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Scrivere un nuovo e migliore racconto di Milano, legando valori e interessi di cittadini e city users

Le città più vitali e dinamiche crescono e migliorano la qualità della vita e del lavoro dei loro abitanti anche grazie all’abitudine diffusa a raccontarsi, analizzarsi, mettersi in discussione. A parlare di sé, insomma, evitando di cadere nelle trappole della retorica e dell’autocelebrazione, ma anche dei silenzi e delle cupezze segrete da consorterie provinciali. Milano ne può essere un buon esempio. Con una sapida inclinazione alla critica e all’autocritica (leggere, per esempio, tra le pubblicazioni più recenti, le taglienti e ruvide pagine de “L’invenzione di Milano” di Lucia Tozzi, Cronopio, per analizzare con severità “culto della comunicazione e politiche urbane”). Ma anche con un sofisticato utilizzo della memoria, come dimostra lo “Stradario sentimentale di Milano” di Andrea Kerbaker, Bur Rizzoli, una lunga serie di “storie della città che cambia”, percorrendo via Bagutta e via Mac Mahon, Ripa di Porta Ticinese e via Porpora, piazzetta Cuccia e altri 28 luoghi chiave tra il centro storico e le periferie. O come sa raccontare bene Alberto Saibene in “Milano fine Novecento – Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è più” e in “Storie di un’altra Italia”, entrambi per le Edizioni Casagrande.

La bibliografia su Milano, d’altronde, è quasi sconfinata (può fare il paio con quella degli autori siciliani e sulla Sicilia; Elio Vittorini fa da trait d’union). Segno, appunto, d’una cura per l’analisi e la dialettica, in un “discorso pubblico” che non può che fare bene al futuro della città.

Di certo, Milano è abbastanza irriducibile agli stereotipi. E, per essere raccontata compiutamente, ha bisogno di parole e immagini meno superficiali di quelle che affollano abitualmente i media, anche social, inclini agli effetti facili e alle emozioni più grossolane.

Una riprova? Le cronache sono ancora una volta affollate, in questi giorni, dai temi della violenza diffusa. L’ aggressione a un poliziotto, gravemente ferito da un immigrato irregolare, alla Stazione Centrale. E lo scontro d’un altro immigrato clandestino, con alcuni poliziotti a Lambrate. L’allarme per i reati “di strada” e cioè rapine, borseggi, furti, spaccio di droga, con arresti cresciuti del 30% negli ultimi mesi rispetto all’anno precedente (la denuncia è di Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, la Repubblica 11 maggio). E la sensazione sempre più diffusa di una condizione di insicurezza. Con le polemiche politiche collegate.

Milano Gotham city”, è la sbrigativa sintesi che ha grande presa sui social media.

Una sintesi fondata? Sui dati relativi alla criminalità, no. Prefettura e Questura, guardando alla serie storica dei reati, ne documentano la diminuzione. E Il Foglio nota: “L’aneddotica suggerisce che a Milano c’è un’emergenza legata alla sicurezza, i numeri no. Rispetto a dieci anni fa, i delitti a Milano sono diminuiti di 21mila unità, a fronte di un aumento del 5 per cento dei cittadini residenti”.

Anche allargando lo sguardo e andando indietro con i ricordi, siamo molto lontani da quella stagione “di piombo” in cui, a parte il terrorismo, Milano era teatro di scontri sanguinosi tra le bande criminali di Francis Turatello “faccia d’angelo”, René Vallanzasca e Angelo Epaminonda detto “il tebano” (per capire meglio, vale la pena leggere “Canti di guerra” e cioè “conflitti, vendette, amori nella Milano degli anni Settanta” di Stefano Nazzi, Mondadori). O anche dai tempi in cui la città era preda delle violenze dei mafiosi siciliani e delle scorribande dei loro banchieri, come Michele Sindona, in Borsa e nel mondo degli affari.

