglio, consentendo la vaccinazione di massa e la definizione di efficaci protocolli sanitari di intervento. L’Europa come paradigma positivo. Come buon esempio internazionale. Non solo per l’emergenza sanitaria, ma anche per la capacità di affrontarne le conseguenze economiche e sociali, tra risposte d’emergenza e scelte di lungo periodo, con il Recovery Fund Next Generation.

Torniamo, così, alla riflessione sul tempo. E all’importanza di avere “il tempo di piantare”, il tempo lungo della costruzione di un nuovo e migliore panorama politico e sociale. Un tempo sapiente, riflessivo, capace di sguardi lunghi. Tutt’altro che un tempo effimero, labile, incapace dunque di memoria e di progetto.

Sul “Corriere della Sera” (domenica 4 settembre) Sabino Cassese ci mette giustamente in guardia, ancora una volta, sui guasti di una retorica politica condizionata dall’immediatezza dei sondaggi d’opinione e dalla rincorsa dei consensi, dei like su social media tutt’altro che inclini alla riflessione e all’approfondimento. Una cattiva politica dell’istante, delle promesse della propaganda populista incuranti delle conseguenze, del gioco corrivo di chi sollecita emozioni facili piuttosto che ragionamenti responsabili. Un circolo vizioso che rischia di deprimere l’Italia e le sue possibilità di reagire alla crisi e tornare a crescere. Le proposte di aumento del debito pubblico per fare fronte alla crisi energetica e alla recessione in arrivo ne sono inaccettabile esempio.

Vale la pena, proprio nel cuore di una campagna elettorale chiassosa, ricordare l’antica saggezza di Alcide De Gasperi (“Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”) e insistere sul fatto che le grandi questioni che proprio oggi abbiamo di fronte, dall’ambiente all’autonomia energetica, dalla sicurezza alla tutela nei nostri valori democratici vanno affrontati, contemporaneamente, con lo sguardo ravvicinato della risposta alle emergenze e con lo sguardo lungo delle strategie. Un’attitudine in cui l’Europa, forte della sua cultura e delle sue esperienze democratiche, deve saper dare il meglio di sé.

È una richiesta che viene, chiara e forte, anche dal mondo delle imprese, preoccupate per i costi dell’energia, l’inflazione, la recessione e i pericoli di fratture sociali. Guardando proprio alle UE come riferimento essenziale.

L’Europa, infatti, per le migliori imprese italiane, è il mercato di partenza per l’espansione internazionale, lungo le più profittevoli catene del valore tra manifattura di qualità e servizi high tech. L’euro è la valuta di riferimento. Le istituzioni UE, dagli organismi di Bruxelles alla Bce, i cardini su cui orientare le politiche di investimento e di crescita. E i valori europei, dalla democrazia liberale cui abbiamo già fatto riferimento alla cultura del mercato aperto, competitivo e ben regolato, sono la cornice di ideali e interessi in cui iscrivere le proprie scelte di espansione. Ecco la sintesi: le imprese vivono l’Europa come identità e opportunità e come vincolo per ricostruire, dopo gli anni di pandemia e di crisi, una nuova stagione di fiducia e di sviluppo sostenibile, ambientale e sociale, un percorso di competitività che si afferma, partendo appunto dall’Europa, solo se strettamente connessa con la solidarietà e l’inclusione sociale.

Nel “nuovo paradigma” del passaggio dal capitalismo dominato dallo shareholders value (profitti e corsi di Borsa) a quello caratterizzato dagli stakeholders values (l’attenzione per dipendenti, consumatori, fornitori, comunità su cui le imprese insistono) le imprese italiane hanno posizioni di eccellenza, costruite con lungimiranza e responsabilità nel corso del tempo, legando innovazione tecnologica e innovazione sociale, produttività e cura per la comunità. E adesso non hanno alcuna voglia che una crisi politica in tempi di recessione e un crollo dei valori determinato dalle miopie di sovranismi e populismi metta in discussione il loro ruolo e la qualità della loro presenza sui mercati globali.

Sono questi, appunto, i giudizi che raccoglie chi conosce bene punti di forza e fragilità del mondo industriale italiano, sia nella grande regione produttiva “A1-A4” (per indicare, con le sigle delle autostrade trafficatissime da persone e merci, quell’area centrale della manifattura tra Lombardia, Piemonte, Emilia e Nord Est) sia negli altri territori in cui l’impresa ha rivelato, anche in tempi di crisi, una straordinaria vivacità (dalla Marche ai tanti territori produttivi che cominciano a connotare pure il Sud di Campania, Puglia e Sicilia). Un mondo sorpreso negativamente dalla sconsiderata crisi in cui è stato fatto precipitare, nel luglio scorso, il governo guidato da Mario Draghi, la personalità di maggior prestigio internazionale che il nostro Paese possa vantare, insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un mondo, adesso, quanto mai attento alle prospettive di tutela di valori e interessi di sviluppo e preoccupato di eventuali fratture politiche tra l’Italia, Bruxelles, l’Occidente.

Il punto di riferimento, come indicazione per il futuro governo, evitando appunto populismi e sovranismi, continua a essere il documento in 18 punti discusso dal Consiglio Generale di Confindustria nel luglio scorso. Mercati aperti. Dialogo. Centralità del Mediterraneo. Attenzione a produttività e competitività. Equilibrio dei conti pubblici. Investimenti sulle infrastrutture, materiali e immateriali (scuola, cultura, formazione di lungo periodo, etc.). Il “tempo delle pietre raccolte”, per tornare al Qohélet. Il tempo dello sviluppo sostenibile, guardando alle opportunità per le nuove generazioni. In altre parole. Il tempo della responsabilità.

(foto Getty images)