Dati e consapevolezza storica a parte, comunque, l’insicurezza percepita resta. E pone problemi alla politica e alla pubblica amministrazione. L’ordine pubblico non è competenza del sindaco, ma dello Stato e del governo nazionale. La gestione dell’immigrazione, spesso alla base di quei fenomeni da “criminalità di strada” di cui abbiamo appena detto, coinvolge ministeri, Regione e Comune. E ha ragione Franco Gabrielli, ex capo della Polizia ed ex prefetto di Roma, adesso “delegato per la sicurezza” del sindaco di Milano Beppe Sala, quando sollecita “interventi strutturali” sulla sicurezza (la Repubblica, 10 maggio) e spiega che “l’emergenza sicurezza non è un problema milanese, ma una questione molto delicata che riguarda tutte le grandi città del mondo occidentale. In Italia non ne vediamo ancora effetti così acuti come in altre realtà europee e non. Ma non dobbiamo commettere l’errore di sottostimare quanto accade nelle nostre metropoli”. Anche il sindaco Sala insiste: polemizza sul governo che “fa solo slogan” ma pone questioni anche allo schieramento politico che lo sostiene: “Sulla sicurezza la sinistra non balbetti più” (Corriere della Sera, 11 maggio).

Raccontare meglio Milano, dunque. Con spregiudicata sincerità per i suoi problemi. E con lo sguardo attento ai suoi punti di forza e alle sue risorse. Alle esigenze di sicurezza. E a quelle di sviluppo civile e di inclusione e integrazione (sono le questioni affrontate proprio in questi giorni dalla “Civil Week”, con larga partecipazione di giovani, sul tema “La Costituzione siamo noi”). Ai temi economici, del lavoro e delle imprese. E ai problemi posti dall’espansione della “economia della conoscenza”, particolarmente acuti in una città che ha 200mila studenti universitari che arrivano in buona parte sia dalle altre regioni italiane sia, in misura crescente, da altri paesi internazionali (e qui Milano ha un punto di forza anche nel fatto che, unica città, ha ben tre rettrici donne, Marina Brambilla alla Statale, Donatella Sciuto al Politecnico e Giovanna Iannantuoni alla Bicocca).

Milano da leggere nella sua complessità, dunque. Come altre grandi metropoli internazionali. Ma con una caratteristica particolare. Perché Milano, come città, è piccola, con poco più di 1,4 milioni di residenti, comunque in crescita) ma come spazio metropolitano e come punto di riferimento di movimenti quotidiani con l’entroterra di riferimento, ne conta 4 milioni, senza considerare che i collegamenti ferroviari dell’Alta Velocità hanno reso diffusissimo il commuting Milano-Torino-Bologna (aspettando, in tempi brevi, anche il collegamento con Genova), definendo così una geografia di flussi e scambi di grandissima intensità. Con forti effetti su una Milano urbana che peraltro, nel corso degli ultimi anni, è diventata anche una forte attrazione turistica (turismo d’affari e convegni, turismo legato alla frequentazione delle sue strutture formative, turismo sanitario per la qualità dei suoi ospedali, turismo in senso stretto per tempo libero, cultura e shopping).

Si pone qui una questione essenziale. La convivenza, tutt’altro che semplice, tra city users e cittadini, tra chi “usa” Milano e chi ci vive. Con punti di vista, esigenze, interessi differenti e spesso divergenti.

Chi arriva a Milano per lavoro ha naturalmente un ruolo e un peso quanto mai rilevanti, per l’attrattività e lo sviluppo della metropoli. E nella nuova geoeconomia, i flussi (di persone, capitali, imprese, idee) hanno un valore fondamentale. Ma anche un robusto costo sociale, premendo su luoghi pensati per numeri inferiori di abitanti e stravolgendone servizi, ritmi di vita, valori economici.

La sfida, per Milano, è definire, da parte delle pubbliche amministrazioni, ma anche della società civile e dei sistemi d’impresa, meccanismi efficaci di governance delle relazioni e delle integrazioni (flussi migratori compresi). Per usare bene Milano facendola crescere, senza però “consumare” Milano. Equilibro difficile, naturalmente. Ma da cercare con intelligenza, rigore, generosità.

Perché Milano, come ogni metropoli contemporanea, ha bisogno di mercato (dei suoi ritmi, dei suoi valori, delle sue culture competitive). Ma il suo sviluppo e i suoi equilibri non possono essere abbandonati alle sole logiche del mercato.

E’ necessario ricostruire lo spirito civico, dare senso e spazio all’essere cives. Tenere fede alla tradizione di crescere e integrare, produrre ricchezza e lavoro e includere, coniugare produttività e sostenibilità. “Riconquistare il ‘noi’”, per usare l’efficace sintesi del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Fare buona politica, insomma. E provare anche a scrivere un nuovo e migliore racconto di Milano.

(foto Getty Images)

Le città più vitali e dinamiche crescono e migliorano la qualità della vita e del lavoro dei loro abitanti anche grazie all’abitudine diffusa a raccontarsi, analizzarsi, mettersi in discussione. A parlare di sé, insomma, evitando di cadere nelle trappole della retorica e dell’autocelebrazione, ma anche dei silenzi e delle cupezze segrete da consorterie provinciali. Milano ne può essere un buon esempio. Con una sapida inclinazione alla critica e all’autocritica (leggere, per esempio, tra le pubblicazioni più recenti, le taglienti e ruvide pagine de “L’invenzione di Milano” di Lucia Tozzi, Cronopio, per analizzare con severità “culto della comunicazione e politiche urbane”). Ma anche con un sofisticato utilizzo della memoria, come dimostra lo “Stradario sentimentale di Milano” di Andrea Kerbaker, Bur Rizzoli, una lunga serie di “storie della città che cambia”, percorrendo via Bagutta e via Mac Mahon, Ripa di Porta Ticinese e via Porpora, piazzetta Cuccia e altri 28 luoghi chiave tra il centro storico e le periferie. O come sa raccontare bene Alberto Saibene in “Milano fine Novecento – Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è più” e in “Storie di un’altra Italia”, entrambi per le Edizioni Casagrande.

La bibliografia su Milano, d’altronde, è quasi sconfinata (può fare il paio con quella degli autori siciliani e sulla Sicilia; Elio Vittorini fa da trait d’union). Segno, appunto, d’una cura per l’analisi e la dialettica, in un “discorso pubblico” che non può che fare bene al futuro della città.

Di certo, Milano è abbastanza irriducibile agli stereotipi. E, per essere raccontata compiutamente, ha bisogno di parole e immagini meno superficiali di quelle che affollano abitualmente i media, anche social, inclini agli effetti facili e alle emozioni più grossolane.

Una riprova? Le cronache sono ancora una volta affollate, in questi giorni, dai temi della violenza diffusa. L’ aggressione a un poliziotto, gravemente ferito da un immigrato irregolare, alla Stazione Centrale. E lo scontro d’un altro immigrato clandestino, con alcuni poliziotti a Lambrate. L’allarme per i reati “di strada” e cioè rapine, borseggi, furti, spaccio di droga, con arresti cresciuti del 30% negli ultimi mesi rispetto all’anno precedente (la denuncia è di Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, la Repubblica 11 maggio). E la sensazione sempre più diffusa di una condizione di insicurezza. Con le polemiche politiche collegate.

Milano Gotham city”, è la sbrigativa sintesi che ha grande presa sui social media.

Una sintesi fondata? Sui dati relativi alla criminalità, no. Prefettura e Questura, guardando alla serie storica dei reati, ne documentano la diminuzione. E Il Foglio nota: “L’aneddotica suggerisce che a Milano c’è un’emergenza legata alla sicurezza, i numeri no. Rispetto a dieci anni fa, i delitti a Milano sono diminuiti di 21mila unità, a fronte di un aumento del 5 per cento dei cittadini residenti”.

Anche allargando lo sguardo e andando indietro con i ricordi, siamo molto lontani da quella stagione “di piombo” in cui, a parte il terrorismo, Milano era teatro di scontri sanguinosi tra le bande criminali di Francis Turatello “faccia d’angelo”, René Vallanzasca e Angelo Epaminonda detto “il tebano” (per capire meglio, vale la pena leggere “Canti di guerra” e cioè “conflitti, vendette, amori nella Milano degli anni Settanta” di Stefano Nazzi, Mondadori). O anche dai tempi in cui la città era preda delle violenze dei mafiosi siciliani e delle scorribande dei loro banchieri, come Michele Sindona, in Borsa e nel mondo degli affari.

Dati e consapevolezza storica a parte, comunque, l’insicurezza percepita resta. E pone problemi alla politica e alla pubblica amministrazione. L’ordine pubblico non è competenza del sindaco, ma dello Stato e del governo nazionale. La gestione dell’immigrazione, spesso alla base di quei fenomeni da “criminalità di strada” di cui abbiamo appena detto, coinvolge ministeri, Regione e Comune. E ha ragione Franco Gabrielli, ex capo della Polizia ed ex prefetto di Roma, adesso “delegato per la sicurezza” del sindaco di Milano Beppe Sala, quando sollecita “interventi strutturali” sulla sicurezza (la Repubblica, 10 maggio) e spiega che “l’emergenza sicurezza non è un problema milanese, ma una questione molto delicata che riguarda tutte le grandi città del mondo occidentale. In Italia non ne vediamo ancora effetti così acuti come in altre realtà europee e non. Ma non dobbiamo commettere l’errore di sottostimare quanto accade nelle nostre metropoli”. Anche il sindaco Sala insiste: polemizza sul governo che “fa solo slogan” ma pone questioni anche allo schieramento politico che lo sostiene: “Sulla sicurezza la sinistra non balbetti più” (Corriere della Sera, 11 maggio).

Raccontare meglio Milano, dunque. Con spregiudicata sincerità per i suoi problemi. E con lo sguardo attento ai suoi punti di forza e alle sue risorse. Alle esigenze di sicurezza. E a quelle di sviluppo civile e di inclusione e integrazione (sono le questioni affrontate proprio in questi giorni dalla “Civil Week”, con larga partecipazione di giovani, sul tema “La Costituzione siamo noi”). Ai temi economici, del lavoro e delle imprese. E ai problemi posti dall’espansione della “economia della conoscenza”, particolarmente acuti in una città che ha 200mila studenti universitari che arrivano in buona parte sia dalle altre regioni italiane sia, in misura crescente, da altri paesi internazionali (e qui Milano ha un punto di forza anche nel fatto che, unica città, ha ben tre rettrici donne, Marina Brambilla alla Statale, Donatella Sciuto al Politecnico e Giovanna Iannantuoni alla Bicocca).

Milano da leggere nella sua complessità, dunque. Come altre grandi metropoli internazionali. Ma con una caratteristica particolare. Perché Milano, come città, è piccola, con poco più di 1,4 milioni di residenti, comunque in crescita) ma come spazio metropolitano e come punto di riferimento di movimenti quotidiani con l’entroterra di riferimento, ne conta 4 milioni, senza considerare che i collegamenti ferroviari dell’Alta Velocità hanno reso diffusissimo il commuting Milano-Torino-Bologna (aspettando, in tempi brevi, anche il collegamento con Genova), definendo così una geografia di flussi e scambi di grandissima intensità. Con forti effetti su una Milano urbana che peraltro, nel corso degli ultimi anni, è diventata anche una forte attrazione turistica (turismo d’affari e convegni, turismo legato alla frequentazione delle sue strutture formative, turismo sanitario per la qualità dei suoi ospedali, turismo in senso stretto per tempo libero, cultura e shopping).

Si pone qui una questione essenziale. La convivenza, tutt’altro che semplice, tra city users e cittadini, tra chi “usa” Milano e chi ci vive. Con punti di vista, esigenze, interessi differenti e spesso divergenti.

Chi arriva a Milano per lavoro ha naturalmente un ruolo e un peso quanto mai rilevanti, per l’attrattività e lo sviluppo della metropoli. E nella nuova geoeconomia, i flussi (di persone, capitali, imprese, idee) hanno un valore fondamentale. Ma anche un robusto costo sociale, premendo su luoghi pensati per numeri inferiori di abitanti e stravolgendone servizi, ritmi di vita, valori economici.

La sfida, per Milano, è definire, da parte delle pubbliche amministrazioni, ma anche della società civile e dei sistemi d’impresa, meccanismi efficaci di governance delle relazioni e delle integrazioni (flussi migratori compresi). Per usare bene Milano facendola crescere, senza però “consumare” Milano. Equilibro difficile, naturalmente. Ma da cercare con intelligenza, rigore, generosità.

Perché Milano, come ogni metropoli contemporanea, ha bisogno di mercato (dei suoi ritmi, dei suoi valori, delle sue culture competitive). Ma il suo sviluppo e i suoi equilibri non possono essere abbandonati alle sole logiche del mercato.

E’ necessario ricostruire lo spirito civico, dare senso e spazio all’essere cives. Tenere fede alla tradizione di crescere e integrare, produrre ricchezza e lavoro e includere, coniugare produttività e sostenibilità. “Riconquistare il ‘noi’”, per usare l’efficace sintesi del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Fare buona politica, insomma. E provare anche a scrivere un nuovo e migliore racconto di Milano.

(foto Getty Images)

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